E se il vaccino non arrivasse?

| La comunità scientifica mondiale è al lavoro e le speranze sono altissime, ma in tanti studiano anche un piano B: farmaci che rallentino gli effetti del virus nel caso fossimo costretti a convivere per anni con il Covid-19

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Nel novembre del 2002, la SARS fa la sua comparsa nella provincia del Guangdong, in Cina. Si esaurisce da sola nel luglio dell’anno successivo, dopo 8.096 casi accertati e 774 decessi in 17 paesi diversi. Il vaccino non è mai stato individuato.

È una delle ipotesi che la comunità scientifica internazionale sta tenendo in considerazione: che malgrado gli sforzi non sia possibile arrivare ad un vaccino che liberi il pianeta. O che anche sviluppando terapie, i focolai potrebbero comunque spuntare ogni anno, alimentando il numero dei morti.

Si vive in un’altalena fatta dal parere di esperti che risollevano le speranze, e subito dopo le affossano. Ma in molti credono che più di pensare a eliminare dalle nostre vite il Covid-19 in tempi brevi, potrebbe essere necessario imparare a conviverci. Seguendo i consigli degli esperti le città si aprirebbero lentamente riconquistando alcune libertà, anche se con un guinzaglio corto, adottando stili di vita che devono fare i conti con test e tamponi, ed il rischio sempre imminente che scatti un lockdown improvviso.

Si tratta di ipotesi di cui raramente i politici accettano di parlare, preferendo infondere cauto ottimismo per gli esperimenti in corso per trovare un vaccino. Ma l’eventualità è presa molto seriamente da molti esperti, perché è già successo in passato. Più e più volte.

“Ci sono alcuni virus contro i quali ancora non abbiamo vaccini - assicura il dottor David Nabarro, professore all’Imperial College di Londra – in realtà non possiamo mai dare per scontato se un vaccino non ci sarà, o se mai fosse, se sarà in grado di superare i test di efficacia e sicurezza. È essenziale che ogni Paese si metta nelle condizioni di difendersi da una minaccia costante, trovando il modo per permette una nuova vita sociale e la ripresa delle attività economiche”.

La maggior parte degli esperti ha fiducia: il vaccino contro il Covid-19 arriverà presto. Un ottimismo che come punto di forza la scarsa mutazione del coronavirus, a differenza di malattie come l’HIV e la malaria. Molti, fra cui il dottor Anthony Fauci, pensano che nel periodo che va da un anno a 18 mesi il vaccino diventerà realtà. Altri, come il responsabile sanitario inglese Chris Whitty, credono che un anno sia troppo presto. “Non si è mai visto un vaccino sviluppato in un tempo così breve: non significa che sia impossibile, ma che sarà un’impresa eroica. Per questo, abbiamo bisogno di un piano A e di un piano B”.

Nel 1984, il Segretario della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti Margaret Heckler annunciò in una conferenza stampa a Washington, che gli scienziati avevano identificato con successo il virus che più tardi divenne noto come HIV, assicurando che un vaccino preventivo sarebbe stato pronto nel giro di due anni. Quasi quattro decenni e 32 milioni di morti dopo, il mondo è ancora in attesa. Le difficoltà nel trovare un vaccino sono causa della natura stessa dell’HIV/AIDS: “Continua a mutare all’interno dell’organismo, quindi è come essere infettati da mille diversi filamenti di HI”.

Il Covid-19 non ha lo stesso livello di mutevolezza, rendendo gli esperti più ottimisti sulla ricerca di un vaccino. Ma ci sono state altre malattie che hanno confuso sia gli scienziati che il corpo umano. Un vaccino efficace per la febbre dengue, che secondo l’OMS infetta ben 400mila persone all’anno, è sfuggito ai medici per decenni. Nel 2017, uno sforzo su larga scala per trovarne uno è stato sospeso dopo che si è scoperto che peggiorava i sintomi della malattia. “Abbiamo a che fare con sistemi biologici, non meccanici. Dipende molto da come il corpo reagisce”.

Sul coronavirus sono già in corso esperimenti sull’uomo all’Università di Oxford, in Inghilterra, per un vaccino prodotto da un virus che colpisce gli scimpanzé, e lo stesso sta accadendo negli Stati Uniti con un altro vaccino.

