L’epidemia cinese del 1911, quando il mondo reagì unito

| Malgrado la scienza e le difficoltà logistiche, la reazione planetaria riuscì ad evitare che un virus letale si trasformasse in pandemia. Enormi differenze con la realtà attuale, con i Paesi che agiscono per conto proprio

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Nel 1911, un’epidemia si diffuse in Cina minacciando di diventare una pandemia. Le origini sembravano legate al commercio di animali selvatici, ma all’epoca nessuno ne era sicuro. Scoppiata nella Cina nord-orientale, la grande peste manciùriana fu devastante. Dall’autunno del 1910 e fino alla definitiva repressione dell’epidemia l’anno successivo, si stima che morirono circa 63mila persone. L’epidemia finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo quando raggiunse la città di Harbin, nell’odierna provincia di Heilongjiang. Harbin faceva allora parte di quella che era conosciuta come Manciuria, una regione vasta, importante dal punto di vista agricolo ma scarsamente popolata, situata nel punto di incontro tra le sfere d’influenza cinesi, giapponesi e russe. La maggior parte del territorio era governata dalla Cina, con il Giappone che controllava l’area portuale intorno a Dalian e la Russia che gestiva la rete ferroviaria.

Harbin era una città internazionale, sede di una comunità di cittadini russi che lavoravano per la “China Eastern Railway”, linea collegata alla “Trans-Siberian Railway” con la città portuale di Dalian, controllata dal Giappone. La città era anche sede di grandi comunità di giapponesi, americani ed europei impegnati nei commerci collegati alla ferrovia. Questo includeva il commercio di pellicce, probabilmente il punto che aveva fatto da primo focolaio al virus, con un indiziato principale: la marmotta Tarbagan, una specie di roditore che viveva soprattutto nelle praterie e nelle steppe di Mongolia e Manciuria. I pellicciai europei, americani e giapponesi acquistavano pellicce di zibellino, visone e lontra dai cacciatori locali, ma non erano interessati alla pelliccia grossolana della marmotta della Manciuria. Le nuove tecniche di tintura sviluppate all’inizio del secolo hanno permesso di far passare la pelliccia di marmotta come un’alternativa più economica alle pellicce più care.

Migliaia di cacciatori locali nomadi furono incaricati di cacciare le pelli di marmotta, il cui valore era aumentato notevolmente negli anni prima del virus. 

L’epidemia fu individuata per la prima volta ufficialmente dai medici russi a Manzhouli, una città interna della Mongolia. I sintomi erano allarmanti: febbre con perdita di sangue. Proprio come oggi i virus si diffondono velocemente attraverso i viaggi aerei, allora le ferrovie facilitavano la diffusione. Poco dopo, altri casi sono comparsi nei principali scali ferroviari: Tianjin, Pechino, Wuhan e perfino Shanghai, a quasi 3mila km. Negli affollati quartieri poveri di Harbin, la malattia si diffuse rapidamente: nel novembre del 1910, il bilancio in città era di 5.272 morti.

Malgrado i vincoli logistici e tecnologici, la risposta all’epidemia fu rapida: centri di quarantena, per lo più in vagoni merci ferroviari riconvertiti, destinati alle persone che le autorità pensavano fossero venute a contatto con la malattia. Se i detenuti in quarantena non mostravano sintomi entro cinque giorni, venivano rilasciati con un braccialetto di filo metallico fissato con un sigillo di piombo che dichiarava che erano liberi dalla peste. Ma se i sintomi si manifestavano, l’intero vagone era essenzialmente condannato, dato che il tasso di mortalità della malattia era sbalorditivo, vicino al 100%. Le sepolture erano proibite, si optava per cremazioni di massa.

Ad Harbin, il medico capo delle autorità cinesi Wu Lien-teh, era vicino a contenere l'epidemia. Wu ha iniziato gli esami post-mortem delle vittime arrivando alla conclusione che la malattia era peste polmonare e non bubbonica. Wu sapeva che si avvicinava una grande scadenza: il Capodanno cinese, ufficialmente fissato per il 30 gennaio, con milioni di cinesi in viaggio.

La risposta fu a volte dura: ogni casa in cui era comparsa l’infezione fu rasa al suolo, ma nel complesso le misure funzionarono. Le zone sanitarie, le quarantene, le serrate, l’isolamento, le restrizioni di viaggio e le mascherine riuscirono a far scendere il tasso di infezione ad Harbin entro la fine di gennaio. Anche se i casi continuarono a comparire in tutta la Manciuria e occasionalmente anche oltre, Wu dichiarò la peste soppressa alla fine del gennaio 1911, con una cremazione finale di massa delle vittime.

A quel punto, era giunto il momento di convocare una conferenza internazionale per cercare di scoprire perché l'epidemia fosse stata così grave e diffusa, e quali fossero le misure che avevano funzionato meglio.

Entro il 3 aprile 1911, il palazzo Shao Ho Yien di Shenyang era stato trasformato in un centro conferenze che comprendeva sale riunioni, laboratori per esperimenti e alloggi per i delegati. Furono invitati virologi, batteriologi, epidemiologi ed esperti di malattie infettive di molte delle maggiori potenze mondiali: Stati Uniti, Giappone, Russia, Regno Unito e Francia, ma esperti arrivarono anche dall’Italia, Messico, Paesi Bassi, Germania, Austria e Ungheria.

Lo scopo della conferenza era individuare la causa dell'epidemia, imparare quali tecniche di soppressione erano state più efficaci, scoprire perché la malattia si era diffusa così velocemente e valutare cosa si poteva fare per prevenire una seconda ondata. Era per lo più un vero tentativo di imparare qualcosa che potesse servire per il futuro.

La Grande peste manciùana non si diffuse in modo grave nel resto della Cina, in Mongolia e in Russia: la chiusura del porto di Dalian fermò la diffusione in Giappone, Corea, Hong Kong nel resto dell’Asia. Da lì avrebbe potuto spostarsi verso l’Europa, l’America e il mondo intero. Ma non è successo.

Oggi, rispetto al 1911, il mondo è diviso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è messa in dubbio, i Paesi sono inferociti tra loro e si contendono le risorse, mentre le zone più povere del mondo sono lasciate a cavarsela in gran parte da sole.

Le misure adottate in tutto il mondo - ospedali per la quarantena appositamente costruiti, obbligo di indossare mascherine, procedure sanitarie migliori, restrizioni di viaggio, aerei a terra e squadre di operatori sanitari, per molti versi replicano quelle adottate 110 anni fa in Cina.

Tuttavia, i principali protagonisti di oggi - gli Stati Uniti, la Cina, le nazioni dell’Unione Europea e il Giappone - apparentemente hanno poco interesse ad una risposta coordinata alla crisi sanitaria, e le prospettive di qualsiasi conferenza apolitica sembrano remote. Inutile farsi illusioni: dal proprio passato, il mondo non impara mai niente.

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