Giappone, il Paese più in ritardo al mondo nei vaccini

| Malgrado l’avvicinarsi delle Olimpiadi, finora sarebbero state inoculate solo 18mila dosi. Il problema risale a due casi di diversi anni fa, che da allora hanno minato la fiducia dei giapponesi nei vaccini

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L’appuntamento cruciale con i giochi olimpici, previsti per luglio, avrebbe dovuto trasformare il Giappone in uno dei primi paesi al mondo ad approvare i vaccini e iniziare una vaccinazione di massa. Ma non è stato così: solo la scorsa settimana, i 126 milioni di abitanti hanno iniziato a ricevere il vaccino “Pfizer-BioNTech”, due mesi dopo paesi come Stati Uniti e Regno Unito: al momento, le cifre parlano di appena 18.000 dosi inoculate.

La casistica giapponese assai bassa è in parte dovuta agli ultimi due mesi, in cui il sistema sanitario è stato travolto dalla peggiore ondata di infezioni dall’inizio della pandemia, con centinaia di nuovi casi segnalati ogni giorno. Il governo si difende, affermando di essere stato volutamente cauto sui protocolli di approvazione, e il motivo sono una serie di scandali sui vaccini che risalgono a 50 anni fa che ancora oggi portano la popolazione ad avere uno più bassi tassi di fiducia al mondo. Tuttavia, la decisione di muoversi lentamente è stata criticata da numerosi esperti, tra cui il dottor Kenji Shibuya, professore al King’s College di Londra, che imputa il ritardo ad una mancanza di strategia che avrà un pesante costo in vite umane.

La Pfizer-BioNTech ha condotto ampi studi clinici del vaccino in fase 3 per diversi mesi in circa 150 siti di sperimentazione fra Stati Uniti, Germania, Turchia, Sud Africa, Brasile e Argentina. Il 19 novembre scorso, le due aziende partner hanno annunciato che il vaccino mostrava un’efficacia del 95% nella prevenzione delle infezioni da Covid-19. Due settimane dopo, il Regno Unito è diventato il primo paese occidentale ad approvarlo in via di emergenza, seguito dagli Stati Uniti l’11 dicembre: l’ultimo giorno dell’anno, anche l’OMS ha dato il via libera. L’approvazione del Giappone è arrivata sei settimane dopo, il 14 febbraio, al termine di un test su 160 volontari che ha mostrato risultati coerenti ai test internazionali: per gli standard giapponesi l’approvazione è stata assai rapida, visto che normalmente il processo può richiedere da uno a due anni. “Con un campione di 160 persone non si ottiene alcuna prova scientifica sull’efficacia o la sicurezza di un vaccino”, commentano gli esperti.

Secondo Taro Kono, il ministro responsabile del lancio della campagna vaccinale in Giappone, la sperimentazione clinica è stata creata nel tentativo di ricostruire la fiducia dell’opinione pubblica: “Penso sia più importante per il governo giapponese mostrare al popolo che è stato fatto tutto il possibile per dimostrarne l’efficacia e la sicurezza”.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista medica “The Lancet”, che ha mappato la fiducia nei vaccini in 149 paesi, meno del 30% dei giapponesi ritiene i vaccini sicuri ed efficaci, rispetto al 50% negli Stati Uniti.

La diffidenza giapponese risale agli anni ‘70, quando due bambini morirono 24 ore dopo aver ricevuto un vaccino contro difterite, tetano e pertosse: il vaccino fu temporaneamente sospeso, ma la gente a quel punto aveva già perso ogni fiducia. Per diversi anni, i tassi di vaccinazione infantile scesero portando ad un aumento dei casi di pertosse. Alla fine degli anni ‘80, con l’introduzione del vaccino contro morbillo, parotite e rosolia provocò alcuni casi di meningite asettica, con gonfiore delle membrane intorno al cervello e al midollo spinale. Il problema è stato ricondotto alla componente contro gli orecchioni del vaccino MMR, spianando la strada ad un’azione legale e ad un pesante risarcimento dei danni. Il National Institute of Health Science ha interrotto l’iniezione combinata nel 1993 sostituendola con vaccini individuali. Dopo i due scandali, il governo giapponese è diventato “consapevole del rischio” e il programma nazionale di vaccinazione è diventato su base volontaria. Secondo il dottor Yuho Horikoshi, esperto in malattie infettive, le cause legali hanno portato ad un “vuoto” di 15 anni, durante i quali in Giappone non è stato approvato nessun vaccino.

Solo di recente, nel 2013, il Paese ha aggiunto il vaccino contro il papillomavirus al programma nazionale per proteggere le ragazze in età pre-sessuale. Ma ancora una volta, alcuni video di ragazze che accusavano reazioni avverse hanno iniziato a circolare su YouTube, portando il governo a rimuoverlo. Il “Vaccine Adverse Reactions Review Committee” ha indagato sugli incidenti e non ha trovato alcuna prova scientifica che provi una relazione tra i casi e il vaccino, ma il caso ha portato ad un brusco calo nel numero di ragazze vaccinate, scese da più del 70% nel 2010 all’attuale 1%. Secondo “The Lancet”, la diminuzione potrebbe portare nei prossimi 50 anni a quasi 11.000 morti. Eppure, in base ad uno studio pubblicato sul “Journal of Infectious Diseases”, i tassi di cancro all’utero in Inghilterra stanno diminuendo enormemente grazie al vaccino, mentre l’Australia sarebbe sulla buona strada per dichiararlo definitivamente sconfitto entro il 2028.

Per il professor Shoji Tsuchida, un esperto di psicologia sociale dell'Università di Kansai, malgrado la diffidenza diffusa contro i vaccini, in Giappone non esistono movimenti no-vax. “La maggior parte di coloro che non vogliono vaccinarsi hanno paura dei possibili effetti collaterali: i casi del passato continuano a influenzare pesantemente milioni di persone”. Una resistenza che è diventata un problema quando si è deciso di lanciare il vaccino contro il coronavirus: le prime dosi sono state inoculate a 3,7 milioni di operatori sanitari, con l’obiettivo di vaccinare gli anziani in aprile. Il governo ha chiesto alla metà del primo turno di medici e infermieri di tenere un “diario”, per monitorare eventuali effetti collaterali per sette settimane dopo aver ricevuto entrambe le dosi.

“Una spinta possibile sull’opinione pubblica può essere il rilancio dell’economia: se il Giappone vuole realmente ospitare le Olimpiadi, è necessario azzerare la trasmissione del virus. O sarà del tutto inutile”.

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