Ma se la sperimentazione fallisse, il virus potrebbe rimanere fra noi per molti anni. È la risposta medica all’HIV/AIDS a fornire un quadro di riferimento per convivere con qualcosa che non siamo in grado di debellare. “Con l’HIV siamo stati in grado di renderla una malattia cronica grazie agli antivirali. Abbiamo fatto quello che abbiamo sempre sperato di fare con il cancro, e oggi non è più la condanna a morte certa di chi era colpito negli anni Ottanta”.

Lo sviluppo innovativo di una pillola preventiva quotidiana ha portato centinaia di migliaia di persone a rischio di contrarre l’HIV ad essere protette dalla malattia. Anche per il Covid-19 sono stati testati un certo numero di trattamenti, nell’eventualità sia necessario un Piano B, ma sono sperimentazione ancora in una fase molto precoce. Gli scienziati stanno esaminando il remdesivir, un farmaco anti-Ebola, esplorando anche i trattamenti con plasma sanguigno. L’idrossiclorochina, la molecola resa celebre dalla sparata di Trump pare non funzioni su pazienti molto malati.

“I farmaci individuati sono i migliori candidati - assicura Keith Neal, professore di epidemiologia all’Università di Nottingham - il problema è l’approccio frammentario dei test. Occorrono studi controllati e randomizzati”. Ora quei test sono partiti, e se uno di quei farmaci funziona realmente contro il Covid-19 i primi risultati dovrebbero emergere “entro poche settimane”. Il primo potrebbe già essere in arrivo; la Food and Drug Administration americana sta valutando di mettere a disposizione dei pazienti il remdesivir dopo diversi segnali secondo cui potrebbe accelerare la guarigione dal coronavirus. Se così fosse, gli effetti a catena di un trattamento di successo si farebbero sentire rapidamente: se un farmaco può ridurre di qualche giorno il tempo medio di permanenza in terapia intensiva di un paziente, libererebbe la capacità ospedaliera e potrebbe quindi aumentare notevolmente la volontà dei governi di riaprire la società. Ma l’efficacia di un trattamento non dipende solo da quello: il remdesivir non è commercializzato in tutto il mondo e l’aumento della produzione potrebbe essere un problema. E soprattutto, qualsiasi trattamento non impedirà il verificarsi di nuove infezioni, il che significa che il coronavirus sarebbe più facile da gestire e che la pandemia si placherebbe, ma la malattia potrebbe convivere con noi per molti anni ancora.

“L’isolamento non è sostenibile dal punto di vista economico, e neanche da quello politico, quindi abbiamo bisogno di altre cose per controllare la pandemia”. Ciò significa che, mentre i paesi iniziano a strisciare lentamente fuori dalle loro paralisi, gli esperti spingono i governi a mettere in atto un nuovo modo di vivere e di interagire per guadagnare tempo fino a quando il virus potrà essere eliminato con un vaccino.

“È assolutamente essenziale lavorare per essere pronti: questo richiede un nuovo contratto sociale in cui i cittadini di ogni Paese, pur iniziando a condurre una vita normale, si assumano la responsabilità personale di autoisolarsi se mostrano sintomi o entrano in contatto con un potenziale caso”. Gli esperti prevedono anche un cambiamento permanente verso il lavoro da casa, necessità che potrebbe diventare uno stile di vita standard. “Dobbiamo avere comportamenti di piena responsabilità personale: un patto collettivo per la sopravvivenza e il benessere di fronte alla minaccia del virus. È assolutamente fondamentale poter contare su un sistema sanitario pubblico che includa la ricerca di contatti, la diagnosi sul posto di lavoro, il monitoraggio per la sorveglianza e la comunicazione tempestiva sulla necessità o meno di reintrodurre l’allontanamento sociale: è fattibile, ma è complicato e soprattutto non l’abbiamo mai fatto prima”.

Questi sistemi potrebbero consentire il ritorno di alcune interazioni sociali. “Se la trasmissione è minima, potrebbe davvero essere possibile aprire perfino gli stadi per gli eventi sportivi e altri grandi raduni, ma dev’essere chiaro a tutti che una decisione simile non sarebbe permanente e andrebbe continuamente valutata dai governi e dagli enti sanitari pubblici”.

E anche in caso di allentamento delle misure di lockdown, è probabile che le restrizioni tornino durante l’inverno, con picchi di Covid-19 che potrebbero tornare fino alla scoperta di un vaccino. Ma se le epidemie precedenti hanno dimostrato qualcosa, è che la caccia ai vaccini è sempre imprevedibile.

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