La zoonosi dello spillover

| Se lasciato libero di agire, il coronavirus COVID-19 potrebbe provocare la morte di 100 milioni di persone. Dopo aver vissuto nell’intestino dei pipistrelli è riuscito a fare il salto di specie arrivando a infettare le cellule umane

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Di Marco Belletti

Zoonosi e spillover sono due termini piuttosto sconosciuti che solo a causa della pandemia sono diventati parte (o quasi) del linguaggio comune. La COVID-19 è una zoonosi, una malattia infettiva che a un certo punto della sua evoluzione si è trasmessa da un animale agli esseri umani. Invece, lo spillover è il passaggio del virus che provoca questa infezione, nel nostro caso il SARS-CoV-2, da una specie animale all’altra.

La velocità e la capillarità con cui una malattia contagiosa si propaga dipende da due fattori: il modo con cui sono applicate le misure sanitarie indicate dalle autorità e quello in cui gli esseri umani interagiscono con la natura.

Sergio Rosati – docente del dipartimento di Veterinaria dell’università di Torino ed esperto di malattie infettive degli animali – è stato intervistato da UniToNews (il magazine online dell’università torinese) su come virus e malattie possono passare dagli animali agli esseri umani.

In un libro che risale al 2012 dal titolo ‘Spillover: l’evoluzione delle pandemie’, lo scienziato e divulgatore di National Geographic, David Quammen affermava che gli esseri umani sono una specie animale legata in modo indissolubile alle altre, in salute e in malattia.

“Da quando l’uomo è diventato agricoltore e pastore – spiega Rosati – ha accettato l’idea di avere contatti con gli animali, inizialmente selvatici, quindi domestici. Da questi contatti hanno avuto origine molte malattie, come il vaiolo per esempio, che si presume abbia origine animale e, nel tempo, si sia adattato per essere trasmesso all’uomo”.

Molti animali selvatici sono portatori di virus ma, tra tutti, quelli che giocano un ruolo da protagonisti sono sicuramente i pipistrelli: migliaia di specie e una storia evolutiva di 50 milioni di anni ha permesso loro di raggiungere da molto tempo un equilibrio con i propri parassiti. 

Recenti studi dimostrerebbero che la maggior parte dei coronavirus emersi negli ultimi anni – come le due Sars – avrebbero origine proprio dai pipistrelli che non sono danneggiati dai virus.

“Vivono di norma nell’intestino – prosegue Rosati – provocando infezioni non aggressive ma quando si rompe l’equilibrio alcuni virus (venendo a contatto con una nuova specie) sono in grado di penetrare nelle cellule compiendo il salto di specie: lo spillover appunto”.

Nel suo libro Quammen afferma che quando un virus effettua lo spillover ha vinto alla lotteria e ciò è vero per quelli che hanno acido ribonucleico (RNA) ed enzimi imperfetti.

“Nella popolazione di virus – conferma Rosati – la particella virale che migliora la capacità infettante prende il sopravvento sulle altre, la mutazione si fissa nel genoma e il virus si adatta più velocemente. Ecco il biglietto vincente della lotteria”.

Il professore prosegue spiegando che Sars 1 e Sars 2 sono virus appartenenti alla stessa famiglia e allo stesso gruppo virale. Mentre il primo aveva un tasso di letalità di circa il 30 per cento, il secondo solo del 2 per cento ed è per questo motivo che nel 2003 il contagio è stato tenuto più efficacemente sotto controllo.

Il coronavirus di COVID-19 provoca nel 70-80 per cento dei casi infezioni pressoché asintomatiche che giocano un ruolo molto importante nella diffusione del contagio. Le persone infette senza saperlo e senza sintomi diffondono il virus meno efficacemente della persona sintomatica, ma più a lungo.

Seppur con un’origine simile, l’ebola è un virus di un’altra famiglia sempre proveniente dai pipistrelli che negli anni Settanta del Novecento ha fatto spillover, benché solo in villaggi dell’Africa centrale e in aree rurali cinesi. I flussi migratori attuali più rapidi e massicci possono creare un potenziale pandemico quando l’infezione arriva in aree molto popolose.

“L’insegnamento più significativo che dobbiamo fare nostro da questa pandemia – conclude Rosati – è che il mondo ipertecnologico e globalizzato in cui viviamo si scopre indifeso e debole nei confronti degli incubi più antichi, come queste malattie. Spero sia l’occasione per riflettere sul modello di società contemporanea”.

Società che non ha memoria della COVID-19 e quindi non ha nessuna possibilità di difendersi con un vaccino in tempi brevi o con l’immunità di gregge. Se il virus potesse diffondersi senza nessuna contromisura, potrebbe colpire il 60-70 per cento dell’umanità con conseguenze drammatiche: quasi 5 miliardi di contagiati e oltre 100 milioni di morti.

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