Bastano 24 ore per sviluppare un test

| Secondo gli esperti è un tempo più che sufficiente. Ma allora per quale motivo alcuni paesi hanno ancora difficoltà a diagnosticare il virus fra la popolazione?

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Durante la prima settimana di gennaio, iniziano a circolare voci su una nuova e misteriosa forma di polmonite che in Cina sta colpendo decine di persone. Alcuni pazienti versavano in condizioni critiche, e un certo numero presentava lesioni profonde in entrambi i polmoni.

A migliaia di chilometri di distanza, a Berlino, lo scienziato tedesco Olfert Landt era già in stato di allerta. Per 30 anni aveva lavorato alla diagnosi di virus, tra cui la SARS. Voleva preparare un kit di prova per aiutare i medici a diagnosticare la malattia, e lo voleva in fretta.

Prima iniziare a lavorare su un test, i virologi solitamente aspettano che il materiale genetico di un nuovo virus sia sequenziato: ma questa volta, Landt e la sua azienda, la “TIB Molbiol” sono entrati in azione immediatamente. Pochi giorni dopo, il 9 gennaio, avevano definito il loro primo kit di test usando come punto di partenza e di riferimento la SARS e altri coronavirus finora conosciuti. Insieme agli scienziati di un ospedale universitario locale, la TIB progetta tre diversi kit con l’idea che una volta resa nota la sequenza, sarebbe stato possibile scegliere quello più attendibile.

L’11 gennaio, Landt invia il kit al Centro per il controllo delle malattie di Taiwan e alla società diagnostica “Roche” di Hong Kong: non sapeva con certezza se avrebbero funzionato e non aveva neanche preparato delle istruzioni. Nel corso di un fine settimana ha elaborato un manuale e lo ha inviato via e-mail accompagnato da una nota: “Fornitelo al laboratorio di prova, testate i pazienti con questo”.

Alla fine, il test che ha inviato era perfetto. Il 17 gennaio, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato online il protocollo della Landt, rendendolo il primo test condiviso dall’OMS.

Da quel momento, Landt stima di aver prodotto quattro milioni di test entro la fine di febbraio, e altri 1,5 milioni ogni settimana successiva. Ogni kit - che comprende 100 test - è stato venduto a 160 euro (173 dollari) a clienti in Arabia Saudita, Sudafrica, Australia ed Europa. “Non lavoro per soldi, ne prendo sì, come è giusto, ma non abbiamo bisogno di soldi, vogliamo solo fare la nostra parte”.

Quando si tratta di fermare la diffusione di una pandemia, i test sono il punto chiave: se ad una persona viene diagnosticata la presenza del virus, può essere isolata e trattata in modo adeguato. Come ha affermato il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus all’inizio di questo mese: “Abbiamo un semplice messaggio per tutti i paesi: test, test, test”.

Ma a quasi tre mesi di distanza dalle prime notizie sulla misteriosa malattia, i paesi di tutto il mondo stanno ancora lottando per testare il Covid-19. Alcuni test sono imprecisi, altri hanno richiesto molto tempo per essere creati, e le aziende che li producono avvertono di essere a corto di materiali. Questo solleva una domanda importante: se un test può essere sviluppato così rapidamente, perché alcuni Paesi sono ancora in difficoltà?

A Hong Kong, anche il virologo cinese Leo Poon ha seguito gli sviluppi da gennaio. Come Landt, aveva lavorato per anni sulle malattie emergenti: nel 2003, è stato il suo team di scienziati dell’Università di Hong Kong a identificare come un coronavirus la SARS, emersa l’anno prima nella Cina continentale. “Poiché in passato abbiamo vissuto questi eventi tragici, sappiamo quanto sia importante avere un test diagnostico efficace. Ecco perché abbiamo cercato di fare il lavoro il più in fretta possibile”. Ma a differenza di Landt, Poon ha aspettato la sequenza per dare il via al suo team. In primo luogo, hanno esaminato l’RNA del nuovo coronavirus, stabilendo che il test avrebbe preso di mira parti del codice che erano simili a quelle del coronavirus della SARS, parti che avrebbero avuto meno probabilità di mutare in quanto essenziali per il virus.

Il modo standard per rilevare un virus è l’utilizzo di una tecnica chiamata reazione a catena della polimerasi (PCR): ideata negli anni ‘80, è usata per una serie di applicazioni che vanno dall’identificazione del DNA ai test per verificare se un raccolto di frutta è colpito da parassiti.

Sei giorni dopo aver ricevuto della sequenza, Poon aveva ideato un test: come quello di Landt, può rilevare la SARS e il Covid-19. Nei mesi successivi, Poon ha inviato gratuitamente i test in più di 40 paesi in tutto il mondo, compresi Egitto e Cambogia. Ogni Paese riceve un solo kit, che costa tra i intorno a 500 dollari, e può essere utilizzato per testare 100 persone. Ma in realtà, se la TIB Molbiol sta facendo affari d’oro, Poon e il suo team lavorano essenzialmente gratis: “Non abbiamo soldi, e abbiamo zero risorse, stiamo dando fondo alla nostra buona volontà”.

