Brasile, la strage delle tribł amazzoniche

| Le comunitą che vivono nelle pił remote regioni della foresta amazzonica minacciate dalla pandemia: mentre il numero di morti e di infezioni continua a salire, nessuno se ne occupa

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Il Covid-19 si è fatto strada ovunque, anche attraverso le fitte foreste brasiliane: lontane dagli ospedali, dagli occhi del mondo e prive di qualsiasi tipo di assistenza, le tribù indigene si stanno decimando ad ritmo allarmante, nel disinteresse generale.

Secondo il gruppo “APIB” (Articulation of Indigenous Peoples of Brazil) che traccia la vita dei 900.000 indigeni del paese, il tasso di mortalità è il doppio di quello del resto della popolazione brasiliana, L’APIB ha registrato più di 980 casi di coronavirus confermati e almeno 125 morti. Una delle prime vittime lo scorso aprile: un quindicenne yanomami che viveva in un remoto villaggio dell’Amazzonia. Ma non va meglio neanche per gli indigeni che si sono trasferiti in città o aree urbane più grandi per studiare o cercare lavoro, spesso in condizioni di vita precarie e con scarse possibilità di accesso alle strutture pubbliche.

“Il coronavirus ha approfittato di anni di totale abbandono e disinteresse - ha commentato Dinaman Tuxa, coordinatore esecutivo dell’APIB e membro del popolo Tuxa - le nostre comunità si trovano spesso in regioni remote e inospitali, abbandonate al loro destino”.

Nella comunità di Tuxa, che conta 1.400 persone, non ci sono ospedali e il centro di terapia intensiva più vicino è a quattro ore e mezza di macchina. Finora, l’unica forma di prevenzione è stata il completo isolamento. “Di fronte alla pandemia non abbiamo avuto molte scelte: ci siamo isolati e abbiamo eretto delle barriere. Nessuno può entrare e cerchiamo di impedire a chiunque di uscire”.

Finora non ci sono stati casi confermati a Tuxa, ma non si sa per quanto tempo riusciranno a tenere lontano il virus. Intorno a loro, più di 60 comunità indigene hanno confermato casi di Covid-19, molti dei quali nella regione amazzonica, dove gli ospedali si possono raggiungere solo in barca o in aereo. Secondo uno studio dell’associazione no profit “InfoAmazonia”, la distanza media tra i villaggi indigeni e la più vicina unità di terapia intensiva è di 315 chilometri, ma per il 10% dei villaggi è compresa tra 700-1.110 chilometri.

“Le comunità indigene non sono preparate per il coronavirus, e le persone infette che devono essere rimosse sono costrette a percorrere lunghe distanze. Ma quando e se arrivano, sono gli ultimi a poter accedere agli ospedali, ai posti in terapia intensiva e ai ventilatori polmonari, perché non ce n’è abbastanza per tutti, e sacrificare la vita un indigeno non è considerato grave”.

Gli Stati del nord sono stati tra i più colpiti dalla pandemia: la maggior parte dei decessi di Covid-19 tra gli indigeni si è verificata in Amazonas, uno degli stati con il più alto tasso di infezione, dove lo scorso marzo i funzionari locali hanno avvertito che il sistema sanitario era ormai prossimo al collasso.

Per gli attivisti l’estrazione e il disboscamento delle terre indigene, aumentati da quando il presidente Bolsonaro è salito al potere, rappresentano una minaccia ancora maggiore per le comunità più remote. Lo scorso aprile, la deforestazione della foresta pluviale è aumentata di quasi il 64% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, secondo i dati dell’INPE, l’Istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale. Solo il mese scorso, più di 405,6 chilometri quadrati – il doppio dell’area di Washington - sono andati distrutti.

“Le popolazioni dell’Amazzonia non hanno gli anticorpi per le malattie che arrivano dall’esterno della foresta pluviale. C’è l’enorme pericolo che il coronavirus possa trasformarsi in un vero e proprio genocidio”.

La settimana scorsa il Congresso brasiliano ha approvato un piano d’emergenza per le comunità indigene: oltre alla fornitura di attrezzature mediche e ospedali da campo, abbondanti scorte di acqua potabile e di cibo permetteranno alle tribù di isolarsi. Ma il piano dev’essere ancora approvato dal Senato e ottenere il via libera da Bolsonaro, che malgrado i morti continua a sminuire il virus e ha un rapporto assai conflittuale con le comunità indigene.

“Gli indigeni non possono essere sempre gli ultimi - ha tuonato Wapichana, il relatore del piano - non c’è un solo ospedale da campo per loro, li stanno costruendo nei posti sbagliati”.

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