Non è un virus (solo) per vecchi

| La storia di Ben Luderer, sportivo di 30 anni, morto all’improvviso di coronavirus. Per gli scienziati è uno dei tanti casi del mistero legato al virus, capace di dare sintomi lievi ma anche di uccidere senza pietà

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Quando Ben Luderer, 30 anni, ha iniziato a sentirsi male, non era affatto sorpreso: pochi giorni prima, sua moglie Brandy era risultata positiva al coronavirus, ma non accusava problemi particolari. Il termometro indicava una temperatura che i medici non consideravano nemmeno una febbre, aveva qualche disturbo intestinale e un po’ di mal di testa, ma nulla di più. Neanche Ben era preoccupato quando ha iniziato a non sentirsi bene: i due lavoravano nel distretto scolastico di Cliffside Park, nel New Jersey, entrambi come insegnanti d’appoggio.

Ma i sintomi di Ben si sono rapidamente aggravati: aveva il fiato corto e l’ultimo venerdì di marzo ha detto a sua moglie che era ora di andare al pronto soccorso. “Era preoccupato: è entrato in camera da letto e mi ha detto: ‘Portarmi in ospedale’. Ho risposto ‘sei sicuro?’, e lui ‘Sì, ne ho bisogno’”.

Brandy lo accompagna in ospedale, ma è costretta ad aspettarlo fuori: seduta in macchina tutta la sera, si scambia messaggi con il marito che la tiene aggiornata: “Mi ha raccontato passo dopo passo cosa gli stavano facendo”. Ben è stato intubato e sembrava rispondere bene: è stato idratato, gli hanno dato dei farmaci e qualche ora dopo l’hanno rimandato a casa. “Due giorni dopo si sentiva meglio e mostrava segni di miglioramento: si alzato dal letto e mangiato a tavola. Domenica sembrava tutto passato: era in forma, si muoveva, parlava di continuo”. Quella sera, però, i sintomi ritornano: “Trovava difficile respirare, e ha preferito dormire sul divano, dove gli riusciva di trovare una posizione più comoda. Durante la notte, Ben mandato un messaggio alla moglie: ‘Sto male’. Lei chiede se vuole tornare al pronto soccorso e lui risponde di non esserne sicuro.

“Ho cercato di fare tutto il possibile per metterlo a suo agio e calmare il respiro: ho preso in prestito l’umidificatore di un amico e quando Ben si è finalmente addormentato sono andata a letto anche io”. Alle due del mattino Brandy si alza per controllare il marito: dormiva, respirava bene, sembrava tutto a posto. Quattro ore dopo, quando si è alzata, Ben era morto.

La storia di Ben Luderer è una delle tante che lasciano perplesse le autorità sanitarie di tutto il mondo: perché alcuni giovani si ammalano e muoiono così all’improvviso? È vero che il coronavirus sembra colpire più in modo più grave le persone anziane, in particolare quelle con patologie preesistenti come malattie cardiache, polmonari e diabete. È normale che il sistema immunitario di un anziano non sia in grado di combattere la malattia, e che il virus possa più facilmente replicarsi fino ad avere la meglio del corpo e causare il collasso di più organi. Ed è altrettanto vero che persone più giovani hanno meno probabilità di morire, ma c’è uno schema insolito che sembra emergere: “C’è qualcosa che ancora manca dal punto di vista della patogenesi, qualcos’'altro che succede e che speriamo di riuscire a capire a breve”, aveva dichiarato il dottor Fauci, capo della task force della Casa Bianca.

Secondo scienziati e ricercatori la risposta potrebbe risiedere nei nostri geni, ed è iniziata la corsa per capire cosa differenzia i casi lievi dalle morti improvvise. Una delle possibilità è la variazione del gene ACE2, un enzima che si attacca alla superficie esterna delle cellule dei polmoni e del cuore. In un articolo sulla rivista “Science”, il dottor Philip Murphy, immunologo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases ha affermato che “le variazioni del gene ACE2 che alterano il recettore potrebbero rendere più facile o difficile per il virus aggredire le cellule polmonari”.

È anche possibile che una molecola tensioattiva prodotta dal corpo, che permette ai polmoni di espandersi e contrarsi, si esaurisca in alcuni pazienti infettati dal coronavirus. Se si pensa ai polmoni come a una spugna, il tensioattivo è come il detersivo che li rende morbidi e flessibili, e questo potrebbe essere il motivo per cui alcuni pazienti continuano a lottare anche se attaccati ad un ventilatore polmonare. Un’altra strada da percorrere è quella di capire meglio come il sistema immunitario risponda ai virus e ai batteri: in alcune persone giovani e sane, un sistema immunitario reattivo può causare una massiccia tempesta infiammatoria in grado di travolgere i polmoni e altri organi. In questi casi, il problema non è un sistema immunitario invecchiato o indebolito, ma che non funziona bene. Alcuni medici in prima linea hanno ipotizzato che questo sia il motivo per cui gli steroidi, soppressori del sistema immunitario, sembrano offrire benefici in alcuni casi.

A Brandy, la moglie di Ben Luderer, i medici non sanno spiegare cosa sia successo: “Facevamo tutto insieme, qualsiasi cosa, e ora è molto difficile capire come andare avanti”.

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