Sul suo sito web, l’OMS elenca sette protocolli che sono essenzialmente linee guida per gli scienziati che sperano di realizzare kit di prova: sia i test di Landt che quelli di Poon sono illustrati in dettaglio. “La questione della proprietà intellettuale non è ciò che ci interessa - ha commentato Poon - ciò che ci spinge a fare questo lavoro è cercare di reagire a queste infezioni per salvare quante più vite possibili”.

A metà gennaio, a Gisborne, una soleggiata città sulla costa della Nuova Zelanda, John Mackay ha ricevuto una richiesta dal “National Reference Laboratory” governativo che chiedeva kit per rilevare il coronavirus. Il direttore tecnico del laboratorio di diagnostica ha inviato un’email a Landt: “Supponiamo che tu disponga di kit pronti a partire”. Nel giro di mezz’ora, è arrivata la risposta. “Sì, ne volete?”. I kit sono stati inviati in Nuova Zelanda, e circa un mese prima che il Paese registrasse il suo primo caso, le autorità erano pronte a effettuate i test.

Altri Paesi hanno deciso di produrlo da soli. Uno dei primi è stato sviluppato nella Cina continentale dal Centro per il controllo delle malattie del Paese: il 24 gennaio, il protocollo era stato pubblicato sul sito web dell’OMS. All’inizio di febbraio, mentre l’epidemia infuriava nella Cina continentale, un certo numero di persone risultavano negative al primo tampone e positive al secondo. In un articolo apparso sul quotidiano cinese “China Daily”, Gao Zhancheng, capo del dipartimento di cure respiratorie dell’ospedale popolare dell’Università di Pechino, avvertiva che una serie di fattori potevano influire sui test.

Non è andata meglio negli Stati Uniti. Il 17 gennaio - lo stesso giorno in cui l’OMS ha pubblicato il protocollo della Landt - un alto funzionario sanitario ha riferito che i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie avevano realizzato un proprio test senza usare i protocolli pubblicati dall’OMS. L’agenzia ha annunciato il 5 febbraio che avrebbe iniziato a spedire i kit, ma poco dopo alcuni laboratori hanno riferito che presentavano difetti e non funzionavano.

È facile intuire come i lavori di Landt e Poon abbiano aiutato diversi paesi a guadagnare tempo e prepararsi all’epidemia, ma i due laboratori non hanno la capacità di soddisfare le richieste del mondo intero. Ci sono anche altre ragioni per cui il mondo ha bisogno di più kit di test: per prima cosa, gli scienziati non sanno per certo se il loro funzionerà. L’esempio degli Stati Uniti, un banale difetto di fabbricazione che ha creato un ritardo nei test, avrebbe creato enormi problemi se tutto il mondo si fosse affidato a quell’unico test. Un altro problema è che il virus potrebbe potenzialmente mutare in modo che un kit non funzioni più. Un’altra considerazione è che un test che funziona in un paese potrebbe non funzionare in un altro. Avere a disposizione una serie di test mette meno sotto pressione chi li produce e l’intera catena di fornitura.

Secondo la “Roche Diagnostics Corporation”, distribuire 400.000 test alla settimana non è sufficiente per tenere il passo con la domanda: “Al culmine dell’emergenza sanitaria globale, la domanda supererà l’offerta. Se avessimo avuto test migliori fin dall’inizio, avremmo potuto davvero cambiare il tasso di infezione. Ma non possiamo tornare indietro, dobbiamo solo andare avanti, imparare e fare in modo che tutto questo non accada mai più”.

Per dirla senza mezzi termini, alcuni paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna hanno sprecato l’opportunità di prepararsi per tempo alla pandemia: secondo il sito web del CDC, i centri americani per il controllo delle malattie e i laboratori di salute pubblica hanno testato più di 71.000 campioni, anche se il vicepresidente Mike Pence ha affermato che finora sono stati testati 254.000 americani. Alla data del 22 marzo, il Regno Unito aveva testato 72.818 persone. Dati in netto contrasto con l’approccio di altri Paesi: nella piccola Islanda, le autorità sanitarie hanno intrapreso uno screening completo, e al 21 marzo, più di 9.700 delle 350.000 persone del Paese erano state sottoposte a test. In Corea del Sud il governo ha reso i test incredibilmente accessibili, anche attraverso laboratori mobili “drive-through”. Una scelta che ha permesso al Paese di testare oltre 300mila persone su 52 milioni di abitanti. E in Nuova Zelanda, dove ci sono 102 casi confermati, fra l’1 e il 2% dei test sono risultati positivi, contro il 5% nel Regno Unito e il 13% degli Stati Uniti.

Secondo Poon, ci sono una serie di motivi per cui alcuni paesi sono stati lenti a testare: i test richiedono personale addestrato, le giuste attrezzature e i giusti materiali, e la mancanza di uno di questi ostacola il processo.

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