Se la Cina rallenta…

| La pandemia di COVID-19, oltre a provocare una delle più gravi crisi sanitarie mai affrontate dal gigante asiatico, rischia di metterne a dura prova l’economia e le attività commerciali. L’analisi del Centro Studi Internazionali

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Di Marco Belletti

Lentamente la Cina si sta riprendendo dalla pandemia di COVID19 scoppiata a novembre e che si è diffusa rapidamente, bloccando in pratica la nazione negli ultimi quaranta giorni. Il coronavirus si è esteso dapprima nella provincia di Hubei e dall’inizio del 2020 in tutto il Paese. Sono 81 mila i casi positivi e il tasso di mortalità in principio è stato stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità intorno al 2 per cento per poi attestarsi al 3,4 per cento, come dichiarato dall’OMS il 3 marzo.

Si tratta di una crisi sanitaria che avrà ripercussioni sociali ed economiche che riguarderanno non solo la Cina ma l’intero pianeta. In quanto primo Paese affetto dalla diffusione del virus, la Cina è stata anche la prima economia a subire dei contraccolpi. La nazione è in contrazione e la sua produzione industriale è in crisi: soprattutto i settori automotive (concentrato nella zona di Wuhan da dove è partita la pandemia), hi-tech e farmaceutico. Ma anche i servizi non se la cavano bene in quanto quarantene e divieti di spostamento hanno avuto un forte impatto negativo sul traffico aereo, il turismo, la ristorazione e la vendita al dettaglio. Del resto, quasi 12 milioni di persone che non potevano abbandonare la propria abitazione hanno provocato una stagnazione dei consumi quasi totale.

Inoltre, in un sistema – come quello cinese – composto da circa 30 milioni di piccole e medie imprese che contribuiscono per circa il 60 per cento all’economia nazionale, i problemi di queste aziende avranno pesanti ripercussioni sull’economia.

Lo sa bene il governo di Pechino che starebbe approntando aiuti per le piccole e medie attività. Alla fine dell’anno scorso le previsioni per il 2020 prevedevano un calo della produzione tra il 6 e il 6,4 per cento a causa della pandemia l’ipotesi è un’ulteriore contrazione stimata intorno ai due punti percentuali.

E questa crisi non sarà circoscritta ma avrà effetti negativi in tutto il mondo, in quanto la Cina è ormai determinante nell’andamento economico sia a livello internazionale sia di numerosi singoli Paesi, rappresentando oltre un quinto delle manifatture mondiali e il più grande esportatore del pianeta. Nel 2003 la SARS non provocò simili danni internazionali solo perché le catene del valore globale non erano sviluppate come oggi.

Le prime ripercussioni si sentiranno soprattutto nelle nazioni dell’area asiatica: la chiusura delle fabbriche in Cina, la sospensione di tutte le attività all’estero di aziende o lavoratori cinesi, il brusco arresto dei viaggi turistici rischiano di provocare – secondo il Centro Studi Internazionali – perdite per almeno 211 miliardi di dollari in Asia e nella regione del Pacifico.

Per valutare a fondo l’importanza della stabilità cinese per gli equilibri economici internazionali, il CSI ha analizzato la crisi partendo dal trasporto. Circa l’80 per cento del commercio internazionale avviene via mare e la Cina ospita sette dei dieci porti per container con più traffico al mondo. Gli effetti negativi di COVID-19 sono quindi facilmente rintracciabili nello spostamento dei container.

L’UNCTAD è la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, il principale organo permanente dell’ONU che opera nei settori del commercio, sviluppo, finanza, tecnologia, imprenditoria e sviluppo sostenibile. Secondo un suo rapporto, il trasporto su navi cargo sarebbe sensibilmente diminuito tra fine gennaio e inizio febbraio. Il calo sarebbe in parte fisiologico – provocato dal capodanno cinese – ma è decisamente più accentuato e rapido che in passato.

La situazione è caotica: molte navi cargo non possono accedere ai porti bloccate da rallentamenti delle operazioni di carico-scarico che provocano l’annullamento delle cosiddette “finestre di transito programmate”; altri porta-container sono fermi in porto in attesa di qualcuno che se ne occupi; altre ancora sono in mare in quarantena. Il tutto provoca una drastica diminuzione delle spedizioni di tutte le maggiori compagnie del settore.

Il 7 marzo le autorità cinesi hanno diffuso i dati ufficiali sulle previsioni di import ed export del 2020, con valori (per gennaio e febbraio) in calo evidente: -17,2 per cento le esportazioni e -4 per cento le importazioni. Questi valori – afferma il CSI – non sono troppo lontani da quelli di un anno fa, quando era in corso la guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma è ancora troppo presto per poter valutare i reali effetti del coronavirus sul commercio internazionale.

Per fronteggiare quella che potrebbe essere la più grave crisi economica della nazione, il governo cinese ha da una parte stanziato aiuti per oltre 16 miliardi di dollari per le industrie più colpite e la regione di Hubei, dall’altro ha cercato di rassicurare i partner commerciali del Sud Est asiatico, stabilendo un accordo per condividere le informazioni sanitarie, proteggere le supply chain, supportare le piccole e medie imprese oltre a promuovere lo sviluppo di un vaccino.

In questa fase in cui le condizioni della pandemia in Cina sembra che stiano migliorando, il governo di Pechino intende mettere a disposizione esperienze e know-how per aiutare le nazioni di buona parte del mondo che si trovano a dover affrontare gli effetti del coronavirus. Lo fa certamente per ridurre al massimo la crisi economica e sanitaria mondiale, ma anche per raggiungere gli obiettivi di crescita stabiliti dai programmi governativi (Pechino ha bisogno di un sistema internazionale fortemente interconnesso, all’interno del quale far riconoscere il proprio peso economico e finanziario), e soprattutto per rinsaldare o stabilire nuovi e forti rapporti con altri governi – tra cui l’Italia, aiutata in questi giorni con medici e macchinari – magari scalzando gli Stati Uniti dalla posizione di partner privilegiato.

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