La bomba del Medioriente: virus, guerre e carestie

| Il numero dei contagi è sottostimato, ma alle conseguenze di una pandemia inarrestabile si aggiungono crisi economiche e conflitti che stanno riducendo alla fame intere popolazioni

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“Il peggio deve ancora arrivare”: le parole di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’OMS, hanno raggelato le speranze del mondo intero, convinto che la pandemia fosse ormai avviata verso la fine, sconfitta dal caldo, dalle misure di distanziamento sociale e dalle mascherine.

Ma non è così, e i dati che ogni giorno vengono snocciolati dai media lo dimostrano ampliamente. Nel mondo, i casi hanno ormai superato la soglia psicologica dei 10milioni, ma ci sono angoli del pianeta in cui il disperato tentativo di contenere l’infezione deve fare i conti con guerre, crisi economiche e carestie. Uno dei fronti peggiori e più preoccupanti è la situazione in Afghanistan, Pakistan e Siria, tre paesi mediorientali in cui le cifre ufficiali sono in crescita esponenziale malgrado il numero di test e tamponi resti bassissimo e le misure di contenimento, come mascherine e distanziamento sociale, siano chimere irraggiungibili per popolazioni che vivono in alloggi sovraffollati, con scarso accesso all’acqua e ai servizi igienici. Leggendo fra le righe: la situazione probabilmente è ben peggiore di quanto si possa immaginare.

In Afghanistan, dove il primo caso è stato individuato a Herat a fine febbraio, la situazione è resa ancora peggiore dai 160mila afghani rientrati dall’Iran, paese dove la pandemia ha colpito in maniera molto dura. Herat si è trasformata velocemente in un focolaio immenso, con 4.500 casi confermati il 22 giugno che, secondo “Medici senza Frontiere”, è una cifra assolutamente sottostimata. Nel Paese restano problemi di sovraffollamento, scarsa igiene e malnutrizione: tanti i bambini ricoverati nei centri di alimentazione terapeutica delle organizzazioni umanitarie, malgrado il virus continui a decimare il personale medico e paramedico.

Non molto diversa la situazione in Siria, con 269 contagi e 9 morti ufficiali, ma una realtà ben diversa: secondo l’Onu, 9,3 milioni di siriani non hanno alcuna garanzia di cibo in un Paese vicino al tracollo finanziario con la disoccupazione dilagante e contagi inevitabili nei campi profughi. Settimane fa, una fonte sanitaria aveva lanciato l’allarme: “Un focolaio di Covid-19 avrebbe conseguenze catastrofiche”.

In Pakistan, dove i casi accertati sono 209mila e i decessi superano i 4.300, le autorità hanno ammesso che entro la fine di luglio i contagi potrebbero toccare i 1,2 milioni di casi. Il governo si appresta a varare il “blocco intelligente” delle zone in cui si registrano focolai, per permettere al resto del Paese una parvenza di normalità, e soprattutto per evitare il tracollo dell’economia.

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