Francia, l’égalité che non c’è

| Dai test privati per i ricchi rifugiati nelle ville di Saint-Tropez ai disordini dei poveri delle banlieues: il coronavirus sta evidenziando ancora una volta il netto divario sociale della Francia

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I francesi ricchi e nobili hanno scelto fin dal 17 marzo, data di inizio della quarantena imposta dall’Eliseo, di trascorrere il lungo lockdown nelle loro residenze sul mare, disseminati lungo residenze hollywoodiane in Costa Azzurra. Anche lì non si può uscire, ma ville, giardini e piscine rendono sicuramente meno opprimente la clausura.

Non è lo stesso per milioni di altri francesi, costretti nelle tristi banlieues, vere polveriere di rabbia e violenza ancora una volta pronte ad esplodere. Le percentuale di morti, fra i primi e i secondi, è abissale: costretti in appartamenti piccoli e fatiscenti, gli abitanti delle periferie muoiono a migliaia, mentre i loro connazionali commentano amareggiati le notizie guardando il Mediterraneo che anticipa l’estate.

La scorsa settimana, le banlieues sono tornate ad accendersi, con auto e bidoni dell’immondizia dati alle fiamme e manifestanti che hanno tempestato di sassi e petardi la polizia, accusata di brutalità e razzismo. Il blocco delle attività non essenziali previsto fino all’11 maggio, insieme all’obbligo di un’autorizzazione valida per uscire di casa, ha avuto un impatto devastante sui francesi che vivono nei quartieri più poveri e densamente popolati. Diverse associazioni, tra cui l’ATTAC (Association pour la taxation des transaction financières et pour l’action citoyenne), hanno ricordato che molti residenti dei quartieri popolari sono in prima linea come lavoratori considerati essenziali. “Eppure le disuguaglianze sociali, già evidenti, sono rafforzate dalla gestione del coronavirus ed esploderanno con la prossima crisi economica e sociale”.

In netto contrasto, i residenti benestanti di una delle più esclusive comunità recintate della Costa Azzurra sono stati coinvolti in polemiche dopo che è emerso che alcuni hanno avuto accesso prioritario a test e tamponi, malgrado la pressione sugli ospedali e sulle case di cura in tutto il Paese.

Le tensioni nella periferia nord di Parigi si sono acuite dopo un incidente di sabato scorso, quando un motociclista nella banlieue di Villeneuve-la-Garenne è finito all’ospedale con gravi fratture dopo che la polizia ha aperto la portiera di un’auto mentre transitava. In un comunicato, la polizia ha parlato di incidente avvenuto mentre gli agenti scendevano dall’auto per parlare con il motociclista, diventando subito bersaglio di una cinquantina di residenti che dalle finestre hanno lanciato di tutto sugli agenti. In una zona dove molti residenti sono segnalati come il braccio più violento dei “gilet jaunes”, in molti sono convinti che si tratti di un atto intenzionale. Il video del motociclista ferito soccorso dalla polizia è diventato virale, scatenando diverse notti di violenza che si è allargata a macchia d’olio da Villeneuve-la-Garenne verso altri sobborghi come Gennevilliers, Nanterre, Aulnay-sous-Bois e Montreuil. Lo scorso martedì, una scuola elementare di Gennevilliers è stata data alle fiamme durante le proteste.

La giornalista e attivista francese Taha Bouhafs, che ha pubblicato sui social media i video dei primi scontri con la polizia di Villeneuve-la-Garenne, ha commentato: “La gente può assistere alla solita regola dei due pesi e due misure anche durante la prigionia. Da una parte le immagini di persone che camminano tranquillamente per le strade del centro di Parigi, dall’altra l’estrema brutalità della polizia in periferia. La reclusione non è vissuta da tutti allo stesso modo: non tutti abbiamo terrazze con vicini che suonano la fisarmonica al tramonto. Nei sobborghi ci sono famiglie di sette, otto persone chiuse in alloggi minuscoli: sono cassieri, fattorini e postini che non hanno il privilegio di lavorare da casa e se sono vittime del contagio, finiscono per sterminare le loro famiglie”.

Secondo l’Istituto nazionale di statistica francese, nella settimana dal 30 marzo al 5 aprile la zona di Seine-Saint-Denis ha registrato un aumento della mortalità del 295% rispetto alle statistiche di questo periodo dell’anno, mentre nella Hauts-de-Seine, dove si trova Villeneuve-la-Garenne, l’aumento è stato del 255%. In confronto, nello stesso periodo l’aumento dei decessi è stato del 174% a Parigi e del 61% in tutta la Francia.

