Pandemia, quando il mondo non basta

| Una dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità può spingere all’azione interi Paesi nel combattere un contagio che fino al giorno prima era considerato un fastidio da molti politici dei più importanti stati del mondo

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Di Marco Belletti
Ora che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato COVID-19 una pandemia, sembra che abbia fatto breccia nell’opinione pubblica la gravità della situazione che stiamo vivendo.

È un evento storico, in quanto prima di oggi solo in due altre occasione l’OMS ha parlato di pandemia, per l’influenza nel 1918 detta “spagnola” e per quella H1N1 nel 2009, la cosiddetta “suina”. In realtà sono numerose le pandemie nella storia dell’umanità e non è che l’epidemia sia meno grave della pandemia, si tratta soltanto di una maggiore estensione geografica del contagio.

La parola epidemia deriva dai termini greci ἐπί e δήμος (epì e demos) e la traduzione letterale è sopra il popolo, o le persone. Anche l’etimologia di pandemia risale al greco: πανδήμιος (pandemios), ossia di tutto il popolo.

Un articolo di “The Conversation” (una rete di media non profit che pubblica notizie scritte da accademici e ricercatori) ha analizzato a fondo la differenza tra questi due situazioni. Il sito afferma che gli epidemiologi seguono costantemente il flusso di questi contagi e hanno ben presente la differenza tra i due termini, che invece sono spesso male utilizzati dai media o dalla gente comune.

Per la medicina l’epidemia è un aumento – che può essere piccolo o notevole – di un contagio rispetto al numero previsto di casi. D’inverno buona parte della popolazione si ammala d’influenza e se in una classe scolastica i casi sono tre o quattro la situazione è considerata normale. Ma se ad ammalarsi fossero 15 o 20 studenti tutti insieme nella stessa aula si parlerebbe di epidemia.

Quando (come nel caso di COVID-19) la malattia è nuova, le epidemie si manifestano con più facilità, in quanto per gli epidemiologi il numero previsto di persone colpite dovrebbe essere ovviamente zero. I casi di polmonite inaspettatamente verificatisi tra i clienti del mercato di Wuhan, in Cina, hanno subito costituito un’eccezione per i medici. E non appena le autorità sanitarie locali hanno rilevato questa eccezione, hanno avviato un’indagine per determinare chi e quanti ne sono stati affetti, in modo da poter contenere il contagio.

Nel caso del nuovo tipo di coronavirus (chiamato SARS-CoV-2 che provoca la COVID-19) sempre più persone hanno cominciato a risultare positivi al test per l’infezione e gli epidemiologi si sono resi conto che il contagio si stava diffondendo e che gli sforzi di contenimento erano insufficienti o tardivi. In realtà questa situazione era facile da prevedere, visto che non era disponibile un vaccino o anche solo un trattamento medico.

COVID-19 si è quindi diffuso in tutta la Cina guadagnandosi a pieno titolo la definizione di epidemia.

Il passo successivo è l’estensione a più Paesi o regioni del mondo. Anche se alcuni epidemiologi non sono d’accordo, già in questo caso si inizia a parlare di pandemia. Secondo altri, invece, un turista che torna nella propria nazione dopo aver contratto la COVID-19 in Cina non provoca una pandemia, e teoricamente non lo fa neppure nel momento in cui infetta i componenti della famiglia o qualche amico. Tuttavia, se il numero di contagiati dovesse crescere fino a creare nuove epidemie locali, anche gli epidemiologi più inflessibili sono d’accordo nel definire la situazione che si è creata una pandemia, cioè il più alto livello di emergenza sanitaria globale con epidemie diffuse che colpiscono più regioni del mondo.

I medici specialisti, quindi, ormai da alcune settimane definiscono il coronavirus una vera pandemia e considerano la dichiarazione dell’OMS decisamente tardiva. Gli oltre 144 mila casi registrati, i 5.400 morti e la decina di nazioni con più di mille casi ognuna, ne sono una drammatica conferma.

L’ufficializzazione formale che COVID-19 è diventato una pandemia è un messaggio per i governi di tutto il mondo, che devono assolutamente adottare misure aggressive per ridurre in ogni modo i danni, e che devono spostare gli sforzi dal contenimento alla mitigazione del virus. Ha pertanto un impatto economico, politico e sociale molto rilevante e su scala globale, e questo è il motivo per cui l’OMS ha atteso tanto a prendere una posizione. Si tratta di una dichiarazione esclusivamente formale che non modifica la gravità del contagio e non significa che la possibilità di contrarre la malattia sia maggiore. Ma, visto che è soltanto la terza volta che l’OMS dichiara che stiamo vivendo una pandemia, è indubbiamente un evento storico.

Questa riluttanza nel dichiarare una situazione ovvia è motivata da diversi fattori. Innanzitutto non creare ansie immotivate che possono portare addirittura a problemi più gravi della pandemia stessa: ne sono un esempio le ribellioni nelle carceri italiane. Inoltre, la preoccupazione sociale si può riverberare nella fluttuazione del mercato azionario: anche in questo caso l’Italia ne è la dimostrazione con la borsa di Milano che ha perso il 17% giovedì e recuperato oltre il 7% venerdì.

Sequoia Capital è una delle principali società di “venture capital” al mondo: ha recentemente diffuso la notizia che il coronavirus potrebbe provocare un prolungato rallentamento dell’economia globale, invitando gli operatori del settore a prepararsi a forti choc economici.

La società ha definito il coronavirus come il cigno nero del 2020, com’è definito un evento raro e inaspettato che influenza in modo palese l’attività mondiale. L’ultima volta in cui questa espressione era stata utilizzata risale alla recessione del 2008, che aveva avuto conseguenze enormemente negative nei settori bancari e abitativi.

I suggerimenti forniti da Sequoia per prepararsi alla crisi sono tagliare le spese, conservare la liquidità in quanto i finanziamenti privati potrebbero ridursi notevolmente, prepararsi a sopravvivere a un lungo periodo di difficoltà nelle vendite (che potrebbero anche crollare), tagliare le spese pubblicitarie e di marketing e infine essere prudenti con le spese in conto capitale.

L’unica nota di fiducia è che molte delle aziende più iconiche del mondo sono nate e hanno creato le basi del loro successo in periodi bui dell’economia globale. Un po’ poco in effetti per essere ottimisti.

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