Il ritardo come strategia di salute pubblica?

| L’immunità di gregge è la scelta giusta per combattere la pandemia di COVID-19? A credere al primo ministro inglese sembrerebbe così, ma in realtà la sconsiderata politica britannica sta mettendo a rischio 47 milioni di persone

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Di Marco Belletti
Molto si parla in questi giorni della cosiddetta immunità di gregge, che alcuni politici ritengano possa essere una strada percorribile per risolvere la pandemia in corso. Per esempio, secondo quanto affermato dal primo ministro del governo britannico Boris Johnson, il Regno Unito la utilizzerà come soluzione alla pandemia COVID-19.

Ma che cos’è l’immunità di gregge? Il corpo umano combatte le malattie infettive con il sistema immunitario e una volta sconfitte conserva una memoria immunologica che permette di combattere in futuro lo stesso morbo. I vaccini funzionano così, creando questa memoria senza che sia necessario ammalarsi.

Nel caso di nuove malattie come COVID-19 – per la quale non esiste un vaccino e dalla quale nessuno al mondo è mai stato infettato prima di oggi – l’epidemia si diffonderà più o meno rapidamente tra la popolazione e non appena un numero sufficiente di persone svilupperà questa memoria immunitaria, allora il morbo smetterà di diffondersi, anche se una parte della popolazione non sarà ancora immune. Questa è l’immunità di gregge, con cui da sempre l’umanità si difende dalle malattie infettive con più o meno successo e con il sacrificio di molti. Ai giorni nostri, è una forma di protezione indiretta che si verifica quando la vaccinazione di una parte significativa della popolazione finisce con il fornire una tutela anche agli individui che non hanno sviluppato direttamente l’immunità. Ovviamente se non si dispone di un vaccino – come non esiste per COVID-19 – ottenere l’immunità di gregge richiede che una parte significativa della popolazione sia infettata e si ammali di coronavirus.

Non sembra quindi essere la tattica vincente nell’attuale situazione, eppure Boris Johnson ha recentemente annunciato che la strategia del suo governo è proprio quella dell’immunità di gregge.

Secondo Robert Peston (giornalista e redattore politico del canale inglese ITV) per ridurre al minimo l’impatto della COVID-19 il governo britannico intende “permettere al virus di raggiungere l’intera popolazione in modo da acquisire l’immunità di gregge, ma a una velocità molto ritardata in modo che coloro che soffrono dei sintomi più acuti siano in grado di ricevere il supporto medico di cui hanno bisogno, e in modo tale che il servizio sanitario non sia sopraffatto e schiacciato dal numero di casi che deve trattare”.

A una prima superficiale occhiata – commenta il sito web The Conversation, molto critico su questa decisione – sembra una strategia di buon senso, ma analizzandola meglio emerge chiaramente che non è la miglior strada percorribile, anzi!

Infatti, per consentire l’immunità di gregge la percentuale della popolazione che ha superato la malattia deve oltrepassare un certo valore, misurato con il cosiddetto tasso netto di riproduzione di un’infezione, indicato con R0: indica il numero di nuovi casi generati in media da un singolo durante il proprio periodo infettivo in una popolazione che altrimenti non sarebbe infetta.

Per la COVID-19 il tasso R0 è stimato 3,28 ma siccome gli studi sono ancora in corso il valore quasi certamente cambierà. In ogni caso, in questo momento significa che per raggiungere l’immunità del gregge circa il 70 per cento della popolazione dovrebbe essere immune al coronavirus.

Restando nel Regno Unito e alle esternazioni di Johnson, significa oltre 47 milioni di britannici. Secondo le ultime stime, COVID-19 ha un tasso di mortalità del 2,3 per cento e un tasso di malattia grave del 19 per cento. In pratica, il raggiungimento dell’immunità di gregge all’attuale coronavirus nel Regno Unito potrebbe provocare la morte di più di un milione di persone, con altri otto milioni di infezioni critiche che richiederanno cure intensive.

The Conversation prosegue affermando che probabilmente questa strategia non è una vera e propria politica del governo, ma una proposta di David Halpern, amministratore delegato del Behavioural Insights Team, un’organizzazione a scopo sociale che genera e applica intuizioni comportamentali per informare la politica e migliorare i servizi pubblici. La teoria sarebbe in seguito stata ripresa dal giornalista Peston e pubblicata sul suo blog personale.

Un po’ come se in Italia una teoria comparsa sul sito dell’onlus INTERSOS sia ritwittata da Bruno Vespa e fatta propria da Giuseppe Conte…

In realtà, l’intenzione del massimo rappresentante del governo inglese non è semplicemente lasciare che la malattia faccia il suo decorso infettando la popolazione, ma rallentarne la diffusione e proteggere i più vulnerabili da malattie gravi.

Certo, rallentare la diffusione di COVID-19 è una strategia promettente, soprattutto se combinata con misure più efficaci per proteggere gli anziani e le persone in condizioni di salute precarie. E permetterebbe all’NHS (il National Health Service, il sistema sanitario nazionale del Regno Unito) di avere tempo per prepararsi, sviluppare trattamenti o vaccini.

Una strategia di “ritardo” potrebbe essere efficace se combinata – come raccomandato dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità – con la sorveglianza e la limitazione, altrimenti sarebbe necessario lasciare infettare il 70 per cento della popolazione.

Tornando al Regno Unito, anche se fosse possibile proteggere le persone più vulnerabili (tuttavia nessuno ha spiegato come si intende farlo e per quanto tempo), il tasso di mortalità tra la popolazione sana potrebbe essere ancora almeno dello 0,5 per cento: anche in questo migliore degli scenari possibili, si parla di quasi 240 mila morti.

A smentire la teoria inglese è il comportamento della Cina, che sta tenendo sotto controllo la diffusione di COVID-19 senza ricercare l’immunità di gregge: solo lo 0,0056 per cento della sua popolazione è stato infettato.

A meno che – anche se questa teoria è un po’ troppo complottista – la scelta del governo inglese non sia motivata dal fatto che così facendo aiuterebbe il sistema di State Pension britannico a risparmiare un bel po’ di contributi.

Al momento nessun ulteriore commento di Boris Johnson dopo “molte famiglie perderanno i loro cari”: questa quindi la strategia del governo britannico, la nona potenza industriale al mondo, che ha deciso di non fare nulla e aspettare…

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