Laboratori senza complotti

| Nei giorni scorsi si è diffusa sui social una vecchia puntata di TGR Leonardo che parlava di un team internazionale di virologi al lavoro in un laboratorio cinese per scoprire come difendersi dai virus

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È di qualche giorno fa la notizia che nel 2015 in un laboratorio cinese era stato ricreato un coronavirus. Naturalmente l’informazione si è sparsa in rete, e non solo in modo veloce suscitando ogni genere di commento. In un attimo la news è diventata virale (guarda caso!) e totalmente fuori controllo.

Gli esperimenti con i virus sono normali e all’ordine del giorno, sono indispensabili per trovare cure e salvare le vite di milioni di persone ed è un’attività che viene svolta sempre più spesso in numerosi laboratori del mondo.

Si tratta di un compito svolto da professionisti e le notizie sullo svolgimento di questi esperimenti raramente sono diffuse a livello di telegiornali o quotidiani, ma confinate sulla stampa specializzata, a meno che non annuncino risultati eclatanti.

Più o meno ad arte, alcuni giorni fa ha cominciato a circolare lo spezzone di una puntata del “TGR Leonardo” del 2015, in cui si parlava proprio di un coronavirus “creato” in laboratorio: il fatto che la fonte fosse affidabile ha generato parecchia paura e la disinformazione su quanto raccontato nella trasmissione generato notevole confusione.

Il servizio faceva riferimento a uno studio condotto cinque anni fa da un gruppo di ricerca internazionale – e non da generici ricercatori cinesi, come è poi stato pubblicato sui social media – con alcuni dei più importanti immunologi al mondo. Avevano modificato un virus per dimostrare come alcuni coronavirus presenti nei pipistrelli fossero potenzialmente in grado di passare da una specie all’altra contagiando anche gli esseri umani.

Lo studio aveva analizzato i rischi che potrebbero provocare un gruppo di coronavirus simili a quello che aveva causato la SARS nel 2003 ma con una sequenza genetica diversa dall’attuale, che non è legato in alcun modo a quella esperienza di laboratorio.

La ricerca fu condotta senza segreti o complotti. Come succede per le ricerche pubblicate sulle riviste scientifiche, fu ripresa da altri studiosi e divenne utile aggiungendo nuove conoscenze sui coronavirus, oggi più che mai importanti per chi sta ricercando farmaci e vaccini contro la COVID-19.

Ricerche del genere non posso essere improvvisate in quanto non può certo essere sottovalutata l’attenzione alla prevenzione nel lavorare in un laboratorio con un livello elevato di biosicurezza, a contatto con un virus potenzialmente molto pericoloso. I ricercatori e i tecnici di laboratorio svolgono la loro attività vestiti con tute a metà strada tra quelle utilizzate da astronauti e gli apicultori: un abbigliamento che deve garantire il totale isolamento (anche se a volte è soltanto il migliore possibile) dall’ambiente circostante. Solo in questo modo è possibile evitare che agenti infettivi come virus e batteri provochino contaminazioni durante la fase di analisi.

Sono quattro il BSL (livelli di biosicurezza) e al momento i laboratori in cui centinaia di virologi stanno studiando il coronavirus SARS-CoV-2, quello che ha provocato l’attuale pandemia, sono al BSL-3: devono essere isolati, con accessi a porta doppia e ingressi sigillati per avere sempre un’area “pulita” per chi lavora.

È in laboratori di questo genere che gli scienziati analizzano le caratteristiche genetiche e molecolari del virus, valutano come si lega alle cellule e come si replica al loro interno, studiano come producono le infezioni nell’organismo. Si tratta di un’attività fondamentale senza la quale non sarebbe possibile comprendere quali farmaci possono sconfiggere la COVID-19, né come agire per realizzare un vaccino.

Buona parte di questa ricerca è affidata ai computer, che permettono la creazione di modelli accurati delle caratteristiche genetiche dei virus e la mappatura delle proteine sfruttate per replicarsi ed evitare le difese del nostro sistema immunitario. Tuttavia, una parte della ricerca deve necessariamente essere svolta in laboratorio. E dovendo lavorare a stretto contatto con virus pericolosi come quello attuale – o addirittura molto più rischiosi come gli ebolavirus – sono fondamentali le massime precauzioni possibili.

La lotta al coronavirus si combatte in questi laboratori ma anche sui social. Nel 2018 Mark Zuckerberg annunciò che avrebbe individuato e rimosso da Facebook gli account fake, ossia finti profili creati esclusivamente per veicolare notizie false e diffondere odio e paura online. In tre mesi furono chiusi circa mezzo miliardo di account fasulli e rimosse decine di milioni di fotografie esplicite e commenti contenti espressioni d’odio.

È fondamentale non abbassare la guardia in questa difficile fase in cui la gente desidera notizie, ha fame di informazioni e non sempre i canali ufficiali possono fornirle. L’idea di creare sul mondo virtuale dei social un ambiente che non ha bisogno di urlare le notizie sarebbe un bel passo in avanti verso l’eliminazione delle fake news.

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