The show must (not) go on

| Il peso del lockdown rischia di diventare insostenibile per musei, alberghi, ristoranti, mondo dello spettacolo, librerie e imprese editoriali. Il coronavirus sta praticamente cancellando i fatturati di viaggi e cultura in generale

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Di Marco Belletti
Trump è pieno di dubbi sulla politica che intende adottare per salvaguardare l’economia statunitense evitando che collassi fermandola per ridimensionare la pandemia. Un calcolo dei dollari che un lockdown costerebbe ai suoi concittadini non è ancora stato fatto, mentre qui da noi in Italia diverse associazioni e alcuni centri studi negli ultimi giorni hanno già provato a fare calcoli e preparare stime.

A realizzare una fotografia completa e dettagliata è stata “Finestre sull’arte”, la rivista online d’arte antica e contemporanea che ha raccolto numerosi dati e informazioni. Ancora prima che il premier Conte fermasse il Paese, il 4 marzo Federculture (l’associazione nazionale degli enti pubblici e privati, istituzioni e aziende operanti nel campo delle politiche e delle attività culturali) aveva prudentemente stimato che la pandemia avrebbe fatto diminuire di 3 miliardi i consumi per attività culturali e ricreative nei prossimi sei mesi. In pratica, si tratterebbe di un calo del 20% dei consumi nel settore. Questa stima non teneva conto del blocco totale dell’Italia e quindi è possibile che la contrazione dei consumi nel prossimo semestre sia molto più marcata di quanto inizialmente previsto.

La Fondazione Centro Studi Doc svolge attività di ricerca, documentazione e formazione per sostenere la dignità del lavoro, con particolare attenzione all’arte, alla creatività, alla cultura, alla conoscenza e alla tecnologia e in tutti i settori in cui il lavoro non viene riconosciuto e tutelato. L’11 marzo ha diffuso una stima che, considerando il lockdown, valutava che la percentuale di lavoratori fermi nel settore dell’eventistica dal vivo (fiere, teatri, concerti, convegni…) dovrebbe oscillare tra il 75 e l’80% e che – comprendendo le attività sportive – arriverebbe al 90%. Il restante 10 corrisponde ai lavoratori del settore televisivo, che al momento dell’indagine non erano toccati dal blocco ma che ora invece iniziano a rallentare la loro attività in modo evidente. Complessivamente, dovrebbero essere poco meno di 300 mila lavoratori a sospendere la loro attività.

Symbola è la fondazione che promuove e aggrega le “qualità italiane” con ricerche, eventi e progetti che valorizzano le imprese nazionali. Alle stime del Centro Studi Doc, aggiunge una valutazione sull’impatto economico che la pandemia causerà al settore dello spettacolo. Su un totale di 96 miliardi di euro in un anno (pari al 6,8% delle attività economiche del Paese), un blocco delle attività fino al 5 aprile potrebbe comportare perdite fino a 8 miliardi di euro e ovviamente le cifre lieviterebbero nel caso in cui il blocco dovesse proseguire.

Non esistono dati completi per quanto riguarda i musei, ma una buona approssimazione può essere raggiunta analizzando quanto dichiarato dal Comune di Milano: secondo gli studi del capoluogo lombardo, i musei civici (Palazzo Reale, la Galleria d’Arte Moderna, i musei del Castello Sforzesco…) perdono qualcosa come 400 mila euro ogni settimana di chiusura. Perdite che ricadono in parte (30%) sui concessionari che gestiscono biglietterie, bookshop e visite guidate. Come per quasi tutte le altre attività, anche per i musei una volta che si riapriranno le porte quasi sicuramente avverrà con visite contingentate e pertanto le perdite non saranno recuperate in tempi brevi, con un ritorno all’utile molto lontano nel tempo.

Abbastanza facile calcolare il danno per i musei statali. È sufficiente il confronto con i dati del 2018, quando gli incassi per la vendita dei biglietti in marzo erano stati 17 milioni di euro lordi (4,2 milioni alla settimana) e in aprile 23 milioni: 5,7 milioni alla settimana. Dal lockdown non si è più venduto un solo biglietto e valutando l’incasso complessivo del 2018 in 229 milioni di euro, è semplice calcolare che il blocco di un mese primaverile (alta stagione di affluenza) potrebbe essere valutato nel 10% circa del totale.

Drammatica la situazione nel settore turistico. COVID-19 sta praticamente cancellando i fatturati di hotel e ristoranti. La sede milanese di Federalberghi (la federazione delle associazioni italiane alberghi e turismo) l’11 marzo ha annunciato che – per l’area di Milano, Lodi e Monza Brianza – le perdite dovrebbero ammontare a oltre 5 milioni di euro al giorno, con il 95% degli hotel chiusi. A fare una stima a livello nazionale è invece Confcommercio (la confederazione generale italiana delle imprese, delle attività professionali e del lavoro autonomo) che per l’intero comparto alberghiero italiano, compresi i ristoranti, il 16 marzo valutava rispetto al 2019 una perdita quasi del 13%, qualcosa come 13 miliardi di euro persi. Confcommercio ha specificato che per questa stima ha considerato il picco della crisi sanitaria tra marzo e aprile, con i primi segnali di ripresa in maggio e il ritorno alla normalità in giugno.

Altrettanto negativa la situazione delle guide turistiche, i cui guadagni sono stati azzerati. Secondo una stima della CGIL di Firenze ogni guida perde fino a 3 mila euro al mese, importo che può naturalmente crescere nel caso il blocco dovesse proseguire a oltranza.

Il settore librario ha già registrato forti perdite con le vendite in sensibile diminuzione, e con le librerie chiuse la situazione non può che peggiorare. Il 10 marzo, l’Associazione italiana editori ha comunicato un calo delle vendite pari al 25% con un picco che ha raggiunto il 50 in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, le regioni più colpite dalla pandemia.

Infine, ancora non ci sono dati certi sulle perdite nel settore della produzione culturale complessiva: imprese editoriali, case discografiche e multimediali, produttori cinematografici, editoria audiovisiva, media digitali e online, servizi per la valorizzazione del patrimonio culturale… In Italia si tratta di un settore che garantisce quasi 24 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’1,5% del PIL.

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