Stadio finale

| La sfida di Champions League tra Atalanta e Valencia potrebbe essere stato quello che gli esperti definiscono “acceleratore” della pandemia. Il virus avrebbe trovato, negli oltre 45 mila spettatori, terreno fertile per espandersi

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Di Marco Belletti
È quantomeno strano che, fortunatamente, al momento non ci sia nessun calciatore dell’Atalanta contagiato dalla COVID-19. In Italia il virus – che ha colpito più duramente Juventus e Sampdoria – sembra invece che abbia scansato i calciatori bergamaschi nonostante la partita giocata il 19 febbraio a Milano contro il Valencia per gli ottavi di finale della Champions League. Probabilmente non sono stati così fortunati gli spettatori di quella partita, visto che oggi è fortissimo il sospetto che il grande afflusso di persone (circa 45 mila, spagnoli compresi) ha fatto da acceleratore per la carica virale del coronavirus, anche se allora non era ancora esplosa l’emergenza sanitaria.

Soprattutto nel nord Italia la carica virale del contagio da COVID-19 è stata devastante, molto più aggressiva che in altre parti della nazione: perché la diffusione ha avuto queste drammatiche proporzioni?

Negli ultimi giorni Fabiano Di Marco – docente universitario e primario di pneumologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo – ha ipotizzato che lo sviluppo della pandemia sia stato enormemente incrementato proprio dal match tra Atalanta e Valencia, in una sorta di “partita zero” che ha di fatto accelerato la diffusione del contagio creando un altro focolaio in Lombardia – a Bergamo e provincia, dove i tifosi sono tornati dopo quella che ritenevano una serata esaltante per la vittoria della loro squadra – e in Spagna, dove sono invece naturalmente tornati i supporter del Valencia.

Di Marco è convinto di ciò e non ne ha fatto mistero, ma solo da pochi giorni anche la Protezione Civile sospetta che il virus abbia sfruttato l’evento sportivo come trampolino di lancio per la sua diffusione. In pratica, una vera bomba biologica per i 45 mila che hanno raggiunto il campo sportivo in pullman, auto, treno, aereo.

Allo stadio “Meazza” le due tifoserie sono entrate in contatto sui mezzi pubblici, nel piazzale antistante la struttura, sugli spalti. Al termine della partita abbracci di felicità per la vittoria e di consolazione per la sconfitta oltre a chissà quante strette di mano: una promiscuità che è stata un vero terreno fertile per il propagarsi di COVID-19.

Se ne è convinto anche uno dei calciatori di punta dell’Atalanta, Alejandro Gómez (deto “el papu”) che in un’intervista alla testata argentina Olé – ripresa dalla Gazzetta dello Sport – ha dichiarato che “aver giocato le due partite con il Valencia è stato terribile. Allora i casi non erano molti e nessuno aveva idea di che cosa stesse facendo il virus, non sapevamo bene della gravità e del contagio”.

Gómez si è poi soffermato sulla drammatica situazione a Bergamo, affermando che “sia dovuta anche alla partita d'andata con il Valencia: a San Siro c’erano quasi un terzo dei 120mila abitanti di Bergamo. Inoltre, uno dei calciatori del Valencia ora è positivo ed era titolare contro l’Atalanta. Stiamo aspettando per vedere se qualcuno di noi mostra sintomi, per ora nessuno, ma aver giocato quelle due partite è stato terribile”.

In merito ai casi di positività al coronavirus nella rosa del Valencia, la società spagnola ha diffuso una nota specificando che “tutti sono asintomatici e in quarantena nelle proprie abitazioni”. Il comunicato stampa parla anche delle partite di Champions League contro l’Atalanta: “Rigide le misure adottate dal club dopo aver giocato il 19 febbraio 2020 a Milano (area che è stata in seguito confermata ad alto rischio dalle autorità italiane): personale allontanato dall’ambiente di lavoro e dal pubblico in generale. Purtroppo gli ultimi risultati hanno messo in evidenza che quell’evento ha provocato circa il 35% di positività nei nostri tesserati”.

Il testo prosegue con l’invito alla popolazione a rimanere in casa e a seguire rigorosamente tutte le misure igieniche e di prevenzione già divulgate dalle autorità competenti.

Esiste un collegamento diretto tra chi pratica sport e il coronavirus? In linea di massima sembrerebbe di no, anzi secondo i medici un normale livello di attività fisica produce benefici. Tuttavia, analizzando i casi del “paziente uno” italiano, il 38enne maratoneta di Codogno, e dei calciatori della Pianese (positivi al test dopo aver disputato una partita contro la Juventus Under 23), emergono alcuni aspetti interessanti. Innanzitutto Mattia, il paziente uno, ha corso due mezze maratone tra il 2 e il 9 febbraio, fatto che può aver messo l’organismo in una situazione di stress. Inoltre una settimana più tardi, già febbricitante, l’uomo ha giocato una partita di calcio. I medici sono concordi nell’affermare che la stanchezza corporale può provocare una temporanea depressione del sistema immunitario che, unito alla vicinanza tra atleti in gara o negli spogliatoi, potrebbe spiegare i contagi. Sono infatti numerosi gli studi che hanno misurato le difese immunitarie di vari atleti professionisti immediatamente dopo sforzi molto intensi: hanno rilevato una temporanea depressione – alcune ore dopo l’allenamento o la gara – collegandola a un rischio leggermente più alto di infezioni alle vie aeree superiori. Esattamente i punti da cui attacca il coronavirus: naso e gola. Nel breve volgere di qualche giorno il sistema immunitario torna normale: la fortuna è non essere attaccato proprio in quel momento di debolezza.

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