Sarà il COVID-19 a battere Trump?

| Il migliore alleato dei democratici potrebbe essere il coronavirus che, sottovalutato dal presidente, potrebbe in breve tempo diventare una grave emergenza per gli Stati Uniti. E il sistema sanitario privato complica terribilmente le cose

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Di Marco Belletti
Osmel Martinez Azcue è un ragazzo della Florida che in febbraio ha avuto una pessima idea: si è regalato un viaggio in Cina, Paese che desiderava visitare.

Tornato a casa in tempi in cui ancora ciò era consentito e gli Stati Uniti di Trump non avevano neppure la più pallida idea di che cosa fosse veramente il COVID-19, Osmel accusa tosse e febbre, in pratica i sintomi dell’influenza. Essendo un ragazzo giudizioso, anziché recarsi in uno qualsiasi dei numerosi drugstore dove è possibile acquistare farmaci senza prescrizione medica, Osmel si rivolge al Jackson Memorial Hospital di Miami temendo di avere contratto il virus.

Ora, ufficialmente il CDC (il Center for Disease Control and Prevention, l’agenzia federale che ha il compito di gestire l’emergenza a livello centrale) dichiara di somministrare gratuitamente il tampone ma lascia fuori le spese collaterali per gestire correttamente l’esame. Pertanto Osmel ha dovuto effettuare un paio di prelievi di sangue per 157 dollari, cui va aggiunto il costo del ricevimento in pronto soccorso, ben 819 dollari. In pratica quasi mille dollari (poco meno di 900 euro), la cifra che può essere paragonata alla spesa media annua di cure per un paziente italiano. In realtà, secondo il Miami Herald – il primo giornale a raccontare la vicenda – sembra che il povero signor Azcue alcune settimane dopo aver effettuato il tampone ha ricevuto dalla propria assicurazione sanitaria la richiesta di un conto ben più salato: 3.270 dollari.

E sembra anche che il caso di Osmel non sia isolato e siano numerose le persone che rinuncerebbero a ogni tipo di cura, non solo contro il coronavirus. La CNBC – la business pay TV via cavo statunitense – ha calcolato che per una degenza media di 10 giorni a causa del COVID-19 chi si fa ricoverare in un ospedale può pagare fino a 75 mila dollari. 

L’assurdo si raggiunge per i cittadini statunitensi che, provenendo da Wuhan, sono stati messi dal governo di Trump in quarantena obbligatoria. Ospitati in strutture militari, una volta tornati a casa queste persone hanno ricevuto il conto: quasi 4 mila dollari a testa per i costi di medici, radiologi, personale paramedico e servizio ambulanza. Notate bene, stiamo parlando di un trattamento sanitario imposto e gestito direttamente dallo Stato.

Il numero di contagiati statunitensi sta crescendo a dismisura e in molti (probabilmente Trump per primo) si stanno accorgendo che le cure sono un vero business.

Sono ormai 1.573 i contagiati, con 40 morti. I dati aggiornati al 12 marzo sono di Worldometer, il sito gestito da un team internazionale di sviluppatori, ricercatori e volontari con l’obiettivo di rendere disponibili a un vasto pubblico in tutto il mondo le statistiche mondiali in un formato che stimoli la riflessione.

I primi statunitensi colpiti dal COVID-19 sono stati i passeggeri della Diamond Princess. Bloccata nel porto giapponese di Yokohama per settimane, l’ormai iconica nave da crociera è diventata il simbolo dell’epidemia. Ma non solo, è stata anche una sorta di esperimento sociale per tutte le persone a bordo, costrette a convivere con chi era già malato senza nessuna possibilità di isolarsi. E probabilmente la stessa sorte sta per toccare a un’altra nave da crociera – la Grand Princess, ormeggiata nel porto di Oakland in California – i cui 3.500 tra membri dell’equipaggio e passeggeri sono costretti a rimanere a bordo, insieme con la ventina di persone risultate positive al COVID-19, in attesa di essere trasferiti per la quarantena in strutture militari. Il conto è presto fatto: 3.500 persone per 4 mila dollari a testa significano un importo di circa 15 milioni di dollari.

Nonostante Trump abbia a lungo sbandierato la sua certezza che gli USA sarebbero stati marginalmente colpiti dal contagio, il fatto di non aver trovato il “paziente zero” e che molti si sono ammalati senza apparenti contatti con i focolai conosciuti, fa ritenere gli esperti che i casi negli Stati Uniti sono molto più numerosi di quanto dichiarato. Secondo The Vision (la testata online che si rivolge soprattutto al pubblico dei millennial) un’indagine statistica realizzata dall’ospedale Cedars-Sinai di Los Angeles metterebbe in evidenza che – applicando la modalità di evoluzione del coronavirus in Cina alla popolazione statunitense – erano oltre 9 mila le persone che il 1° marzo avevano contratto il virus.

Non si tratta di un dato ufficiale ma probabilmente è molto vicino alla realtà, anche se gli Stati Uniti stanno conducendo pochissimi test e quindi non è possibile avere informazioni certe. Del resto, il sistema sanitario completamente privatizzato non consente neppure di conoscere l’effettiva capacità del sistema nell’effettuare i test.

Sempre secondo The Vision, l’American Enterprise Institute (il think tank conservatore che si occupa di ricerche nei campi della politica, del governo, dell’economia e benessere sociale, particolarmente vicino al presidente Trump) stima in quasi 8 mila i tamponi effettuati ogni giorno. In realtà il CDC afferma che complessivamente ne ha effettuati meno di 3.800, ai quali sono da aggiungere quelli somministrati a livello locale, ma i singoli stati non li rendono pubblici ed è impossibile controllare quanto avviene nelle cliniche private. In ogni caso, sul sito del Center for Disease Control and Prevention è riportata la cifra complessiva di 7.288. Un numero decisamente esiguo se paragonato a quello della Corea del Sud (al 9 marzo oltre 200 mila), del Regno Unito (più di 26 mila) e dell’Italia: 73.154 tamponi all’11 marzo. E tenendo conto che la popolazione degli Stati Uniti è il doppio degli abitanti di queste tre nazioni il problema appare evidente.

A far comprendere la pericolosità del COVID-19 e l’emergenza del momento di certo non ha contribuito Donald Trump. Il presidente degli USA ha sostenuto a lungo che si trattasse di una semplice influenza che non avrebbe rallentato l’economia. E ora continua a farne una questione politica, chiudendo all’Europa l’ingresso negli Stati Uniti, dimenticandosi tuttavia di proibirlo anche all’alleato e quasi sosia inglese Boris Johnson.

Purtroppo per gli americani, non affrontare da subito il COVID-19 agevolerà la sua diffusione aumentando a dismisura i rischi. Non saranno certo le beghe dei democratici a preoccupare Trump nella sua seconda corsa verso la Casa Bianca, quanto piuttosto la diffusione del coronavirus che spingerà i concittadini del presidente a rivalutare la modifica della sanità verso una nazionalizzazione e, perché no, a non rinnovare la fiducia all’attuale presidente.

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