Repubblica Ceca, da esempio
per l’Europa al disastro

| Il Paese era riuscito a contenere in modo efficace la prima ondata, ma un insieme di concause ha permesso al virus di riprendere ciò che aveva solo lasciato indietro. E la gente protesta nelle piazze

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Sembra un assurdo che proprio nella Repubblica Ceca, uno dei Paesi europei che meglio aveva saputo rispondere alla pandemia grazie alla prontezza e ad una sanità di ottimo livello, i negazionisti siano scesi in piazza per protestare e sfidare con violenza le forze dell’ordine, costrette al lancio di gas lacrimogeni e idranti per disperdere la folla.

Sembra un assurdo, perché tutto questo accade mentre il Covid avanza, implacabile: il tasso di contagi per abitante è 10 volte superiore a quello della vicina Germania, e venerdì hanno contato 11.100 nuovi casi in un solo giorno, un record.

Quelli per strada ce l’hanno col governo, che si è mosso male e ha agito in ritardo, e il risultato sono decine di feriti che intasano gli ospedali già al limite del collasso. Nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale “Na Bulovce” di Praga le scene sono drammatiche: alcuni pazienti sono collegati ai ventilatori attraverso con la tracheotomia, altri sdraiati a faccia in giù, per aiutarli a respirare. I medici e gli infermieri indossano pesanti tute protettive: visto il pauroso aumento dei casi, il Paese non può permettersi di perdere operatori sanitari colpiti dal virus.

La Camera dei medici cechi e il ministro della salute hanno lanciato un appello ai medici che vivono all’estero chiedendo di tornare in patria per combattere il virus: gli studenti di medicina e chiunque sia in possesso di una formazione medica e paramedica è invitato a farsi avanti. Finora hanno risposto oltre 1.000 infermieri in pensione, disposti a tornare in prima linea, ma non basteranno.

Per ora, l’ospedale Na Bulovce ha abbastanza letti per tutti, ma si sta preparando al peggio. “Abbiamo altri letti di riserva preparati in diversi reparti nel caso i ricoveri superino la capacità”, ha assicurato la dottoressa Hana Rohacova, primario della clinica per le malattie infettive. Nel fine settimana, il governo ha iniziato la realizzazione di un ospedale da campo temporaneo su richiesta del ministro della salute Roman Prymula, convinto che centinaia di posti letto supplementari saranno necessari entro la fine del mese.

Uno sviluppo sconcertante: meno di due mesi fa, il primo ministro ceco Andrej Babis si vantava di guidare un Paese “tra i migliori al mondo nella risposta al Covid”. Qualcosa è cambiato, per forza: la prima ondata della scorsa primavera era sembrata quasi insignificante, forse grazie alla prontezza del governo, che ha chiuso le frontiere e decretato il lockdown. Lo scienziato ceco Petr Ludwig è stato tra coloro che hanno spinto per rendere obbligatoria la mascherina già a metà marzo, mesi prima che le autorità sanitarie occidentali o persino l’OMS ne raccomandasse l’uso costante. Ludwig era appena sceso da un volo fra New York a Praga, raccontando con sgomento di essere l’unico a bordo a indossare la protezione facciale. Quando è arrivato a casa, ha girato un video diffuso su YouTube e diventato virale in cui spiegava perché allo stato attuale, le maschere sono il modo migliore per sperare di salvarsi la vita. Pochi giorni dopo, il premier Babis ne ha decretato l’obbligo per tutti i cittadini.

All’epoca le mascherine scarseggiavano, e di fronte alla carenza, migliaia di cechi hanno rispolverato le loro macchine da cucire per realizzarne migliaia, da distribuire dove c’era più necessità. La maggior parte dei cechi ha obbedito, rendendo il Paese un’eccezione europea decretata dai numeri della prima ondata, che ha raggiunto il suo picco alla fine di marzo con 408 casi in un giorno e il numero massimo di decessi scesi a 18. Il 30 giugno, la Repubblica Ceca non registrava più morti da Covid e lo stesso giorno, una festa ha celebrato la fine della pandemia: i teatri hanno riaperto i battenti, i ristoranti sono tornati a riempirsi e la gente ha ripreso viaggiare. Il Paese aveva ritrovato quella normalità che tutta l’Europa sognava, ma nessuno sapeva che non sarebbe durata a lungo.

Durante l’estate, quando il governo ha revocato l’obbligo della mascherina, il virus ha ripreso lentamente a farsi strada. “Avevamo molti esperti che sostenevano che virus c’era ancora, ma in misura molto lieve. Così hanno spinto i politici ad annullare le contromisure”, accusano in tanti.

In agosto, con l’aumento dei casi e la riapertura delle scuole, Rastislav Madar, un importante epidemiologo ceco, ha chiesto al governo di ripristinare l’obbligo della mascherina, ma visto l’avvicinarsi delle elezioni, il premier si è rifiutato. Sono bastati pochi giorni perché scuole, ristoranti e pub chiudessero: e ora, la Repubblica Ceca teme che il disastro sia imminente.

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