Il mondo affronta la peggiore crisi dall’inizio della pandemia

| Non doveva essere così: fin dall’inizio, l’OMS ha ammonito di pensare non solo a sé stessi ma anche ai Paesi più poveri, dove il virus può annidarsi, mutare e sopravvivere ancora. Ma quasi nessuno l’ha ascoltato

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Un anno fa, quando la pandemia era ancora agli inizi, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel corso di una conferenza stampa ha sottolineato che un approccio globale sarebbe stato l’unico modo per uscire dalla crisi. “L’unica via da seguire è la solidarietà: a livello nazionale e globale”.

Ad un anno esatto di distanza, le immagini devastanti che arrivano dall’India, dove gli ospedali sono sopraffatti da un’ondata di casi e migliaia di persone muoiono ogni giorno per mancanza di ossigeno, bastano per capire che il monito non è stato ascoltato. L’India non è l’unico punto caldo per il Covid: giovedì la Turchia è entrata nel suo primo lockdown nazionale, sulla spinta di tassi di infezione fra i più alti in Europa. Mentre l’Iran registra il più alto numero di morti giornalieri, con molte città costrette a una chiusura parziale per frenare la diffusione. Secondo il presidente iraniano Rouhani il Paese sta affrontando la quarta ondata. Anche in Sudamerica, il quadro è in gran parte cupo: il Brasile, con più di 14,5 milioni di casi confermati e quasi 400.000 morti, continua ad avere il più alto tasso giornaliero di morti per milione al mondo.

Alcuni paesi offrono aiuto man mano che i punti caldi emergono, inviando ventilatori polmonari, ossigeno e forniture mediche, ma la risposta globale sollecitata da Tedros un anno fa resta una chimera. E mentre alcuni paesi occidentali assistono ad un graduale ritorno ad una vita normale, il quadro mondiale resta terribile: il numero di casi globali di Covid-19 è aumentato per la nona settimana consecutiva insieme a quello dei morti. “In prospettiva, ci sono stati quasi tanti casi a livello globale la scorsa settimana quanti nei primi cinque mesi della pandemia”, ha detto Tedros.

COVAX, l’iniziativa globale di condivisione dei vaccini che fornisce dosi scontate o gratuite ai paesi a basso reddito, resta una delle poche speranze per la maggior parte dei paesi poveri di procurarsi le dosi di vaccino in grado di riportare la pandemia sotto controllo. Nel caso dell’India dipende dalla capacità del suo “Serum Institute of India” (SII), di produrre dosi del vaccino AstraZeneca, pietra angolare di COVAX. Mentre l’India ha promesso di fornire 200 milioni di dosi al progetto COVAX, con opzioni per altri 900 milioni da distribuire a 92 paesi a basso e medio reddito, la sua situazione in rapido peggioramento ha spinto Nuova Delhi a spostare la priorità verso i propri cittadini.

Allo stesso tempo, i paesi occidentali sono stati criticati per l’accumulo di vaccini: Stati Uniti, Canada e Regno Unito hanno ordinato molte più dosi di vaccino di quelle necessarie. Secondo il segretario alla salute del Regno Unito Matt Hancock, il Paese - che sta vaccinando persone sane di 40 anni, avendo già inculato almeno una dose a tutti i cittadini più anziani e vulnerabili - non dispone di vaccini di riserva da inviare in India, ma si riserva di condividere le dosi in eccedenza appena possibile.

Negli Stati Uniti, chiunque abbia 16 anni o più è idoneo per la vaccinazione e il 30% della popolazione è stata completamente vaccinata, secondo i dati forniti venerdì dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie. All’inizio della settimana, la Casa Bianca ha dichiarato che avrebbe donato 60 milioni di dosi del vaccino di AstraZeneca - di cui ha una scorta ma che non ha ancora autorizzato - nei prossimi mesi dopo una revisione interna. Anche ben oltre la metà della popolazione totale di Israele ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e il paese sta allentando le restrizioni. 

Risultato: all’inizio di aprile, solo lo 0,2% degli oltre 700 milioni di dosi di vaccino somministrate a livello globale era arrivato nei paesi a basso reddito, mentre le nazioni ad alto e medio-alto reddito hanno immagazzinato più dell’87% delle dosi prodotte. In pratica, nei paesi poveri solo una persona su 500 ha ricevuto un vaccino contro il Covid, rispetto a quasi una persona su quattro di quelli ricchi: un divario che Tedros definisce “scioccante”.

“Alcuni dei 92 paesi a basso reddito non hanno ricevuto alcun vaccino. Abbiamo dimostrato che il COVAX funziona, ma per arrivare al pieno potenziale abbiamo bisogno che tutti i paesi si facciano avanti con gli impegni politici e finanziari necessari per finanziare completamente il progetto e mettere fine alla pandemia”.

Molte nazioni più ricche hanno promesso fondi, ma sono meno pronte a rinunciare alle loro dosi di vaccini: la settimana scorsa la Francia è diventata il primo paese a donare al COVAX le dosi di AstraZeneca dalla sua fornitura nazionale. “L’OMS offre una guida, ma non ha alcun potere: lavora su concetti come l’equità per garantire che il mondo sia il più protetto possibile. Tuttavia i governi agiscono nell’interesse dei loro cittadini, e quando si tratta di una pandemia il mondo diventa egoista”.

Un’altra iniziativa guidata dall’OMS e dalla Vaccine Alliance, nota come Gavi, è stata annunciata l’anno scorso come “soluzione globale” alla pandemia, per garantire un equo accesso ai vaccini. L’obiettivo iniziale era di avere 2 miliardi di dosi disponibili entro la fine del 2021, sufficienti per proteggere le persone ad alto rischio e vulnerabili, così come gli operatori sanitari di prima linea. Ma di fronte all’accaparramento dei vaccini da parte dei paesi ricchi e all’interruzione delle forniture, sia Gavi che COVAX lottano per tenere il passo con i loro programmi.

