Il solito pasticcio all’europea

| Il commento degli analisti politici della CNN sintetizza e semplifica al meglio le divisioni interne dell’Eurogruppo, che si sentito unito soltanto di fronte alla Brexit, ma è tornato a litigare quando si parla di soldi comuni

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Il ritmo e la velocità con cui il coronavirus si è diffuso in tutto il mondo ha paralizzato i governi e le istituzioni internazionali. Ma pochi hanno sperimentato la portata del colpo di frusta che va in scena a Bruxelles.

L’Unione europea aveva iniziato quest’anno con un certo vigore rinvigorito, avendo visto nella Brexit una rara unità d’intenti. Il nuovo gruppo dirigente, sotto la presidenza di Ursula von der Leyen, è stato animato da una visione dell’UE come leader mondiale in materia di sostenibilità climatica e standard democratici.

Ma in pochi mesi, tutto è cambiato. L’enorme problema della pandemia che tutti leader mondiali stanno affrontando, ha nuovamente trascinato la UE nelle sabbie mobili della sue disfunzioni. Da una lenta risposta politica alla crisi agli aspri litigi interni su come mitigare gli effetti economici del coronavirus, gli Stati membri si sono rivoltati l’uno contro l’altro e su se stessi.

Martedì sera, Mauro Ferrari, lo scienziato capo della UE, si è dimesso dalla carica di capo del Consiglio Europeo delle Ricerche. In un’intervista al “Financial Times”, Ferrari ha descritto la sua frustrazione per la gestione della pandemia da parte dell’Europa: “Sono estremamente deluso dalla risposta europea a Covid-19. Sono arrivato al CER come fervente sostenitore della UE, ma la crisi ha totalmente cambiato il mio punto di vista”. Il Consiglio Europeo delle Ricerche contesta l’affermazione di Ferrari e ritiene che le dimissioni siano dovute a ragioni che vanno al di là della risposta europea al Covid-19.

Ma Ferrari non è l’unico a suggerire che la reazione europea alla crisi sia stata lenta. “Fin dal primo giorno, l’UE ha combattuto una lotta in salita, mentre si affrettava a mettere insieme una risposta paneuropea a una crisi sanitaria senza una reale autorità per poterlo fare”, afferma Andrea Renda, senior research fellow del “Centre for European Policy Studies”.

Il problema principale che Bruxelles si trova ripetutamente ad affrontare è che deve operare a due velocità. Da un lato, la macchina della UE che agisce come un arbitro, coordinando le questioni che mettono in pericolo l’unione da una sede di potere centralizzata. Dall’altro, le decisioni su molte questioni sostanziali che vengono prese attraverso accordi tra gli Stati membri che, come si è visto negli ultimi anni, hanno priorità molto diverse. Ogni volta che l’unione arriva di fronte al bivio, mostra i propri limiti.

A dimostrarlo il momento in cui la pandemia di coronavirus ha colpito l’intero continente, in particolare l’Italia, che oggi è in testa al mondo per numero di morti. Se da un lato i funzionari della UE si affrettano a segnalare le misure adottate che hanno permesso al blocco di lavorare insieme per l’approvvigionamento di farmaci e attrezzature, dall’altro, quando si tratta di politica sanitaria, l’Europa ha poca autorità.

“Questo è uno dei pochi settori su cui la UE ha un potere legislativo molto limitato - afferma Georgina Wright, ricercatrice senior dell'Institute for Government think tank - può tentare di coordinare le risposte e offrire consigli, ma spetta agli Stati membri determinare stabilire il loro sistema sanitario e decidere come gestirlo”.

Nei primi giorni del coronavirus, questo ha lasciato la macchina centrale della UE a lottare contro gli interessi dei suoi membri. “Stava cercando di costringere le nazioni che non si fidavano l’una dell’altra a lavorare insieme per l’approvvigionamento e lo stoccaggio di forniture mediche, mentre i Paesi chiudevano unilateralmente i loro confini”.

Alla fine, la commissione ha convinto gli Stati a concordare che le attrezzature mediche e alimentari dovessero passare attraverso le frontiere lungo corsie prioritarie. Tuttavia, il dettaglio che alcune di queste frontiere siano ancora chiuse ai cittadini è una questione importante per un’unione di nazioni che vanta nella totale libertà di movimento uno dei propri capisaldi.

Questa settimana, gli Stati membri sono stati impegnati sul modo con cui affrontare la durissima tempesta economica causata dal coronavirus. Ma come sempre, tutto ciò che riguarda il denaro porta sempre a scambi di visioni rabbiose, non da ultimo perché conta tra i suoi Stati membri la Germania, la quarta economia più grande del mondo, e Malta, che al contrario si trova al 119° posto.

I paesi ricchi contribuiscono economicamente più di quelli poveri, una dinamica che crea ostilità da tutte le parti. In periodi di crisi, come quello attuale, i più ricchi lamentano di dover sovvenzionare i meno ricchi, mentre i più poveri risentono della maggiore influenza esercitata dai più ricchi. Finora, l’esempio più lampante è il salvataggio greco all’indomani della crisi finanziaria del 2008, avvenuto a condizione che la Grecia adottasse misure di austerità paralizzanti.

Questo è stato lo sfondo delle discussioni di questa settimana tra i ministri delle finanze europei, che hanno faticato a concordare una risposta all’impatto economico di Covid-19. Ieri sera, gli Stati membri hanno concordato che un pacchetto di 500 miliardi di euro di fondi destinati al Meccanismo europeo di stabilità, per aiutare i paesi in difficoltà a pagare i servizi pubblici, a mantenere a galla l’economia e aiutare chi ha perso il lavoro a causa della crisi.

L’accordo è stato raggiunto solo dopo che i Paesi Bassi sono stati convinti a rinunciare all’insistenza che i fondi dovessero essere soggetti a condizioni rigorose. Gli olandesi avevano tenuto duro, scettici che i beneficiari avrebbero usato il denaro in modo responsabile e sulla loro capacità di attenersi in modo credibile a un programma di rimborsi. Ma alla fine i Paesi Bassi sono stati conquistati da un accordo che limita la portata dell’utilizzo dei fondi. Manca però un accordo concreto su come sarebbe stato generato un ulteriore fondo di salvataggio. L’Italia si è schierata a favore dei cosiddetti coronabond, che raccoglierebbero fondi contro il debito comune europeo senza vincoli creando un’attrattiva interessante per gli investitori. Ma non è difficile capire perché le nazioni più ricche non siano così entusiaste di quest’idea.

Tensioni simili esistevano già molto prima del coronavirus: la Brexit ha fornito una breve tregua, offrendo l’occasione di unirsi contro una minaccia comune, ma lo spirito di unità è stato fugace. Ora, la crisi internazionale più grave degli ultimi decenni sta mettendo in discussione le fondamenta stesse del progetto europeo.

Anche se la diffusione della pandemia rallenta e la vita può gradualmente tornare a qualcosa di simile alla normalità, gli effetti a catena degli ultimi mesi si faranno sentire per anni. Molto probabilmente la UE li passerà a riflettere su come ha reagito a questa crisi e come meglio gestire in futuro.

Come ha detto una fonte diplomatica: “Quando tutto questo sarà finito, non potremo tornare tutti a sederci attorno a un tavolo e far finta che non sia successo”.

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