India, la paura di essere la pagina successiva della pandemia

| I primi casi individuati nelle enormi e popolate baraccopoli di Mumbai hanno alzato il livello di timori delle autorità sanitarie: “Agire subito, o non saremo mai in grado di sopportare quello che sta succedendo in Europa e America”

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Dopo la Cina, l’Europa e gli Stati Uniti, sembra arrivato il turno dell’India. La comparsa del coronavirus in una delle più popolose baraccopoli di Mumbai, per autorità sanitarie è il segnale che il Paese deve prepararsi al peggio: ospedali presi d’assalto e un numero di morti e contagiati che presto potrebbe superare di gran lunga quello visto altrove.

L’allarme è scattato dopo che un uomo di 56 anni è morto di Covid-19 nella baraccopoli di Dharavi, a Mumbai: i familiari della vittima sono stati sottoposti a test e messi in quarantena, con il blocco esteso a 300 abitazioni e 90 negozi limitrofi. Ma è una goccia nel mare, perché lo slum di Dharavi ha una densità di popolazione quasi 30 volte superiore a quella di New York, con circa 280mila persone per km quadrato. Il timore dei medici è che la situazione diventerebbe del tutto ingestibile se l’epidemia si diffondesse in una delle tante baraccopoli indiane, dove ci sono pochi servizi igienici o acqua corrente e la presenza migliaia di persone renderebbe impossibile mettere in pratica le misure di allontanamento sociale.

È la seconda morte legata al coronavirus segnalata nelle baraccopoli di Mumbai dall’inizio dell’epidemia, hanno confermato i funzionari sanitari: un uomo di 63 anni risultato positivo al virus e residente ni bassifondi di Malvani è morto poche ore dopo essere stato individuato.

Il dottor Naresh Trehan, presidente e amministratore delegato dell’ospedale “Medanta - the Medicity” di Gurugram, vicino a Nuova Delhi, ha dichiarato che è di vitale importanza che le autorità scoprano se all’interno di uno slum è in corso un’epidemia: “Una volta accertato che è stato colpito va sigillato per almeno due settimane fornendo cibo a tutti. A quel punto avremo una mappa dei punti critici, e la popolazione potrà essere monitorata”.

Il numero di casi in India è quasi raddoppiato in quattro giorni, portando il totale nazionale a 2.547 infetti e 62 morti, con molte delle nuove infezioni legate a un raduno religioso di pochi giorni fa a Nuova Delhi.

“Il mio timore è che se la pandemia raggiunge il massimo, non avremo nemmeno una minima parte di quello che serve, dai posti letto negli ospedali ai ventilatori polmonari, ai dispositivi di protezione individuale: a noi manca tutto”, ha commentato amaramente il primo ministro Narendra Modi. I vertici sanitari nazionali hanno seguito da vicino la rapida diffusione del virus negli Stati Uniti e in Europa, capace di travolgere robusti sistemi di assistenza sanitaria ma malgrado questo letteralmente travolti dall’emergenza, con migliaia di pazienti e dispositivi di protezione in calo. “Questo è un virus che ha sfidato tutte le possibili previsioni - ha commentato il dottor Arvind Kumar, presidente del Centro di chirurgia toracica del Sir Ganga Ram Hospital di Nuova Delhi – chi avrebbe potuto immaginare che dozzine di pazienti morissero in un solo ospedale negli Stati Uniti in un giorno?”. Secondo Kumar, la decisione senza precedenti del governo indiano di limitare la circolazione e la vita quotidiana dei suoi 1,3 miliardi di cittadini per tre settimane è stata la scelta migliore che il Paese potesse fare per individuare i potenziali focolai del virus, offrendo tempo prezioso per ordinare e produrre i dispositivi di protezione e i ventilatori di cui c’è estremo bisogno. “A due settimane di distanza, i nostri ospedali avranno molte più attrezzature protettive di quante ne avessero quindici giorni fa”. La speranza è che l’isolamento ritardi il picco delle infezioni, in modo che gli ospedali abbiano la possibilità di trattare i casi in arrivo: “Dio non voglia: se dovessimo raggiungere una situazione come quella europea, non saremmo in grado di gestirla”.

La peggiore paura del dottor Om Shrivastav, direttore delle malattie infettive del Kasturba Hospital di Mumbai, è che l’India inizi a prepararsi alla crisi solo “dopo che la pandemia diventerà evidente a tutti, e allora sarà troppo tardi. Ogni paese ha avuto un processo di diffusione e picco diverso, quindi sapremo fra le prossime quattro e otto settimane, qual è il periodo di tempo che ci è concesso per prepararci”.

Parte del problema è una “enorme carenza” sia di kit di test che di dispositivi di protezione necessari al personale medico e paramedico. In India ci sono 126 laboratori pubblici di ricerca medica e 51 privati, e tutti hanno ricevuto il via libera per condurre i test, ma non è chiaro se sono tutti operativi. E minacciano di rendere vani gli sforzi delle autorità le decine di migliaia di lavoratori migranti che sono fuggiti dalle più grandi città dell’India per tornare nelle zone di provenienza, per lo più rurali, dopo che le misure di lockdown li hanno lasciati senza lavoro e senza paga. Privi di cibo, alloggio e denaro, in migliaia stanno facendo il lungo viaggio di ritorno a piedi: sono potenziali veicoli del virus verso le zone più remote del Paese, quelle dove arrivare e prestare assistenza sarebbe molto difficile. “Questo è il nostro momento più buio - ha detto il dottor Rajesh Parikh, direttore della ricerca medica e neuropsichiatra dell’Hon - quella che fugge è gente che ha costruito a mani nude le nostre case, le nostre fabbriche e la nostra stessa nazione, e ora li abbiamo abbandonati al loro destino. Non avremmo dovuto lasciare che accadesse, e ora la questione va risolta in fretta: va individuato un luogo dove trasportarli e metterli in quarantena, ma potrebbe già essere troppo tardi per prevenire la diffusione della pandemia”.

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