La cintura del virus

| È difficile fare previsioni, ma gli scienziati concordano nell’affermare che il coronavirus predilige le temperature basse (ma non troppo), costanti e con poca umidità. Il calore lo farà sparire, ma potrebbe tornare in autunno

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Di Marco Belletti

In realtà, in questo periodo critico e zeppo di fake news, si fa un po’ fatica a credere al fatto che sembrerebbe esserci una “cintura del coronavirus” dove la malattia si sta sviluppando in modo più rapido che altrove. In realtà le cinture sono due, rispettivamente a nord e a sud dell’equatore, nelle zone più temperate del pianeta. Quella nell’emisfero boreale è un po’ più ampia e comprende – oltre a buona parte della Cina – anche Corea del Sud, Francia, Germania, Iran, un pezzo degli Stati Uniti: inutile dirlo, anche l’Italia è nel cuore di questa cintura.

Invece, quella australe è decisamente più sottile e tocca solamente la Nuova Zelanda e la parte più meridionale dell’America Latina, dove però in questo momento è ancora estate.

Sono gli scienziati dell’università del Maryland (e che fanno parte del “Global Virus Network”, una coalizione internazionale di virologi che sta studiando il caso) ad aver stabilito l’interessante correlazione tra la diffusione e le caratteristiche climatiche delle zone in cui si è manifestata COVID-19.

Secondo loro sono latitudine, temperatura e umidità i tre elementi chiave dello stretto corridoio tra i 30 e i 50 gradi di latitudine, dove le temperature medie attualmente sono tra i 5 e gli 11 gradi Celsius e l’umidità tra il 47 e il 79%: è qui che il coronavirus è letteralmente esploso. Non a caso, la Lombardia ha una temperatura media di 9° Celsius e un’umidità tra il 68 e il 75%.

Sempre a sentire gli scienziati statunitensi, il COVID-19 è meno virulento nelle zone dove la temperatura scende e quindi potrebbe significare che non riesca a sopravvivere al freddo.

C’è un altro fattore comune che unisce i Paesi di questa fascia: l’esplosione dell’epidemia coincide con temperature relativamente stabili per un periodo superiore a un mese. E a conferma di ciò gli scienziati mettono in evidenza come le zone che avrebbero potuto essere più colpite per la vicinanza con la Cina, non hanno patito l’attacco violento del coronavirus. In Thailandia i casi sono 80, 47 in Vietnam, 7 in Cambogia e nessuno in Birmania. Tra gennaio e febbraio a Wuhan la temperatura media è stata di 6,8°, a Seoul di 7,9°, a Teheran tra i 7 e i 15°, a Piacenza di 8-10°, a Milano 6-9°.

La teoria degli esperti del Maryland è che il coronavirus si comporta come tutte le influenze che attaccano l’apparato respiratorio e sopportano meglio il freddo perché hanno un rivestimento di grassi che perde quando fa caldo. Se ciò accade all’interno del corpo umano diventa particolarmente virulento, se all’esterno invece arriva la sua morte.

Gli scienziati ritengono che la causa di questo comportamento sono la melatonina e la vitamina D: quest’ultima attivata dall’esposizione ai raggi ultravioletti riduce le malattie che riguardano il sistema respiratorio. Lo studio del Maryland non è l’unico che svolto sul tema e gli studiosi di tutto il mondo sono molto attivi nel cercare ogni modo per frenare la pandemia. Alcuni ricercatori dell’università cinese di Guangzhou hanno dichiarato che il coronavirus viaggia meglio intorno agli 8,7° Celsius, mentre quelli dell’università di Tsinghua (a Pechino) sostengono che con temperature basse e umidità limitate si registrano più casi rispetto alle aree più calde e umide. Secondo loro, quindi, l’estate potrebbe ridurre la trasmissione in modo significativo.

Anche dalla Germania giunge una conferma a queste notizie. Infatti, secondo una ricerca dell’ospedale di Greifswald e dell’università Ruhr di Bochum, sembra che coronavirus simili a questo vivano più a lungo in condizioni fresche e umide: a 4° può rimanere in vita per 28 giorni mentre oltre i 30° sparisce in breve tempo. Per questo motivo consigliano di disinfettare ogni oggetto con soluzioni al 60% di alcol denaturato, etanolo, acqua ossigenata o ipoclorito di sodio.

Infine, grazie al Global Virus Network gli scienziati stanno cercando di prevedere le prossime espansioni di COVID-19. Questa associazione internazionale di virologi medici (il cui obiettivo è aiutare la comunità medica internazionale nel migliorare il rilevamento e la gestione delle malattie virali) prevede che nel nostro emisfero la pandemia si estenderà verso nord, anche uscendo dall’attuale corridoio. Presto quindi saranno coinvolte anche la Scozia e l’Irlanda (dove COVID-19 è attesa tra qualche giorno), il nord della Cina – dove finora la diffusione è stata limitata – e la Columbia per quanto riguarda gli Stati Uniti. In pratica, in zone dove finora le temperature erano più basse del presunto habitat ideale del virus.

Resta tuttavia un grande punto interrogativo: che cosa succederà se questo coronavirus dovese mutare nuovamente, come ha già fatto? Al momento non c’è risposta, gli scienziati e i ricercatori hanno invece pochi dubbi sul fatto che probabilmente sparirà in estate, ma tornerà in autunno.

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