New York: voci da un pronto soccorso

| Le drammatiche testimonianze dei medici dell’University Hospital di Brooklyn raccolte da due giornalisti della CNN: “Preparatevi: è peggiore di qualsiasi incubo abbiate mai avuto”

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New York, pronto soccorso di un ospedale: in 40 minuti, sei pazienti in arresto cardiaco. Quattro muoiono prima ancora di arrivare nei reparti. Il segnale di allarme “CODE 99” suona altre cinque volte in meno di un’ora: è il caos, l’anticamera dell’inferno. “Sono così in pessime condizioni che li perdiamo in un attimo - racconta la terapista respiratoria Julie Eason - sono coscienti, ti parlano, e dopo qualche minuto sei costretto a infilargli un tubo in gola sperando di poterli salvare”.

È un piccolo esempio di ciò che il coronavirus sta facendo a migliaia di americani, e probabilmente a molte altre migliaia, raccontato dalla testimonianza di Lauren del Valle e Miguel Marquez, due giornalisti della CNN ammessi all’interno dell’University Hospital di Brooklyn, uno dei tre che il governatore Andrew Cuomo ha deciso di dedicare interamente alla gestione della pandemia. Il volume di persone che arrivano al pronto soccorso nelle ultime ore è leggermente calato, ma poiché sono tutti affetti da Covid-19 il tasso di mortalità è elevato: quasi il 25% dei ricoverati in ospedale è morto. “Non è l’ospedale, ma la natura della malattia - commenta il dottor Lorenzo Paladino, specialista in medicina d’urgenza - ed è implacabile”.

Non c’è tempo per rifiatare: un operatore sanitario avvolge il corpo di un paziente deceduto e nel giro di 30 minuti tutto è sparito, lo spazio igienizzato e al suo posto arriva un’altra persona altrettanto in gravi condizioni, con la maschera per l’ossigeno sul viso.

Delle quasi 400 persone ricoverate per Covid-19, il 90% ha più di 45 anni e il 60% supera i 65, ma è sbagliato credere sia solo un problema per anziani: il paziente più giovane è un bambino di 3 anni. “Ci sono dei ventenni che piangono e basta, e noi medici non siamo abituati a questo: la frequenza delle persone che faticano a respirare, il numero di allarmi che suonano, la percentuale di coloro che non si possono salvare e la sensazione ogni giorno più netta che il numero di vittime sarà impressionante sono mine che ogni giorno ci esplodono dentro - racconta Cheryl Rolston, direttore del pronto soccorso – ognuno di noi ha imparato che durante un turno può avere un codice rosso, a volte due, ma quella è una normalità che non esiste più. L’altro giorno mi ha chiamato il figlio di un paziente e mi ha detto: “Mio padre ha ottant’anni, so che sta per morire e sono triste perché sta morendo da solo”. Sono chiamate strazianti, ma non puoi fare niente”.

Il dottor Robert Foronjy, capo del reparto di medicina polmonare e critica al Downstate, è cresciuto a 10 isolati dall’ospedale: “Fino a tre settimane fa, la mia vita era abbastanza normale, poi tutto questo è successo quasi da un giorno all’altro. È dura per tutti, ma le persone per cui provo più affetto sono le famiglie, soprattutto quelle che non hanno neanche l’opportunità di dire addio ai loro cari. Li rivedono solo in un’urna cineraria”.

I pazienti in condizioni più critiche vengono attaccati ai ventilatori polmonari, macchine complesse e costose che sono essenziali nella lotta contro il coronavirus, anche se non sono una cura magica: i dati dimostrano che le probabilità di sopravvivere sono basse anche con i ventilatori per i pazienti affetti dalla forma più grave di Covid-19. “Siamo preoccupati che arrivi il giorno in cui non avremo abbastanza ventilatori: non vogliamo prendere la decisione di scegliere chi salvare”.

La necessità di personale medico qualificato è destinata a diventare acuta per tutti gli ospedali: Cuomo ha dato mandato di ampliare la capacità di posti letto di almeno il 50%, e il Downstate ha più di 2.000 dipendenti e 225 posti letto. Per far fronte all’aumento dei pazienti, la mensa dell’ospedale sarà attrezzata per circa altri 50 posti letto e nei parcheggi sotterranei sono comparse tende a pressione negativa, una tecnica di sterilizzazione che impedisce ai contaminati di diffondere il virus. Presto aprirà un secondo spazio nella struttura di un vicino quartiere di Brooklyn.

“Stiamo prendendo a prestito tattiche dalla medicina militare per far fronte a questo disastro: in tempi di emergenza si inventa, si improvvisa e si diventa creativi. Ci sono un sacco di cose che mi tengono sveglio la notte: prima di tutto la sicurezza dei miei medici, delle mie infermiere e dei miei terapisti respiratori, sono profondamente preoccupato per la loro esposizione. Tutti fanno straordinari obbligatori: ferie e congedi sono stati cancellati a tempo indeterminato, ma non basta, c’è ancora bisogno di aiuto”. Il Downstate ha accolto più di 50 operatori sanitari che si sono offerti di andare “in prima linea”, fra questi Mafuzur Rahman, 70 anni: “Tutti stanno mettendo a rischio se stessi e le loro famiglie per curare i pazienti, ma la disperazione e l’impotenza che vedo nei loro occhi è disarmante”.

“Preparatevi, perché qualunque sia il vostro incubo peggiore, state per viverne uno che non ha eguali - avverte supervisore dell’obitorio Michael McGillicuddy - sono morte così tante persone e così in fretta che abbiamo due camion frigoriferi parcheggiati all’esterno per conservare i corpi, ma so che presto dovrò ordinare altri camion. È la cosa peggiore che abbia mai visto: con un disastro naturale sappiamo cosa ci aspetta, ma questa volta è ogni giorno peggio. Ci sforziamo quanto più possibile di dare un ultimo segno di rispetto verso i morti: facciamo del nostro meglio per non impilare i cadaveri”.

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