Il virus che migra in Africa

| Al momento COVID-19 non sembra aver preso di mira il continente africano, ma probabilmente è solo questione di tempo. A rallentarlo, un sistema di trasporti più lento di quello del resto del mondo, ma sono molti i fattori di rischio

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Di Marco Belletti

Dopo aver messo in seria difficoltà Cina e Italia ed essere ormai sul punto di diffondersi capillarmente anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, la pandemia di COVID-19 sta iniziando ad attaccare anche l’Africa.

Il primo caso risale al 24 febbraio, in Nigeria: da allora – soprattutto in Senegal e in Sudafrica – il numero di contagiati è costantemente cresciuto fino a raggiungere la cifra di 300 casi, con due morti.

Sembra che il coronavirus sia arrivato in Africa dall’Europa, non dall’Asia come si credeva inizialmente e ciò ha provocato commenti tra l’ironico e il sarcastico di molti opinion leader africani che hanno colto l’occasione per criticare fortemente alcuni esponenti politici europei contrari all’accoglienza dei migranti.

Le nazioni africane sono decisamente preoccupate per la possibile propagazione del coronavirus nel loro continente e osservano con attenzione lo sviluppo della situazione in Europa e Asia. Per evitare che il contagio si diffonda, i governi stanno adottando differenti misure di contenimento: controlli della temperatura nei luoghi di maggiore aggregazione in quasi tutte le nazioni, in alcune anche limitazione (o chiusura) del traffico aereo dall’Europa e quarantena per chi arriva da aree a rischio o che ha avuto contatti con persone provenienti da tali zone.

Il Centro Studi Internazionale riferisce che è stato attivato da quasi tutti gli stati il cosiddetto “Sendai Framework for Disaster Risk Reduction”: si tratta di una convenzione dell’ONU siglata nel 2015 con l’obiettivo di migliorare gestione e risoluzione delle crisi per disastri naturali ed epidemie.

Nello stesso tempo la collaborazione tra l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unione Africana ha portato alla creazione dell’African Task Force for Coronavirus (AFTCOR) che coordinerà le attività per contenere il virus, distribuire il materiale sanitario e attivare un piano di comunicazione unico. Al momento – secondo il CSI – nel continente sono 47 i Paesi con laboratori attrezzati per analizzare i tamponi effettuati su pazienti sospetti.

Quasi infiniti i fattori di rischio: scarsità di strutture del sistema sanitario, ospedali sovraffollati con strumentazioni poco efficienti; difficoltà nel diffondere le notizie e le pratiche per prevenire il contagio; presenza di altre malattie, zone di guerra o campi profughi; ritardo con cui la comunità internazionale potrebbe fornire supporto in caso d’emergenza a causa della pandemia; scarsa disponibilità di acqua pulita e servizi igienici ai milioni di persone concentrate nelle aree urbane degradate; infine, la scarsità di strumenti per verificare la presenza di COVID-19, non più di 50 mila in tutto il continente.

Tra gli aspetti che fanno ben sperare – prosegue il CSI – il riscontro statistico che il coronavirus finora ha colpito violentemente persone di età più avanzata in aree fortemente industrializzate ed inquinate. Da questo punto di vista l’Africa è avvantaggiata in quanto ha un basso tasso di sviluppo industriale e la popolazione più giovane del pianeta. L’età media degli stati colpiti dal coronavirus è superiore ai 35 anni (38 in Cina e oltre 45 in Italia) mentre il 60 per cento egli africani ha un’età media inferiore ai 25 anni, con picchi come quello della Nigeria (la nazione con più abitanti, oltre 200 milioni) in cui è inferiore ai 18. Secondo il Centro Studi Internazionali, l’OMS ritiene che in Africa COVID-19 potrebbe in effetti essere parzialmente contenuto dalla bassa età media del continente a meno che il coronavirus in questi soggetti non sia asintomatico e quindi più difficile da individuare.

Un altro fattore a favore potrebbe essere l’esperienza maturata dai medici africani nella lotta contro altre malattie infettive (ebola, HIV, morbillo, colera, malaria…) e il fatto che in tre quarti delle nazioni del continente è già attivo un piano per affrontare una pandemia. Dall’epidemia di ebola del 2014-16 Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone e Liberia dispongono di strutture d’isolamento e la prolungata convivenza con numerose malattie infettive ha rafforzato sovrastrutture sociali, culturali e psicologiche.

L’ultimo aspetto preso in considerazione dall’analisi del CSI riguarda la struttura dei trasporti. Mentre in Europa la diffusione di COVID-19 è stata sicuramente agevolata dalla capillarità della rete e dall’elevato livello di mobilità, in Africa solo un quarto delle strade è asfaltato e oltre la metà della popolazione non ha accesso a una rete infrastrutturale moderna. La scarsità di strade e servizi ferroviari non significa assenza, ma lentezza della mobilità: circa 19 milioni di migranti (due terzi del totale) non lasciano il continente e si spostano su queste strade.

Sulla base di queste considerazioni, è molto difficile secondo il CSI prevedere come crescerà il contagio di COVID-19 in Africa e l’impatto che avrà. Al momento l’unica conseguenza è economica ed esogena, in quanto è provocata dalla recessione in Cina che con circa 200 miliardi di dollari d’interscambio commerciale, è il primo partner del continente africano. Dall’inizio della pandemia il mercato cinese si è fortemente contratto, riducendo sensibilmente le importazioni dall’Africa, soprattutto di materie prime. Questa situazione quasi sicuramente aggraverà le già difficili condizioni economiche di alcuni Paesi che si vedrebbero così costretti a ridurre le spese sanitarie in caso di pandemia oltre a mettere in campo politiche di stampo protezionista e di chiusura dei confini, che comprometterebbero il processo di integrazione economica dell’African Continental Free Trade Area, l’accordo continentale di libero scambio del 2019.

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