Dopo le bugie, arriverà una seconda ondata in Cina

| Zhong Nanshan, massimo esperto cinese, è convinto che la mancanza di immunità sulla popolazione avrà serie conseguenze. E ammette anche le bugie raccontate nelle fasi iniziali

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Per il dottor Zhong Nanshan, consulente medico senior del governo cinese e volto pubblico della lotta contro la Covid-19, la mancanza di immunità nella popolazione cinese significa che il Paese deve ancora affrontare una potenziale seconda ondata di infezioni.

In un’intervista rilasciata alla CNN, Nanshan ha inoltre confermato che le autorità di Wuhan, la città in cui il coronavirus è stato segnalato per la prima volta lo scorso dicembre, hanno volontariamente nascosto i dettagli chiave sull’entità dell’epidemia nelle fasi iniziali. All’inizio di febbraio, la Cina dichiarava 3.887 nuovi casi al giorno: un mese dopo, i casi giornalieri erano scesi a due cifre, mentre negli Stati Uniti il numero di infezioni giornaliere saliva alle stelle, passando dai 47 casi del 6 marzo a 22.562 entro la fine dello stesso mese. Di conseguenza, avendo ormai in gran parte contenuto il virus, la vita in Cina sta lentamente tornando alla normalità: i lockdown si sono allentati ovunque e scuole e fabbriche hanno riaperto in tutto il Paese. Ma Zhong è convinto che sia in arrivo una seconda ondata di infezioni: nelle ultime settimane sono emersi nuovi focolai di coronavirus in tutto il Paese, tanto a Wuhan quanto nelle province di Heilongjiang e Jilin.

Zhong - una sorta di Anthony Fauci cinese - è conosciuto in Cina come “l’eroe della SARS” per aver combattuto la grave epidemia del 2003, e anche questa volta ha guidato la risposta del paese al coronavirus, soprattutto nelle fasi iniziali dell’epidemia. Il 20 gennaio scorso è stato lui a confermare sul canale di un’emittente statale che il coronavirus poteva essere trasmesso tra le persone, dopo che le autorità sanitarie di Wuhan avevano sostenuto per settimane che non c’erano prove evidenti di trasmissione da uomo a uomo, e che l’epidemia poteva ancora essere “prevenibile e controllabile”.

A capo di un team di esperti inviato dall’NHC per indagare sull’epidemia, Zhong ha visitato Wuhan il 18 gennaio: al suo arrivo ha ricevuto molte chiamate da colleghi medici e suoi ex studenti che lo avvertivano di una situazione molto peggiore di quanto affermavano i rapporti ufficiali. “In quel momento, le autorità locali non volevano dire la verità. Ma avevo il sospetto che ci fosse un numero maggiore di persone infette”. Zhong si è insospettito quando il numero di casi ufficialmente segnalati a Wuhan è rimasto a 41 per più di 10 giorni, malgrado i contagi salissero ovunque. “Non credevo a quel risultato, così ho continuato a chiedere il numero reale, ma erano molto riluttanti”.

Due giorni dopo, da Pechino gli comunicano che il numero totale di casi confermati a Wuhan era 198, con tre vittime e 13 operatori sanitari infetti. È a quel punto che nel corso di un incontro con i funzionari del governo centrale, tra cui il premier Li Keqiang, Zhong ha proposto una mossa senza precedenti: isolare Wuhan per contenere la diffusione. 

Tre giorni dopo il governo centrale ha messo la città sotto chiave cancellando tutti i voli, i treni e gli autobus in entrata e in uscita dalla città, oltre a bloccare le principali autostrade.

Il blocco di Wuhan è stato revocato 76 giorni dopo. Il 27 gennaio, il sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, ha ammesso che di non aver rivelato pubblicamente informazioni in modo tempestivo, ma tentando anche di spiegare il perché: “come governo locale, possiamo divulgare informazioni solo dopo essere stati autorizzati”.

Mentre Zhong ha riconosciuto che il numero di infezioni era inizialmente inferiore a quello reale, ha anche respinto le accuse secondo cui le statistiche ufficiali cinesi sarebbero rimaste inattendibili anche dopo che il governo centrale ha preso il controllo della situazione. “La Cina ha imparato a caro prezzo 17 anni fa la lezione dalla SARS, quando ha coperto una parte dell’epidemia per due o tre mesi. Quindi, dal 23 gennaio, penso che tutti i dati diffusi siano corretti”.

Lo stupore di Zhong è più verso per il numero di infezioni e di morti negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei: “Credo in tanti abbiano pensato al coronavirus come un’influenza leggermente più acuta, ma come abbiamo visto non è così”.

Per finire, Zhong respinge le teorie secondo cui il virus ha avuto origine in un laboratorio di Wuhan. “Ho chiesto ripetutamente a Shi Zhengli, il virologo capo dell’Istituto di virologia al centro delle accuse dell’amministrazione Trump, di sostenere che il virus è stato creato nel suo laboratorio ed è uscito accidentalmente. Mi ha sempre risposto che ridicolo, nessun virologo avrebbe mai fatto una cosa del genere. In più, per le attrezzature, le strutture e il personale di cui dispongono non sono in grado di creare alcun tipo di virus artificiale. Comunque sia, all’'inizio di febbraio le autorità cinesi per il controllo delle malattie hanno passato due settimane a indagare nel laboratorio di Shi, senza trovare nulla di scorretto”.

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