La rivincita dei survivalisti

| Aumentano coloro che per scelta, paura o convinzione preferiscono essere pronti al peggio accumulando cibo e razioni. Le vendite online di maschere antigas, tute, kit di sopravvivenza e pronto soccorso sono in aumento vertiginoso

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All’estero li chiamano “preppers”, termine che non ha una traduzione italiana precisa, se non quella di “survivalisti”. Persone che passano la vita a prepararsi all’Armageddon, che siano emergenze, mutamenti sociali, catastrofi naturali, crisi finanziarie o pandemie. Li hanno presi in giro per anni, dedicato serie TV per raccontare come imparano a vivere sfruttando quello che hanno intorno, facendo a meno di ipermercati, carte di credito, internet.

Nascono ufficialmente fra Gran Bretagna e Stati Uniti nel periodo storico della minaccia nucleare, ma non sono rari i vasi di convinzioni religiose o di gente talmente colpita da un romanzo o un film post-apocalittico da scegliere di rinunciare alla civiltà.

Sono bastate poche settimane di coronavirus, perché la nicchia dei preppers abbia visto un aumento di coloro che hanno deciso di fare scorta di razioni e autoisolarsi, in attesa che il peggio sia passato. E coloro che da anni vivono così, sono diventati i nuovi guru di questo periodo. Nander Knobben gestisce un negozio online di attrezzature per prepper dai Paesi Bassi, e ha visto letteralmente decollare gli ordini: nel giro di pochi giorni ha venduto più attrezzatura di quanto abbia fatto lo scorso anno. Ha spedito in tutto il mondo migliaia di maschere protettive, di razioni, di radio e filtri per l’acqua. A casa sua, il ventinovenne ha razioni sufficienti per resistere due o tre mesi: circa 84 litri d’acqua, coperte, candele, polli vivi, olio di riserva per la sua auto, un kit di pronto soccorso e uno di sopravvivenza con torcia elettrica e cibo liofilizzato. “Se ti prepari adesso e hai del cibo in casa per un mese, forse non sarà per il coronavirus, ma tra qualche anno ne avrai bisogno per un altro disastro, quindi non è mai una cattiva idea prendere qualche precauzione. Io non voglio dipendere da nessuno, voglio prendermi cura di me stesso”.

Knobben non crede nella possibilità di uno “scenario cinematografico post-apocalittico” e si discosta dai peppers più estremi: “Li ho frequentati, il primo anno ho aperto il negozio online e ne sono stato un po’ risucchiato. Mi ripetevo: può succedere, dobbiamo anche prepararci a questo. Ma sconsiglio vivamente di andare su internet e leggere tutte le teorie cospirative che girano senza sosta, perché è deleterio, semplicemente continuo a sostenere la necessità di essere preparati ad un eventuale peggio”.

Lincoln Miles, che gestisce un outlet di preppers nel Regno Unito, ammette che dopo l’epidemia la situazione è andata oltre “il maniacale”: le vendite sono 20 volte superiori al solito, e ha dovuto assumere personale extra che lavora fino a notte fonda sette giorni su sette per tenere il passo con la domanda. “I bestseller sono, naturalmente, maschere antigas, tute e accessori, ma vendo 600-700 maschere militari al giorno, quasi 1.000 filtri e centinaia di tute antigas, e la scorsa settimana più di 6.000 razioni da 20 giorni sono andate via in cinque ore”.

Uno studio del 2019 pubblicato sul “Journal of Marketing Management” ha scoperto che la gente che si prepara all’Armageddon è in aumento, poiché l’orologio del giorno del giudizio, con il rischio di annientare l’umanità, si sta avvicinando. Secondo gli esperti lo spirito di preparazione al peggio non è una sottocultura marginale, ma un fenomeno sempre più diffuso, guidato non da un delirio ma da un’ansia generalizzata.

Sarah Browne, professore di marketing e strategia al Trinity College di Dublino, è convinta che i prepper siano descritti come “sciocchi paranoici”, ma la maggior parte di loro ha adottato uno stile di vita diverso a causa di un evento traumatico, come il crollo finanziario o la perdita del lavoro: “Sarà interessante vedere se la paura del virus può indurre qualcuno a cambiare totalmente vita”.

Edward O’Toole, un autore britannico, ha imparato l’autosufficienza da quando era bambino: “Non vuoi dover dipendere da qualcuno per il cibo, l’acqua o l’elettricità. È una visione molto logica delle cose, non uno scenario da Giorno del Giudizio per cui dobbiamo fare scorta di armi. Prepararsi non significa immagazzinare prodotti di sopravvivenza costosi che non si sa come usare, ma agire come una comunità: la società occidentale è diventata molto isolazionista, soprattutto ora che abbiamo una generazione basata su internet per cui non devi neanche uscire per incontrare il tuo vicino”.

Secondo lo scrittore, c’è uno spirito comunitario molto più forte tra chi è in grado di occuparsi prima delle proprie cose e poi di provvedere agli altri: “In un’alluvione, chi ha una canoa può portare il cibo al vecchietto che abita in fondo alla strada. Se la comunità è più forte e tutti sono autosufficienti, allora puoi aiutare gli altri e non sei un peso”.

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