Psyco e i suoi fratelli (infetti)

| Gli interventi drastici per contenere la diffusione della pandemia generano comportamenti che, in condizioni normali, non sarebbero accettati: la psicosi diventa paura che a sua volta genera odio. Con effetti devastanti

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Di Marco Belletti

Se non fosse così drammatico, questo sarebbe il momento che gli epidemiologi hanno sempre sognato. Una vera pandemia globale, non simulazioni o scadenti film catastrofici, ma una situazione limite che ha confinato tutti in casa, con un virus al momento difficilmente debellabile.

La realtà è molto diversa, con migliaia di medici e ricercatori che lavorano giorno e notte per trovare una cura o un vaccino, oppure per tracciare e prevedere la diffusione del coronavirus. Oggi, la maggior parte delle statistiche sulle malattie seguono un percorso abbastanza semplice, in cui gli epidemiologi suddividono la popolazione tra chi non ha ancora l’infezione, ma potrebbe soffrirne presto, chi è infettato e quindi malato, e chi infine non può contrarre e trasmettere il virus perché immune o già guarito.

Confrontando il variare delle quantità di queste categorie, controllando la curva di crescita dei contagi (o, si spera presto, quella del loro calo) e combinando queste informazioni con tutte le altre conoscenze mediche (il modo in cui COVID-19 si sviluppa nel corpo, come si trasmette tra le persone, la struttura della società in cui si espande più o meno velocemente…) gli esperti pur non potendo guidare la pandemia, cercano di “assecondarla” e tenere sotto controllo il cosiddetto tasso effettivo di riproduzione: il numero di nuovi casi generati in media da una sola persona durante il proprio periodo infettivo. Gli sforzi dei medici in questa fase di lockdown e quarantena sono tutti orientati ad abbattere questo valore, in modo che scenda al di sotto di uno. Solo in questo modo, infatti, la virulenza della malattia scemerà e potrà essere finalmente interrotta.

Purtroppo per farlo sono necessari interventi drastici, come il divieto di riunioni pubbliche, l’applicazione di rigorosi divieti alla circolazione fino, appunto, al blocco totale e alla quarantena. Gli esperti potranno così tenere traccia dell’effettivo numero di contagi e verificare l’efficacia delle varie misure contenitive.

Al momento sembra che siamo ancora piuttosto lontani dalla fine della pandemia, ma è già abbastanza chiaro al mondo medico come l’umanità sta reagendo al terrore del contagio, alle misure restrittive, alla possibilità di un ribaltamento del nostro stile di vita e alla paura di una crisi economica mondiale.

Viviamo nell’era dei social ed è soprattutto per “colpa” loro se la psicosi di massa ha raggiunto livelli di isteria delirante, che paralizza la capacità di discernere dei nostri cervelli rendendoli disponibili ad accettare qualsiasi affermazione. Così disinformazione e odio la fanno da padroni: ci sono i giustizieri, pronti ad attaccare duramente chiunque non rispetta le misure restrittive. Ci sono i tuttologi che criticano qualsiasi scelta o decisione di medici o politici, versando benzina sul fuoco dell’isteria generale. Ci sono i divulgatori seriali che sparano via WhatsApp a tutti i loro contatti qualsiasi notizia o link, senza rendersi conto che sono quasi sempre fake news che provocano ingiustificato panico. E che dire dei disobbedienti, che accampano ogni scusa per aggirare le regole e recarsi ogni al supermercato, senza rendersi conto che il loro comportamento può significare contagio per chi non può difendersi?

Questi comportamenti dissennati provocano, alla lunga, una vera psicosi di massa: ansia, disinformazione e mancanza di lucidità fanno sembrare verità assoluta qualsiasi filmato che guardiamo o testo che leggiamo. E non vediamo l’ora di divulgarli ad altri, avendo completamente perso la capacità di pensare in modo critico e razionale. Invece di risolvere o limitare il problema, si cerca una soluzione di comodo, modificando la realtà in modo che assomigli a quella che vorremmo fosse. Nascondere il problema in questo modo è un meccanismo difensivo con il quale ci proteggiamo da un destino scomodo che non ci piace.

Sono proprio le fake news a raffica, incontrollate e allarmiste, che creano le psicosi di massa, e la disinformazione provoca paura che tracima in odio amplificato dalla sempre più elevata condivisione sui canali social.

Chi grida più forte, chi mette in campo testimonianze, prove e certezze (benché fittizie) crede di essere l’unico possessore della verità assoluta, creando in questo modo una nuova realtà senza nessun dato oggettivo, una realtà in cui qualsiasi atto o decisione si porta dietro odio viscerale o dubbi di complotti.

L’escalation procede velocemente, passando dall’odio verso i migranti sui barconi a quello per i cinesi untori, da chi va ugualmente tutti i giorni a fare la spesa a chi porta a spasso il cane: ci deve sempre essere qualcuno da attaccare, da criticare, da combattere con una carica di aggressività che va oltre ogni umana comprensione.

In pratica, ci dev’essere per forza un nemico contro cui rovesciare la propria rabbia: per la destra è la sinistra e il suo controproducente libertarismo, per la sinistra è la destra con il suo dannoso autoritarismo.

E quando passerà la pandemia, finirà finalmente la guerra di chi preferisce l’immunità di gregge per risollevare il sistema pensionistico contro chi invece vuole salvaguardare l’umanità a scapito dell’economia. Ma l’umanità tornerà a essere una sorta di automa obbediente in balia della disinformazione guidata ad arte. Di esempi su cui riflettere ce ne sarebbero molti, da “V per Vendetta” di Alan Moore e David Lloyd a “1984” di George Orwell, fino a Joseph Goebbels e ai suoi strumenti di propaganda nazista. Ma, si sa, dalla storia non si impara mai nulla.

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