La molte verità della pandemia

| Terminata la fase critica, secondo gli esperti non sarà così immediato il ritorno alla normalità per quanto riguarda i viaggi. Le responsabilità dell’inquinamento nel propagarsi del contagio. Qual è il vero numero dei morti in Cina?

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Di Marco Belletti
Secondo la CNN il coronavirus bloccherà viaggi e spostamenti per lungo tempo dopo la fine del contagio, probabilmente i voli di linea regolari non ripartiranno prima di un anno, forse poco meno i treni e altri mezzi di trasporto. Ad affermarlo, secondo il network americano, è l’epidemiologo Maciej Boni, della “Penn State University”. Pur aggiungendo che i dati vanno presi con cautela, il docente ha dichiarato alla CNN che “sarà una situazione molto difficile per 12 o più mesi”.

Interpretando le sue parole, significa che sarà necessario almeno un anno affinché la pandemia sia sotto controllo (forse grazie a un vaccino?) e che l’umanità possa rimettersi in coda per un viaggio in aereo o in treno e visitare gli Uffizi, affrontare il Grand Canyon, rilassarsi alle Maldive o ammirare il panorama dal Pão de Açúcar di Rio de Janeiro.

Ma non solo. Tra un anno non si ha la certezza che l’umanità abbia poi tanta voglia di rimettersi a viaggiare con gli stessi ritmi di prima della pandemia, anzi… Il consiglio che offre la CNN è di trascorrere la quarantena o anche solo il periodo di lockdown a ipotizzare dove andare per le prossime vacanze, pianificare il viaggio e aspettare, godendosi magari l’aria pulita delle città senza traffico.

Un altro aspetto che studiosi, ricercatori e media stanno cercando di comprendere (con pareri discordanti) è se effettivamente il livello di inquinamento ha contribuito alla propagazione più rapida del virus. Per esempio, la presenza di contagi per COVID-19 a Roma era conosciuta più o meno negli stessi giorni in cui esplodevano i focolai nella pianura padana. Eppure, non si è avuta una propagazione altrettanto rapida come a Brescia, ad esempio, città in cui il clima fa ristagnare l’inquinamento nell’aria per lunghi periodi.

Secondo Alessandro Miani, ricercatore dell’università di Milano, “l’impatto dell’uomo sull’ambiente sta producendo ricadute sanitarie a tutti i livelli. La difficile prova che stiamo affrontando a livello globale deve essere di monito per una futura rinascita in chiave realmente sostenibile, per il bene dell’umanità e del pianeta”.

Ovviamente, quanto finora fatto per contenere l’inquinamento atmosferico non è sufficiente, e a sentire gli esperti continuando con il lockdown il contagio dovrebbe diminuire perché le persone non entrano in contatto ma soprattutto perché diminuiscono le polveri sottili nell’aria. L’elevato tasso di industrializzazione delle province maggiormente colpite può essere stato un ulteriore fattore di diffusione. La pianura padana oltretutto ha una conformazione orografica che impedisce ai livelli di particolato di scendere rapidamente, se non con forti fenomeni atmosferici – come venti o temporali – assenti in questo periodo.

Fenomeni che sono invece estremi in altre aree del pianeta e provocano numerose vittime e miliardi di euro di danni. La comunità scientifica è sempre più convinta che l’inquinamento rende più forti, aggressivi e letali i virus e per combatterli è necessario intervenire in modo pesante cercando di impedire per quanto possibile che situazioni limite si ripetano in futuro: per il bene del pianeta e dell’umanità che, per chi ancora non l’avesse capito, coincidono.

Umanità che oltre a pagare a caro prezzo fenomeni atmosferici estremi (ghiacciai che si sciolgono, incendi che distruggono intere nazioni, uragani e tifoni sempre più devastanti) ora è costretta ad affrontare una pandemia che sa tanto di nemesi medievale cui non eravamo più abituati.

Quasi sicuramente i numeri ufficiali delle persone contagiate (oltre che di quelle morte) non sono reali: in qualche caso per il diverso modo di conteggiare le persone infette, o la quantità di tamponi effettuati, o ancora per la malafede dei governi nel diffondere i dati. Le immagini delle migliaia di persone in fila a Wuhan per ritirare le urne cinerarie dei parenti, forse significano davvero che i numeri ufficiali di morte dichiarati dal governo cinese non corrispondo al vero.

Qualcuno afferma che il partito comunista cinese potrebbe diffondere valori alterati per mettere in evidenza la capacità dello stato nel rispondere rapidamente e con pochi danni al coronavirus. Si tratterebbe di una strategia fondamentale nel dopo virus, perché chi per primo riuscirà a superare la crisi potrà sfruttare il fatto propagandisticamente e ottenere un indubbio vantaggio economico.

Il dubbio sul reale numero di deceduti in Cina è concreto. Il 23 marzo una sala per funerali a Wuhan ha annunciato che ogni giorno avrebbe consegnato ai parenti 500 urne (con la polizia a controllare che nessuno scattasse fotografie) in modo da poter piangere i morti in occasione della festa del Qingming, per onorare le tombe, che si svolge il 4 aprile. Anche se fino al 30 aprile dovrebbe restare valido il divieto di recarsi nei cimiteri. Ebbene, la sale per funerali a Wuhan sono decine e se ognuna avesse distribuito 500 urne al giorno per un paio di settimane la cifra complessiva sarebbe decisamente più elevata dei 3.300 morti finora dichiarati.

Tre giornalisti (Fan Bin, Chen Qiushi e Li Zehua) sono scomparsi, dopo essere stati arrestati, per aver riferito dell’epidemia di coronavirus a Wuhan. Prima della loro scomparsa, avevano registrato decine di video diffondendo dal centro dell’epidemia immagini non filtrate dalla propaganda di regime. Di Li Zehua – blogger e ex giornalista della CCTV che stava documentando l’assenza di trasparenza del partito comunista cinese nel gestire l’emergenza – non si hanno più tracce da oltre un mese. E un’altra recente indagine fa emergere che nel giro di tre mesi in Cina sono state annullate 21 milioni di utenze telefoniche: e il regime ha sempre affermato che il cellulare è fondamentale per riscuotere stipendi e pensioni.

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