La lezione di Djokovic al mondo

| L’Adria Tour di Tennis, il torneo benefico voluto dal campione serbo, si è trasformato in un nuovo focolaio. Un monito per i paesi che continuano ad allentare le restrizioni, e assistono ad aumento dei casi di infezione

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“Fin dal primo giorno dell’organizzazione dell’Adria Tour, abbiamo seguito tutte le regole e le misure prescritte dalle istituzioni governative e da quelle sanitarie”, commentava Novak Djokovic la settimana scorsa, prima del torneo di tennis che aveva organizzato per beneficenza. “Abbiamo rispettato tutto, ma il risultato è allucinante”.

La situazione è diventata meno allucinante martedì scorso, quando il numero uno del tennis mondiale ha annunciato che lui e sua moglie Jelena sono risultati entrambi positivi al coronavirus. “Tutto quello che abbiamo fatto nell’ultimo mese, l’abbiamo fatto col cuore e mossi da intenzioni sincere - ha aggiunto il campione serbo dopo l’annuncio di aver contratto la malattia - il nostro torneo doveva unire e lanciare un messaggio di solidarietà in tutto il mondo”.

Ma ha scoperto a proprie spese che al Covid-19 non importa quanto siano pure le intenzioni, così come seguire linee guida sanitarie sia sinonimo di garanzia quando si ha a che fare con un virus che coglie ogni opportunità per diffondersi. Lo dimostrano anche i casi in costante aumento negli Stati Uniti come in altri paesi di tutto il mondo: illudersi che la vita possa riprendere come prima può avere conseguenze devastanti.

Nonostante le critiche ricevute da altri tennisti, Djokovic aveva sottolineato la volontà di portare avanti il torneo, spiegando che la situazione sanitaria in Serbia e in Croazia erano molto diverse dai luoghi più colpiti, ed era quindi “molto difficile” pensare il peggio.

Un evento sportivo di beneficenza potrebbe apparire moralmente scusabile rispetto ad un raduno politico in uno stato americano ad alto rischio, ma l’esito non cambia: invitare la folla a riunirsi significa mettere tutti i presenti in grave pericolo.

A difesa di Djokovic, lo svolgimento del torneo non ha infranto alcuna regola: anche se le tribune del “Novak Tennis Centre” di Belgrado, a quanto si dice, erano gremite, non c’era nulla di illegale, poiché la Serbia ha revocato il divieto di raduni pubblici all’aperto, e non c’erano motivi per preoccuparsi. “Potete anche criticarci e dire che questo è pericoloso, ma non spetta a me decidere cosa è giusto o sbagliato: stiamo facendo quello che ci dice il governo serbo”.

La drammatica realtà è che in questa fase si assiste sempre più spesso a ondate di infezioni che viaggiano in parallelo con l’allentamento delle misure. Paesi come la Cina e la Germania hanno inserito nuovamente misure precauzionali in alcune aree a seguito della comparsa di nuovi focolai, e in tutta l’America, negli stati in cui le restrizioni sono state tolte, i picchi continuano a puntare verso l’alto.

Il risultato è la drammatica consapevolezza della capacità del virus di riconquistare spazi, sottovalutata da governi e individui come Djokovic: perché tutto ciò che il mondo dava per assodato sul coronavirus si sta rivelando sbagliato. Solo tre o quattro mesi fa, era teoria comune pensare che i giovani fossero quasi del tutto immuni all’infezione. Ora, le infezioni tra ventenni e trentenni sono in forte aumento: l’età media dei pazienti di Covid-19 in Florida è di 36 anni, in netto calo rispetto ai 65 dell’inizio di marzo. Così come la convinzione iniziale che i bambini fossero relativamente al sicuro dal virus, è andata dissipandosi man mano che sono state scoperte altre potenziali complicazioni, costringendo l’OMS ad un’inversione di tendenza delle prime raccomandazioni.

Djokovic si dice “estremamente dispiaciuto per ogni caso di infezione” individuato dopo il torneo di Adria. E visto che molti paesi continuano ad abbassare o eliminare le restrizioni, la lezione impartita dal miglior tennista del mondo suona come un avvertimento: il coronavirus non è per nulla vinto e sconfitto. È qui.

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