Il ministro dell’interno Christophe Castaner ha riferito al Senato che le autorità hanno coordinato le operazioni nei “quartieri più sensibili” della Senna-Saint-Denis, annunciando 220mila controlli e 38mila multe, “circa il doppio della media nazionale in termini di controlli di polizia”. Il ministro ha anche ammesso “agguati e imboscate” alla forze di polizia, condannate “con la massima fermezza. Non abbiate dubbi: stiamo facendo in modo che il contenimento sia rispettato in tutta la Francia. Ma dobbiamo protezione alle nostre forze di polizia”.

La “Open Society Justice Initiative” è stata tra le 20 organizzazioni firmatarie di una lettera aperta in cui si invitava il ministro Castaner e il direttore generale della polizia nazionale, Frédéric Veaux , a garantire che i controlli di polizia effettuati durante le misure di contenimento di Covid-19 non avvenissero attraverso un uso eccessivo della forza, in modo violento o discriminatorio. L’iniziativa evidenziava una casistica di interventi di polizia basati sull’origine etnica: le persone di colore hanno sei volte più probabilità di essere fermate dalla polizia rispetto ai bianchi, e peggio ancora per gli arabi, con un percentuale maggiore del 7,6.

Ben diversa la situazione a Saint-Tropez, una delle enclavi più privilegiate di Francia, il parco giochi stellato dei ricchi e famosi. Una clinica privata avrebbe effettuato test di screening per il coronavirus su alcuni abitanti, ha affermato la scorsa settimana il quotidiano locale “Var-Matin”, notizia confermata anche dal sindaco di St. Tropez. Ma tutto questo è avvenuto dopo che il primo ministro Edouard Philippe ha riferito che c’era forte preoccupazione per le limitate scorte di alcuni farmaci, dato che i test diagnostici del coronavirus in Francia hanno superato di poco le 20.000 unità al giorno. I primi a protestare sono stati gli stessi abitanti di St. Tropez, “furiosi” per i privilegi dei residenti delle residenze affacciate sul mare, dove attici e ville valgono decine di milioni di dollari, che avevano facile accesso ai test mentre gli ospedali, le case di cura e le residenze per anziani lottavano implorando la possibilità di effettuate test e tamponi.

Il sindaco di Saint-Tropez, Jean-Pierre Tuveri, ha provato a placare le polemiche attraverso un comunicato stampa in cui assicura della presenza di un centro medico a disposizione di tutti, e le notizie sui test effettuati sui residenti illustri erano del tutto infondate. “Gli esami che hanno avuto luogo erano test anticorpali di prova gratuiti richiesti dalla fondazione senza scopo di lucro “Institut Pasteur. Non esiste alcuna possibilità, dato che questo test non è stato ancora convalidato, che potesse essere offerto al personale delle case di cura, ai residenti e ancor meno alla popolazione di Saint-Tropez”.

A smentirlo è stato Aurélie Perthuison, addetto stampa dell’Institut Pasteur: “Non siamo a conoscenza dell’uso di test tra gli abitanti di questa città, non ne siamo coinvolti e siamo stati erroneamente citati in un comunicato stampa”. Secondo Perthuison nessun test sierologico industriale è stato convalidato dal Ministero della Salute, “e come tale, è impossibile per un laboratorio privato effettuare test dal vivo sulla popolazione. Tutti gli studi di sieroprevalenza devono essere condotti in un contesto formale con attenta supervisione. Attualmente è stato portato a termine un solo studio condotto a Crépy-en-Valois in collaborazione con le autorità sanitarie francesi”.

Qualunque sia la verità, la rabbia crescente vista per le strade di Parigi mostra come la pandemia stia esacerbando le disuguaglianze. Abdelaali El Badaoui, infermiere e fondatore dell’associazione “Banlieues Santé”, che agisce nella periferia nord di Parigi, assicura che da tempo i suoi volontari si occupano di distribuire pacchi di prodotti alimentari a famiglie in “serie difficoltà”, con diversi casi di nuclei familiari che non mangiavano da giorni: “La gente non se ne sta ancora rendendo conto, ma ci sarà una crisi come non abbiamo mai visto prima. Non tutti sono uguali di fronte a questo disastro sanitario, mentre tutti dovrebbero esserlo. Il coronavirus non ha creato la crisi sociale, ha semplicemente mostrato il livello di miseria in cui vivono alcune persone: dovremmo prenderla come una lezione, un’opportunità per sconfiggere le disuguaglianze”.

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