Il mondo vuole un’inchiesta

| Sono ormai più di 100, compresi alleati storici come la Russia, i Paesi pronti a chiedere una ricerca indipendente che faccia piena luce sulla pandemia: dalle origini alla diffusione, dai silenzi agli insabbiamenti. E Pechino trema

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Colpito duramente, il mondo si sta compattando per chiedere e pretendere la verità sulla pandemia. Sono ormai oltre 100, i Paesi che spingono per un’inchiesta accurata e indipendente che sappia stabilire colpe, eventuali cause e soprattutto dove ha avuto inizio quello che è diventano uno sconquasso globale dalle conseguenze catastrofiche.

Perfino Vladimir Putin, storico alleato di Pechino e che poco tempo fa aveva definito Xi Jinping “un guerriero solitario”, si è unito alla schiera di chi vuole proporre un’azione alla prossima Assemblea Mondiale della Sanità.

Anche l’Unione Europea ha elaborato una risoluzione, sulla spinta dell’Australia, fra i primi a chiedere un’inchiesta sulla gestione iniziale della crisi da parte della Cina. Un muro di proteste e sospetti accolti con nervosismo da Pechino, che ha accusato Canberra di una scelta “altamente irresponsabile” che potrebbe “interrompere la cooperazione internazionale nella lotta contro la pandemia e andare contro l’aspirazione comune della popolazione”.

La risoluzione che sarà presentata all’incontro annuale dei membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che inizia oggi a Ginevra, ufficialmente non indica la Cina o qualsiasi altro Paese come responsabile, ma chiede una “valutazione imparziale, indipendente e completa della “risposta sanitaria internazionale coordinata dall’OMS al Covid-19”.

Una formula perfino debole rispetto all’affondo dell’Australia di sondare il ruolo e la responsabilità della Cina sull’origine della pandemia, necessaria per ottenere l’adesione della maggioranza degli Stati membri dell’OMS.

Ma il fatto che non ci siano nomi di sospettati non significa che il governo cinese possa sentirsi al sicuro: l’eventualità che un team indipendente possa rivelare informazioni dannose o imbarazzanti è molto alta. Fonti del governo australiano hanno detto all’ABC, l’emittente pubblica del Paese, che il linguaggio della risoluzione è sufficientemente forte da “garantire che si svolga un’indagine adeguata e approfondita”.

Pechino ha già detto che avrebbe appoggiato solo un’indagine dell'OMS, peraltro accusata di essere eccessivamente influenzata dalla Cina. La replica è arrivata per voce dell’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Liu Xiaoming: “Siamo aperti, siamo trasparenti, non abbiamo nulla da nascondere, non abbiamo nulla da temere. Accogliamo con favore una revisione internazionale e indipendente, ma deve essere organizzata dall’OMS”.

Ma con l’avvicinarsi dell’assemblea, la decisione potrebbe non dipendere dalla volontà della Cina. A Pechino è chiaro che qualsiasi anomalia potrebbe avere un effetto potenzialmente disastroso sulla posizione globale della Cina, che ha già subito un duro colpo a causa del coronavirus, con gli Stati Uniti che spingono senza mezzi termini per addossare le colpe su Pechino.

La Cina si è sempre opposta con forza a qualsiasi critica, segnalando un avvertimento dato all’OMS a fine dicembre su un potenziale nuovo ceppo di polmonite che si stava diffondendo nella città di Wuhan. Mentre l’OMS - in particolare il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus - ha elogiato la risposta della Cina, un’inchiesta sulla gestione iniziale potrebbe evidenziare che la Cina ha scelto quando e quanto condividere con l’OMS.

Gli alti funzionari, tra cui Xi, hanno ammesso di essere a conoscenza che l’infezione si stava diffondendo anche quando il governo di Wuhan minimizzava la gravità e la polizia arrestava chi provava parlare. 

Il sospetto che la censura o un deliberato insabbiamento da parte di Pechino abbia permesso al virus di diffondersi è ripetutamente e rabbiosamente respinto dai funzionari cinesi. Ma questo ha comunque danneggiato la posizione globale del colosso asiatico, con alcuni Paesi - in particolare negli Stati Uniti, ma anche in alcune parti dell’Europa e del resto del mondo - che chiamano il Covid-19 il “virus cinese” o accusano apertamente Pechino di aver gettato il pianeta nel caos.

Critiche e malumori internazionali che si sommano a quelle a cui la Cina ha assistito nel corso degli anni: mancanza di diritti umani, atteggiamento aggressivo nel Mar Cinese Meridionale, questioni commerciali e proprietà intellettuale. Ma spesso il dissenso è arrivato dai tradizionali rivali di Pechino, come gli Stati Uniti, mentre molti paesi più piccoli hanno tenuto la lingua a freno, forse per garantire il mantenimento dei legami economici con la Cina. Ma con il virus è cambiato tutto: si è aperta una porta a un’ondata di critiche e di rabbia che Pechino non si aspettava.

Un esempio di come la posizione globale della Cina ne abbia risentito è un’altra questione che sarà all'ordine del giorno della riunione dell’AMS: consentire l’adesione di Taiwan. La reputazione internazionale di Taipei durante la pandemia è stata l’opposto di quella di Pechino: Taiwan è stata acclamata per l’efficace risposta al virus, e numerosi Paesi hanno sostenuto il governo dell’isola nel tentativo di ricongiungersi all’AMS in qualità di osservatore, posizione che ha mantenuto fino al 2016, quando Pechino l’ha costretta ad abbandonare.

Venerdì, un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha accusato i Paesi che sostengono la partecipazione di Taiwan di cercare “guadagni politici egoistici anche a spese dell’indebolimento della cooperazione globale alla pandemia. Pechino auspica che la proposta sia fermamente respinta dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale”. Ma con il numero di Paesi che sostengono l’inchiesta in aumento di ora in ora, quello che Pechino auspica importa sempre meno.

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