Il caso Irlanda, lezione di tempestività

| Alle prime avvisaglie di aumento dei casi, le autorità irlandesi non hanno esitato a far scattare un mini lockdown

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La Francia si chiude fino a dicembre, l’Italia e la Germania quasi, e il Regno Unito è sempre meno unito su come mettere un freno al numero dei contagi. Nell’Europa che corre alla rinfusa, come sempre, spicca il caso della piccola Irlanda, fin dalla prima ondata Paese che ha dimostrato di saper prendere decisioni in modo veloce e a volte drastico, ma comunque efficaci. Meno di una settimana fa, Dublino ha scelto di anticipare la possibile seconda crisi con un mini lockdown di sei settimane stabilito quando i numeri non erano ancora da allarme rosso. Le cifre totali, dimostrano che la strategia funziona: ad oggi, il Paese registra 1.890 morti su 58.767 casi, e 341 ricoveri ospedalieri di cui 38 nelle terapie intensive.

Dieci giorni fa, il premier irlandese Michael Martin, dichiara: “Bisogna fermare questa spirale, o sarà una strage. È stato un anno molto duro ma purtroppo non è ancora finito”. A spingerlo le previsioni e i modelli dei consulenti scientifici e medici che parlavano di 40mila morti nel giro di poche settimane, fino a quel momento ignorati per il timore di danneggiare l’economia irlandese, che ancora paga le conseguenza della prima ondata. Ma quando i casi hanno iniziato a salire in modo quasi incontrollato, non c’è stato alcun dubbio sulla necessità di agire.

Il “livello 5” di allarme, il massimo, prevede l’apertura di scuole e negozi essenziali, con chiusura totale di tutto ciò che non è considerato vitale: palestre, cinema, teatri, pub, bar, ristoranti e alberghi. La popolazione è invitata a muoversi il meno possibile facendo ricorso allo smart working, a non incontrare e frequentare persone al di fuori del proprio nucleo familiare.

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