200 giorni senza un contagio, il caso Taiwan

| L’ultimo accertato risale alla domenica di Pasqua. Merito di una risposta veloce e di una ferrea e accuratissima strategia di tracciamento dei contatti

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Mentre gran parte del mondo lotta per contenere le nuove ondate della pandemia, con lockdown sempre meno digeriti, Taiwan ha appena segnato sul calendario una data storica: 200 giorni consecutivi senza più un caso di Covid segnalato. La questione sembra essersi risolta con 7 decessi e 553 casi di contagio, di cui solo 55 dovuti a trasmissione locale.

La risposta di Taipei alla pandemia di coronavirus è stata una delle più efficaci al mondo: l’isola, abitata da 23 milioni di persone, ha registrato l’ultimo caso di trasmissione locale il 12 aprile, la domenica di Pasqua. 

Proprio il weekend di Pasqua è stata una pietra miliare anche negli Stati Uniti, perché un mese prima Trump aveva detto che voleva il Paese “aperto e pronto ad approfittare delle vacanze”. Peccato che a livello globale, 1,7 milioni di persone erano state infettate e 110.000 uccise dal virus: ieri, secondo la John Hopkins University, le cifre mondiali hanno superato i 45 milioni di casi, con 1,1 milioni morti.

Il risultato storico di Taiwan arriva nella settimana in cui Francia e Germania stanno chiudendo i propri Paesi e gli Stati Uniti segnano l’imbarazzante record di 88.000 casi in un solo giorno. Lo stato della Florida, che ha una popolazione simile a quella di Taiwan, mercoledì ha individuato 4.188 nuovi casi.

Taiwan, al contrario, non ha mai dovuto mettere in atto una serrata generale, né ha fatto ricorso a drastiche restrizioni delle libertà civili, come nella Cina continentale. 

La risposta di Taiwan si è concentrata sulla velocità: le autorità hanno iniziato a controllare i passeggeri dei voli in arrivo dalla Cina, dove il virus è stato identificato per la prima volta, e il 21 gennaio, dopo la segnalazione del primo caso, ha poi vietato ai cittadini di Wuhan di entrare sull’isola. Tutti i passeggeri in arrivo dalla Cina continentale, da Hong Kong e Macao sono stati sottoposti a screening. E tutto questo è accaduto prima del 23 gennaio, quando Wuhan è entrata in isolamento. A marzo, Taiwan ha chiuso i propri confini ad eccezione dei diplomatici, dei residenti e di coloro che godevano di un visto d’ingresso speciale.

Ma l’isola ha dei vantaggi su cui l’Occidente non può contare: il primo è essere un’isola, quindi è più facile controllare l’ingresso e l’uscita. C’è però un altro fattore fondamentale: l’esperienza. Dopo aver sofferto lottato contro la SARS nel 2003, Taiwan ha lavorato per sviluppare la capacità medica e sanitaria di affrontare una nuova pandemia, ha raccontato il ministro degli Esteri Joseph Wu in un’intervista. “Quando abbiamo saputo che in Cina c’erano alcuni casi polmonite tenuti sotto segretezza, abbiamo capito che si trattava di qualcosa di simile alla SARS”.

A quel punto, le autorità hanno attivato il “Central Epidemic Command Center” istituito sulla scia della SARS, per coordinare la risposta dei diversi ministeri. Il governo ha anche aumentato la produzione di mascherine e dispositivi di protezione per garantire una fornitura costante a tutto il Paese, oltre ad organizzare test di massa e velocizzare l’iter per la ricerca dei contatti.

Secondo l’ex vicepresidente taiwanese Chen Chien-jen, epidemiologo, i lockdown non sono la risposta migliore, e sono superflui anche i test di massa della Cina, dove milioni di persone vengono sottoposte a screening quando viene rilevata una manciata di casi. “Il modo migliore per contenere il Covid è rintracciare i contatti in modo accurato e stabilire quarantene rigorose”.

Al momento, a Taiwna la vita è tornata alla normalità: secondo i fati della “FMI”, l’anno dovrebbe chiudersi con una leggera stagnazione economica e il rischio di recessione, ma il governo di Taipei si dice convinto che entro la fine del 2020 il Pil aumenterà.

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