La crisi dell’Iran, tra Trump e il virus

| Nello scenario internazionale della pandemia, la situazione iraniana ha caratteristiche differenti da quelle di tutti gli altri Paesi. Le istituzioni politiche e religiose intendono sfruttare la paura a fini elettorali

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Di Marco Belletti
I dati ufficiali diffusi dalla repubblica islamica d’Iran parlano di 20mila casi positivi al coronavirus e di circa 1.900 morti, ma secondo “Worldometer” i valori reali sono molto più alti: 41.500 contagiati e quasi 2.800 morti.

Cina a parte, l’Iran è così diventata la nazione asiatica con la peggiore emergenza sanitaria provocata dalla pandemia. Ormai COVID-19 è diffuso in tutto il Paese e il governo ha istituito una speciale task force (guidata dal presidente, Hassan Rouhani) per studiare un piano coordinato per fronteggiare la diffusione del contagio.

Finora il governo si è limitato a chiudere i centri di culto e le scuole, ma non ha imposto la quarantena a persone e attività economiche o commerciali. La scelta di prolungare il più possibile l’apertura di piccole e medie imprese – che sorreggono l’economia nazionale – è stata fatta in quanto misure drastiche potrebbero peggiorare le già drammatiche condizioni economiche del Paese.

Secondo il Centro Studi Internazionale, la crisi sanitaria potrebbe far precipitare l’economia iraniana, già alle prese con le sanzioni volute da Trump, che hanno avuto negativi effetti sull’export del petrolio. Dopo una contrazione del PIL pari al 2% nel 2018 e all’8,7% l’anno scorso (dati ONU e Banca Mondiale), per il 2020 le Nazioni Unite prevedevano, prima del diffondersi della pandemia, un ulteriore calo del 2,7%, stima destinata a peggiorare significativamente. A preoccupare è anche l’inflazione, cresciuta dopo l’applicazione delle sanzioni al 32% e che ora potrebbe raggiungere livelli ben più elevati, tanto che il governo iraniano ha chiesto – per la prima volta nella sua storia – un aiuto per 5 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale.

Le precarie condizioni delle finanze iraniane impediscono manovre straordinarie a supporto dell’economia e della sanità. Il prestito sarebbe fondamentale per ridurre l’inflazione e sostenere la moneta (rial) ai minimi storici dopo lo scoppio della pandemia. Le sanzioni USA avevano fatto aumentare il tasso di cambio da 40mila rial per un dollaro a 140 mila, e ora la COVID-19 lo ha fatto salire a quota 160 mila.

Ulteriore crisi economica, super-inflazione e sanità al tracollo potrebbero far riesplodere il malcontento della popolazione, che già a novembre aveva protestato per la pessima qualità della vita e il forte rincaro dei prezzi dei carburanti. Una nuova ondata di proteste era scoppiata a gennaio, dopo l’ammissione delle autorità di complicità nell’abbattimento del volo “Ukrainian Airline”. La scarsa efficacia dell’intervento sanitario per contenere il contagio potrebbe essere una nuova scintilla del malcontento, che ha già colpito le élite clericali, contestate per avere permesso l’11 febbraio la celebrazione dei festeggiamenti per il quarantunesimo anniversario della rivoluzione Khomeinista e quindi il 21 febbraio promuovendo il voto parlamentare come un dovere religioso. Secondo la protesta, i due eventi avrebbero aumentato la diffusione del contagio con le prime vittime registrate il 19 febbraio.

La scarsa affluenza alle elezioni – pari al 42%, la più bassa dalla rivoluzione del 1979 – è il segnale di una crescente insofferenza che le istituzioni stanno cercando di ridurre con la retorica, con la quale sottolineano il presunto ruolo degli Stati Uniti nel diffondere la pandemia. In questo modo tentano di fare leva sul sentimento di identità nazionale per spingere a far accettare all’opinione pubblica sacrifici economici e umani che potrebbero aumentare.

Il ruolo di primo piano ricavato per i pasdaran in questa crisi è la volontà del governo di affidare loro il compito di gestire la reazione della popolazione all’emergenza. Se i pasdaran riuscissero a sfruttare questo momento per dimostrare che la stabilità del Paese è stata ottenuta grazie a loro, gli ultraconservatori avrebbeeo buon gioco nell’eliminare le forze progressiste.

La lotta alla pandemia – sempre secondo il CSI – potrebbe generare un assestamento degli equilibri istituzionali che, con le elezioni presidenziali previste il prossimo anno, saranno fondamentali per determinare il clima che ci sarà nell’imminenza del voto.

In questo momento far credere alla popolazione che le forze armate sono un punto di riferimento per uscire della crisi, potrebbe dare vigore ai conservatori e al nazionalismo di una parte dell’opinione pubblica. In questo modo, la classe dirigente e le forze politiche, in preparazione dell’appuntamento con le urne, potrebbero modificare i propri piani alle nuove esigenze fatte maturare nel popolo, con nuovi candidati da far riconoscere all’opinione pubblica come leader carismatici in grado di dare nuovo impulso all’Iran nei prossimi anni.

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