Nuova Zelanda, il primo Paese ad aver sconfitto il virus

| Le limitazioni alla popolazione restano in vigore, ma da giorni i casi sono pochissimi e soprattutto si sa dove si sviluppano. Merito di una rara combinazione di potere, scienza e rapidità nelle decisioni, senza il pantano della politica

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È un annuncio incoraggiante, quello della Nuova Zelanda, primo paese al mondo a poter affermare di aver sconfitto il coronavirus sul proprio territorio. Da diversi giorni, le infezioni diagnosticate erano ferme ad una sola cifra, e ieri si è raggiunto il minimo: un solo caso.

“Questo ci dà la relativa certezza di aver raggiunto il nostro obiettivo, che non ha mai significato lo zero, ma vuol dire che sappiamo da dove provengono”, ha riferito Ashley Bloomfield, direttore generale della sanità neozelandese, aggiungendo che dal 1° aprile c’è stato un solo caso su cui le autorità stavano ancora indagando per individuare la fonte dell’infezione.

Ieri è stato l’ultimo giorno di quasi cinque settimane di severe misure di blocco che il primo ministro Jacinda Ardern ha descritto come “i più severi vincoli imposti ai neozelandesi nella storia moderna”. Confortato dai dati, il Paese ha allentato l’isolamento rendendolo meno restrittivo, con altri 400.000 neozelandesi che tornano al lavoro e il 75% dell’economia è tornata a pieno regime. Le nuove restrizioni permettono ai neozelandesi di partecipare a funerali (anche se in numero limitato) e acquistare prodotti da asporto.

Secondo la Johns Hopkins University, la Nuova Zelanda ha registrato 19 morti e 1.472 casi fra confermati e probabili: di questi, 1.214 sono totalmente guariti. Ma mentre il successo potrebbe sembrare un motivo sufficiente per festeggiare, la premier continua a raccomandare la vigilanza: “Non siamo fuori pericolo: Il livello inferiore di restrizioni è una sorta di sala di recupero, per valutare se l’incredibile lavoro che i neozelandesi hanno fatto, ha realmente funzionato”.

Nell’affrontare il virus, la Nuova Zelanda ha goduto di alcuni vantaggi, a cominciare da quello del tempo: il primo caso è stato confermato il 28 febbraio, ben oltre un mese dopo gli Stati Uniti. In più si tratta di un Paese insulare e relativamente remoto, con pochi voli in transito. Per finire ha un governo centrale, non ha stati come l’America o la vicina Australia.

Ma la vera chiave del successo sembra essere un approccio che andrebbe applicato ovunque: muoversi rapidamente, testare ampiamente, ascoltare molto la scienza e dare meno retta alla politica.

Come molti altri paesi al mondo, la Nuova Zelanda aveva modelli e proiezioni che mostravano gli effetti potenzialmente devastanti di un potenziale focolaio di coronavirus, se non fosse stata presa alcuna decisione in modo tempestivo. E la risposta, a differenza di altri, è stata estremamente rapida. Quando la Ardern ha annunciato, il 14 marzo, che chiunque entrasse nel Paese avrebbe dovuto autoisolarsi per due settimane era tra le restrizioni più severe al mondo, anche perché all’epoca si contavano appena sei casi. Cinque giorni dopo, quando la Ardern ha vietato l’ingresso agli stranieri, i casi confermati erano saliti a 28. E il 23 marzo, annunciando l’isolamento, c’erano 102 casi e nessun morto.

“Un’azione decisa attivata in anticipo, ha contribuito a debellare il peggio del virus - ha commentato la Ardern – ma dovevamo farlo: la Nuova Zelanda è una via fondamentale per le isole del Pacifico e abbiamo la responsabilità di proteggere i nostri vicini. In più non abbiamo molti letti per la terapia intensiva rispetto a quelli di altri Paesi”.

Una capacità di reazione che è piaciuta: secondo un recente sondaggio della “Colmar Brunton”, l’87% dei neozelandesi ha dichiarato di approvare il modo in cui il governo sta rispondendo alla pandemia.

Ma nulla si ferma: fino ad oggi, il Paese ha effettuato 126.066 test. Per fare un confronto, il Regno Unito – con circa 13 volte più abitanti - ha completato 719.910 test. Ma il vero segno che i test neozelandesi stanno funzionando è la percentuale di positività. Il dottor Mike Ryan, direttore esecutivo dei programmi di emergenza sanitaria dell’OMS, ha detto recentemente che un buon punto di riferimento è avere almeno 10 casi negativi per ogni positivo confermato. Il tasso di positività dei test in Nuova Zelanda si aggira intorno all’1%, il che suggerisce che non c’è più un focolaio di trasmissione che sfugga ai radar.

Ma la vera lezione dalla Nuova Zelanda è un’altra: “Abbiamo assistito ad un meraviglioso connubio tra scienza e leadership, e le due cose insieme sono davvero molto efficaci. Sono rimasto deluso da Paesi che hanno molte più risorse scientifiche, le migliori al mondo, cioé gli Stati Uniti e il Regno Unito, e che molti Paesi in Europa non se la siano cavata meglio della Nuova Zelanda, che ha risorse limitate”.

Nonostante il successo, il Paese è ancora effettivamente in isolamento, con la maggior parte della popolazione invitata a rimanere a casa. “Il giorno di restituire a tutti la vita pre Covid-19 arriverà presto, ma la battaglia non sarà finita fin quando non ci sarà un vaccino”.

Come in altri Paesi, la Nuova Zelanda ha anche una battaglia economica da affrontare. Il turismo - la più grande fonte di guadagno - ha subito un colpo durissimo: agli stranieri è ancora vietato l’ingresso nel Paese, e tutti i neozelandesi che arrivano devono trascorrere almeno 14 giorni in strutture governative. Si discute dell’apertura delle frontiere con l’Australia, ma per ora non è stato annunciato nulla di ufficiale.

Nel migliore dei casi, il Tesoro neozelandese ha stimato che il Paese potrebbe registrare un tasso di disoccupazione del 13%: “Faremo tutto il possibile per assicurarci di limitare l’impatto economico nello stesso modo con cui abbiamo combattuto il virus: unità, decisioni rapide e curandoci l’un l’altro”.

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