La lezione di Hong Kong

| La metropoli cinese sembrava avere messo l’epidemia sotto controllo, poi ha abbassato la guardia e i casi sono di nuovo in aumento

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Solo una settimana fa, Hong Kong sembrava un modello da imitare per la sapienza con cui era riuscita a contenere l’epidemia, con un numero relativamente basso di casi nonostante i mesi passati in prima linea.

Un risultato in gran parte dovuto alle azioni intraprese con tempestività mentre i casi si stavano diffondendo in tutta la Cina continentale, mettendo in pratica misure ormai familiari in tutto il mondo: mappatura del virus, distanziamento sociale, lavaggio intensivo delle mani, uso di maschere e altri indumenti protettivi.

Hong Kong ha dimostrato che le misure hanno funzionato: su 7,5 milioni di abitanti, all’inizio di marzo si segnalavano soltanto 150 casi, mentre il numero di infezioni aumentava a dismisura in Corea del Sud e Giappone, diffondendosi rapidamente in Europa e Nord America.

Ora, però, da Hong Kong sta fornendo una lezione molto diversa: cosa può succedere quando si abbassa la guardia troppo presto. Nell’ultima settimana, il numero di casi confermati è quasi raddoppiato, con molti importati da oltreoceano da cittadini di Hong Kong partiti per lavorare o studiare all’estero.

Questo è un modello che si sta verificando in alcune parti dell’Asia, tra le prime ad affrontare l’epidemia: tutti stanno introducendo nuove misure man mano che una nuova ondata di casi comincia a crescere. Una lezione che rappresenta una pillola amara da ingoiare, poiché indica che le quarantene e l’allontanamento sociale devono continuare ben oltre l’ondata iniziale di casi, se si vuole evitare un altro tsunami di infezioni.

Il 2 marzo, dopo diverse settimane di lavoro da casa, la maggior parte dei 180mila dipendenti pubblici di Hong Kong sono tornati nei loro uffici e la metropolitana, anche se mai realmente svuotata del tutto, si è improvvisamente riempita di gente. All’epoca sembrava una misura ragionevole: anche se i casi erano in aumento nel resto del mondo, a Hong Kong i confermati erano solo 100, e nella Cina continentale il numero di nuove infezioni cominciava a stabilizzarsi. Era quindi naturale che la gente cominciasse a rilassarsi un po’, non solo andando al lavoro, ma anche uscendo, andando al parco e partecipando a eventi. La sensazione generale era di un lento e graduale ritorno alla normalità.

Nella settimana successiva, in città si sono registrati cinque nuovi casi, la maggior parte dei quali di “importazione”. I numeri sono rimasti bassi fino al 16 marzo circa, quando decine di nuovi casi hanno mostrato una realtà ben diversa. Ben presto è stato chiaro che le misure di quarantena non erano sufficienti e la trasmissione era ripresa.

Da allora, la città ha fatto a gara per contenere l’epidemia con l’introduzione di nuovi controlli draconiani come l’etichettatura elettronica di tutti i nuovi arrivati, che devono essere sottoposti a una rigorosa quarantena domiciliare e rischiano conseguenze penali in caso di violazione. Durante il fine settimana, la polizia ha pattugliato i quartieri della “movida” notturna alla ricerca di chi violava la quarantena: cinque persone sono state arrestate, due si erano tagliate i braccialetti per uscire.

Da oggi, i dipendenti pubblici lavorano di nuovo da casa, e molte imprese private seguiranno l’esempio a breve. Uno dei migliori consulenti sanitari del governo ha avvertito che le autorità potrebbero dover ordinare una serrata totale e assistere finanziariamente le famiglie, se si vuole contenere la nuova ondata di infezioni.

Il capo dell’esecutivo di Hong Kong Carrie Lam ha detto che finora la città “è passata in modo efficace e sicuro attraverso due ondate di epidemia. La prima è stata dovuta a trasmissioni dalla terraferma, circoscritta mettendo in pratica molte misure. La seconda è stata quella delle trasmissioni locali, con grappoli di contagi derivanti dalla vita sociale. Ora siamo di fronte alla terza ondata”. La Lam non se la sente di incolpare nessuno: “Il rilassamento della popolazione è stato un atteggiamento normale di fronte alla diminuzione dei casi, ma alla luce di questa nuova ondata, più difficile e impegnativa, dobbiamo nuovamente adeguarci. Non è ancora finita”.

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