La normalità, il sogno infranto

| In questo momento, e chissà per quanto, non c’è alcuna speranza di tornare all’esistenza che era stata fino allo scorso gennaio. E prima lo accettiamo, meglio è

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Mentre il 2020 scivola lentamente verso la fine, e lascia un’eredità pesante al prossimo anno, sono sempre di più gli esperti che invitano ad accettare una realtà scomoda ma evidente: le cose molto probabilmente non torneranno “alla normalità”, almeno non così velocemente.

È solo una chimera, un barlume di speranza, quella che i politici di mezzo mondo continuano spacciare per situazione “in via di miglioramento”. Ma la realtà che il mondo viveva fino allo scorso gennaio, quando la vita era uguale a quella degli ultimi decenni, non c’è più. E diventa un problema solo se non si riesce ad accettarlo.

Stiamo lentamente imparando che i cambiamenti di quest’anno sono diventati permanenti, definitivi. Chi ha la fortuna di avere un lavoro, probabilmente lo farà da casa: qualcuno ne è felice, altri lo digeriscono male, perché comunque vada toglie aria all’esistenza. Andremo meno nei negozi, rassegnati a spendere di più, e indosseremo la mascherina chissà ancora per quanto tempo, perdendo per strada gesti semplici e affettuosi come le strette di mano e gli abbracci. 

“Cinque anni di cambiamento in soli sei mesi” è la più efficace definizione di quest’arco di tempo. Sei mesi che hanno sconvolto il mondo intero. “I politici che fingono che la ‘normalità’ sia dietro l’angolo ingannano se stessi e chi li ascolta - commenta Thomas Davenport, illustre professore di informatica del Babson College di Wellesley, Massachusetts – chi subisce la tragedia di una perdita presto o tardi se ne fa una ragione e torna alla normalità. Con il Covid è un po’ diverso: continuiamo ad aspettarci che finisca presto e non sia necessario cambiare atteggiamenti e abitudini. Ma i mesi passano e l’attesa diventa sofferenza”.

La tendenza molto umana di credere che il cambiamento sia temporaneo e che il futuro somiglierà di nuovo al passato è spesso definita “pregiudizio alla normalità”. Le persone che non si adattano al cambiamento ritengono che ciò che giudicano come “normale” tornerà presto, e tardano a modificare la routine quotidiana e le prospettive. Chi rifiuta di indossare le mascherine è l’esempio più classico di pregiudizio alla normalità, poiché percepisce l’obbligo come un’intrusione nella loro vita di una moda passeggera, o poco di più.

I circuiti cerebrali preferiscono sopravvivere: mentre una parte della mente può essere incline a resistere al cambiamento, nutrendosi della speranza di chi dice che sia solo un evento passeggero, un’altra zona del cervello è più disposta ad abbracciare le novità.

“Quando accadono sia cose buone che cattive, all’inizio si provano emozioni molto intense - spiega Sonja Lyubomirsky, professore di psicologia all’Università della California - poi ci si adegua e si torna al punto di partenza. Questo è molto più potente con gli eventi positivi, mentre adattarsi ai cambiamenti negativi della vita richiede uno sforzo e un dispendio mentale assai maggiore”.

Il vantaggio dello spirito di adattamento è che funziona in entrambe le direzioni: i cambiamenti che alterano la vita quotidiana possono essere abbandonati altrettanto rapidamente, quando la mente non li ritiene più rilevanti. “È esattamente come adattarsi all’uso della mascherina come una nuova normalità. Abbiamo imparato a lavarci le mani con maggiore frequenza senza neanche pensarci, ed è un gesto che probabilmente erediteremo, anche dopo la pandemia”.

Lo stesso vale per la generazione precedente, cresciuta durante guerre e depressioni e particolarmente attenta a non sprecare cibo: un’abitudine che è rimasta dentro, anche se non tutto intorno dice che non è più necessario. “In realtà siamo più forti e resistenti di quanto pensiamo e presto o tardi scopriremo tutti che il futuro può sembrare di nuovo normale, per quanto diverso sia diventato”.

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