COVAX ha consegnato il suo primo lotto di dosi di vaccino al Ghana il 24 febbraio: ad oggi ha spedito 49,5 milioni di dosi a 121 paesi, molto meno rispetto al piano originale, che parlava di 100 milioni di dosi entro la fine di marzo. “Il nostro obiettivo iniziale era quello di raggiungere il 20% delle popolazioni, con un focus specifico sui 92 paesi e territori a basso reddito che rientravano nel Gavi COVAX Advance Market Commitment. Ci siamo assicurati accordi per un importo significativamente superiore, anche se il contesto di stretta fornitura sui mercati globali significa che la prima metà dell’anno ha visto ritardi nell’ottenere dosi. Con il giusto finanziamento in atto, crediamo che sarà possibile assicurare 1,8 miliardi di dosi alle 92 economie a basso reddito entro il 2021”.

La lotta della COVAX è un esempio eloquente degli ostacoli a una risposta globale e coordinata, poiché i singoli paesi danno priorità ai propri interessi. COVAX funziona solo se riesce ad acquistare vaccini ad un prezzo inferiore, ma non va così. Secondo i dati della Duke University, i paesi ad alto reddito detengono attualmente 4,7 miliardi di dosi di vaccini, mentre la COVAX ne ha acquistati solo 1,1 miliardi. Inoltre solo i vaccini approvati dall’OMS possono essere distribuiti dalla COVAX, che ha limitato il portafoglio a Pfizer-BioNTech, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson.

Pur vantando un alto tasso di efficacia di circa il 95%, i vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna richiedono la conservazione in freezer a bassissime temperature, e molti paesi a basso reddito non hanno la capacità di conservazione a freddo. Pertanto, prima che il vaccino Johnson & Johnson fosse approvato dall’OMS a marzo, COVAX ha fatto molto affidamento sull’AstraZeneca, che può essere conservato a normali temperature di frigorifero. All’inizio di marzo, l’obiettivo dichiarato era di consegnare 237 milioni di dosi di AstraZeneca a 142 paesi entro la fine di maggio: un obiettivo che sarà improbabile raggiungere, visto il ritardo nelle forniture dall’India. “Se molti dei vaccini AstraZeneca sono fatti in India, e l’India ha migliaia di morti ogni giorno, è possibile intravedere un’altra montagna da scalare per il progetto COVAX”, commenta Dale Fisher, professore di malattie infettive all’Università Nazionale di Singapore.

I prossimi vaccini in attesa di approvazione dell’OMS sono quelli cinesi: il vaccino prodotto dal colosso farmaceutico statale cinese “Sinopharm” dovrebbe essere approvato entro la fine di aprile, mentre il via libera per l’altro, prodotto dalla società privata “Sinovac”, è previsto per l'inizio di maggio. Come per AstraZeneca e Johnson & Johnson, entrambi richiedono normali condizioni di refrigerazione, quindi possono essere più facilmente trasportati nei paesi in via di sviluppo.

Secondo Thomas Bollyky, direttore del Global Health Program al Council on Foreign Relations, dei 65 paesi a cui la Cina ha promesso donazioni, tutti tranne due sono partecipanti alla “Belt and Road Initiative”, il programma multimiliardario di Pechino per le infrastrutture globali e il commercio. “Mentre sono contento che la Cina stia donando, quelle donazioni non vengono distribuite con la priorità di prevenire morti inutili o per mettere fine a questa pandemia il più presto possibile. Sembrano distribuiti secondo criteri guidati dall’interesse strategico della Cina”.

Un’altra preoccupazione è la mancanza di trasparenza che circonda i due vaccini cinesi: né Sinopharm né Sinovac hanno mai rilasciato i dati completi degli studi clinici.

Poiché la domanda supera l’offerta, ci sono forti richieste per le grandi aziende farmaceutiche di togliere i brevetti sui loro vaccini per consentire di essere prodotti più ampiamente, ma perché questo avvenga è necessario è anche un trasferimento di tecnologia: “Non è solo una questione di proprietà intellettuale, occorre anche trasferire il know-how: senza quello, togliere il brevetto serve a poco”.

La rinuncia ai brevetti non funzionerà nello stesso modo per i vaccini come per i farmaci contro l’HIV, ad esempio, per cui i produttori sono stati più o meno in grado di reingegnerizzarli senza aiuto da parte dello sviluppatore originale. L’accordo tra AstraZeneca e il Serum Institute of India è un esempio di successo di trasferimento di tecnologia: “Non ci sono molti siti in grado di produrre uno qualsiasi dei vaccini approvati su larga scala, certamente non abbastanza per coprire gli 8 miliardi di popolazione mondiale. Condividere la proprietà intellettuale durante la pandemia è qualcosa che dovrebbe accadere, ma questo non risolve i problemi, perché produrre vaccini è difficile, come è difficile allestire rapidamente un nuovo sito con tutte le attrezzature, le infrastrutture, gli ingredienti del vaccino e il personale adatto a produrre in grandi numeri”.

La riduzione di forniture di vaccino dell’India alla COVAX avrà conseguenze per altri paesi, in particolare quelli nelle parti più povere del mondo, e questo essenzialmente darà forza alla pandemia ritardandone ancora la fine.

“Tra una pandemia e l’altra, dobbiamo imparare le lezioni sul miglioramento delle infrastrutture per la ricerca in ambienti a basso e medio reddito. Abbiamo bisogno di diversi grandi hub e di siti di produzione in tutta l’Africa, nel sud-est asiatico e in Sud America. O alla prossima occasione ci ritroveremo solo a fare punto e capo”.

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