COVID-19, il destabilizzatore politico

| Malesia, Sudafrica e Russia: tre Paesi con problemi differenti (lotte etniche, dissesto economico e ricerca di stabilità) si trovano ad affrontare la pandemia con decreti restrittivi che possono provocare una forte crisi interna

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Di Marco Belletti

Risale al 16 marzo l’annuncio da parte di Muhyiddin Yassin, recente nuovo primo ministro della Malesia, di introdurre misure di sicurezza straordinarie per limitare la diffusione di COVID-19 sul territorio nazionale, tra cui il blocco della circolazione e la chiusura dei confini. Attualmente sono circa 1.200 i positivi e una decina i morti, che rendono la Malesia lo stato ad oggi più colpito dall’epidemia nel Sudest asiatico.

La decisione prevede che le restrizioni restino in vigore fino alla fine di marzo e sono state studiate per scongiurare un’emergenza sanitaria non sostenibile e gli effetti che potrebbe causare sull’economia nazionale il propagarsi senza controllo di malati e morti. In realtà già il governo precedente a febbraio era intervenuto. L’allora primo ministro ad interim Mahathir Mohamad aveva in fretta e furia approvato l’importo di 4,8 miliardi di dollari per sostenere l’economia della nazione contro gli effetti dell’emergenza sanitaria. Immediatamente dopo questa decisione si aprì la crisi di governo che ha portato alla nomina di Muhyiddin e alla creazione della coalizione “Perikatan Nasional” (Alleanza nazionale).

Secondo il Centro studi internazionali, il momento che sta attraversando la Malesia è particolarmente delicato e lo scoppio della pandemia spinge il governo appena insediato a prendere misure drastiche, dovendo nel contempo assicurare la stabilità dell’esecutivo. La fase politica malese è molto confusa, con continui cambi di equilibri all’interno della formazione di governo e scambi con parlamentari dell’opposizione.

Quanto riuscirà a fare il governo in questo delicato frangente permetterà di comprendere quale sarà la direzione verso cui andrà l’esecutivo nel futuro immediato. L’alleanza nazionale malese è composta dai tre principali partiti esclusivamente di etnia Malay e sembra essere orientata verso un programma politico per tutelare le esigenze e le priorità della maggioranza della popolazione.

Del resto, “Malay first” è lo slogan più volte sostenuto dal primo ministro in campagna elettorale e se dovesse diventare non solo propaganda ma programma politico, porterebbe a un rallentamento del processo di trasformazione del Paese, provocando una rottura quasi certamente insanabile tra la maggioranza Malay e le minoranze etniche, principalmente cinesi e indiane.

Completamente diversa la situazione in Sudafrica, dove il 5 marzo è stato registrato il primo caso di positività alla COVID-19: un uomo di 38 anni di ritorno dall’Italia. Con 250 casi e un forte e costante incremento giornaliero dei contagi (pari al 61%), il Sudafrica ha il maggior numero di casi accertati nell’Africa subsahariana.

Anche in questa nazione è stata dichiarato lo stato d’emergenza. A guidare le scelte del presidente Cyril Ramaphosa, sicuramente la situazione della Sanità e la recessione economica che sta colpendo duramente il Paese.

Oltre a chiudere i confini e le scuole, Ramaphosa ha firmato un decreto per aumentare la disponibilità di acqua pulita nelle aree densamente popolate e rurali, in una situazione drammatica a causa della grave siccità che affligge da circa due anni il Sudafrica. In questo modo il governo intende limitare al massimo i contagi per non fare collassare il sistema sanitario nazionale che – sebbene sia tra i più sviluppati del continente – è al limite e dispone solo di un migliaio di posti letto in terapia intensiva.

Il CSI afferma che la popolazione sembra rispettare le rigide regole imposte dal presidente, ma a destare preoccupazione continuano a essere gli indicatori economici del Paese. Già prima della pandemia il trend era molto negativo: il 2019 si è chiuso con una crescita annua dello 0,2 per cento e un tasso di disoccupazione del 27,9 per cento. Per questi dati il Sudafrica era entrato in recessione e ora l’immobilismo economico che la pandemia globale sta provocando potrebbe aggravare ulteriormente le condizioni della nazione, che tra l’altro intrattiene forti scambi commerciali con la Cina. La nazione asiatica, la cui economia è ovviamente in drastica contrazione, è il primo partner del Sudafrica con un interscambio di oltre 33 miliardi di dollari.

La principale fonte di entrate economiche per il Paese africano sono la vendita di oro, diamanti e carbone, pari a oltre il 50 per cento delle esportazioni complessive. Il calo della domanda cinese e le misure anti coronavirus che di fatto riducono sensibilmente l’estrazione mineraria, stanno già aggravando le condizioni economiche sudafricane, riducendo i fondi da stanziare per fronteggiare l’emergenza.

Nel frattempo, in Russia il 16 marzo la corte costituzionale ha espresso parere favorevole al disegno di riforma costituzionale per modificare i termini dei limiti di mandato alla presidenza della Federazione.

In una nazione che sta mostrando ufficialmente i primi sintomi di preoccupazione per la diffusione del coronavirus – anche se ufficialmente i casi sono 300 con un solo morto – e per i suoi devastanti impatti (chiusura delle scuole, divieto di esportazione di materiali sanitari e aumento della loro produzione), gli emendamenti approvati mantengono il limite dei due mandati presidenziali, eliminano il vincolo della loro consecutività e ne azzerano il calcolo pregresso. In pratica, da oggi si potrà essere presidente non più di due volte nella vita e non al massimo per due volte consecutive. Inoltre, tutti i mandati precedenti alla riforma non saranno calcolati e quindi questi emendamenti permetteranno – se confermati dal referendum popolare del 22 aprile – all’attuale capo dello stato Vladimir Putin di ricandidarsi alle prossime elezioni e restare al potere oltre il 2024.

La scelta di permettere a Putin di essere rieletto presidente – spiega il Centro studi internazionali – significa che Putin non ha ancora trovato un erede politico e cerca di offrire stabilità alla nazione in un momento di grande incertezza, cui l’emergenza per la COVID-19 non gioverà di certo.

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