Nessuno parla più di Brexit

| Da Downing Street ripetono che nulla cambia: il Regno Unito uscirà dalla UE nel dicembre di quest’anno. Ma non dicono che il Paese continua a importare migliaia di tonnellate di merci, comprese forniture mediche e ospedaliere

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Dopo giorni di critiche selvagge da parte della stampa su una strategia di contenimento del coronavirus assai tardiva, Boris Johnson e il suo governo hanno fatto un’importante inversione di tendenza nella gestione della pandemia. Entro la fine del mese, ha assicurato il ministro della salute Matt Hancock, il paese punta ad arrivare a 100mila test al giorno, dieci volte di più quando fatto fino a fine marzo. Non è ancora il livello della performance stellare della Germania, che ha raggiunto i 50mila test al giorno, ma non basta comunque a placare le critiche rabbiose verso il governo. Hancock ha cercato di scaricare le colpe sull’industria diagnostica, ma sono i tanti a credere che sia stato qualcos’altro a guidare il Paese.

Dal voto referendario del 2016 sulla Brexit, il governo britannico ha fatto grandi sforzi per ricordare all’opinione pubblica che il Regno Unito è responsabile del proprio destino, e questo avrebbe spinto il Paese a non partecipare allo sforzo europeo.

Gabriel Scally, presidente della “Royal Society of Medicine”, ritiene che il governo abbia “un assoluto disprezzo per tutto ciò che viene da fuori del Paese, al punto da ignorare i consigli dell’OMS, ignorare il Centro europeo per il controllo delle malattie e ignorare le esperienze di altri Paesi”. Non è un segreto che la Brexit sta rendendo la capacità del Regno Unito di gestire la pandemia difficile, sia a livello politico che pratico. Entro la fine di giugno, il governo di Johnson deve prendere una decisione enorme: prolungare o meno il periodo di transizione, che scadrà il 31 dicembre.

Il vantaggio di cercare una proroga è in gran parte pratico: il Paese importa ancora dall’UE una quantità enorme di forniture mediche, alimenti freschi, carta igienica e altri beni essenziali. Poiché il periodo di transizione permette di non creare attriti, significa che i carichi possono lasciare i porti di tutta Europa la mattina e trovarsi sugli scaffali o negli ospedali britannici il pomeriggio stesso. 

Lo svantaggio dell’estensione è in gran parte politico: il prezzo di un commercio senza attriti sarebbe una perdita di dignità. Se il Regno Unito fosse costretto a prolungare il periodo di transizione fino alla fine del 2021, sarebbe un altro anno in cui il Paese si troverebbe obbligato a obbedire alle regole dell’UE e a pagare i bilanci, ma senza alcuna possibilità di voce in capitolo. Ecco perché la posizione ufficiale del governo è che, virus o non virus, il Regno Unito si atterrà al calendario della Brexit. Decisione che significa per il governo calcolare quel che è più importante: garantire l’importazione di forniture mediche dall’Europa o rispettare un calendario che arrivi alla Brexit entro la fine del 2020?

Il governo sostiene che sta rafforzando la capacità interna del Paese di affrontare la crisi aumentando la produzione interna e incoraggiando le fabbriche a produrre ventilatori polmonari e disinfettanti piuttosto che automobili e bevande. Ma a scanso di equivoci afferma che qualsiasi accordo concordato con l’UE non impedirà l’ingresso nel paese di apparecchiature mediche. Peccato che il problema non sia così semplice: il primo è che i negoziati delle future relazioni con l’UE sono in fase di stallo. Michel Barnier, il capo negoziatore di Bruxelles, è in quarantena da coronavirus, costretto a fare un passo indietro. Ma lo stesso vale per il suo omologo britannico, David Frost, in autoisolamento dopo aver mostrato i sintomi. E comunque, anche se le loro squadre fossero state in grado di continuare i colloqui, non avrebbero potuto: le rigide regole di distanziamento sociale in vigore in Belgio e nel Regno Unito rendono impossibile l’incontro tra le parti.

Il governo sostiene che il Regno Unito potrebbe fare pressioni e decidere unilateralmente di eliminare i controlli e le tariffe sulle apparecchiature mediche, permettendo che queste ultime affluiscano nel Regno Unito senza problemi, ma anche se questo è tecnicamente possibile e per Johnson comporta delle serie ripercussioni politiche. “In linea di principio possiamo dire che continueremo a prendere le apparecchiature mediche senza controlli, ma se la Brexit era un modo per riprendere il controllo, non imporre controlli sarebbe uno strano modo di metterlo in pratica, assai complicato da spiegare alla popolazione”.

In termini pratici, è molto difficile immaginare che il rifiuto di prolungare il periodo di transizione renderà più complicata la capacità del Regno Unito di affrontare la pandemia, e per l’intera comunità medica la linea dura del governo nel rispettare il calendario della Brexit è allarmante.

Alcuni a Downing Street stanno iniziando ad ammorbidire i toni: “Non è auspicabile per nessuno, ma è difficile immaginare molti passi in avanti prima di giugno”. Anche lì, ci sono persone di buon senso che suggeriscono sia solo una questione di tempo: Boris Johnson è un uomo che ha cambiato idea più di una volta. Il problema è che se la scadenza del 1° luglio non viene rispettata, non potrà tornare più indietro.

Così, mentre c’è un barlume di speranza per chi sogna un ritardo della Brexit, l’impatto immediato è che i servizi in prima linea devono fare scorta di attrezzature, camici, guanti e medicinali, perché non sanno in quale modo si troveranno ad operare nel gennaio 2021.

Non è colpa di nessuno se la Brexit si è scontrata con l’emergenza coronavirus, ma ha reso la vita difficile a un governo che sta già affrontando il più complicato mal di testa politico dalla fine della seconda guerra mondiale. E anche se potrebbe essere conveniente per Johnson non parlare di Brexit, nulla cambia nella realtà: il Regno Unito sta sfrecciando verso il 1° luglio senza che accada nulla di sostanziale su quella che, prima del coronavirus, era la più grande sfida politica e diplomatica affrontata dal Paese. Johnson non ha che poche settimane per prendere un’altra decisione epocale sul destino della sua nazione, una scelta che potrebbe giocare un ruolo enorme sul futuro della sua carriera politica.

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