Suona l’allarme per l’Africa, il continente fragile

| Bastano poche decine di casi per mandare al collasso sistemi sanitari fragilissimi, su cui nessun leader africano ha mai investito. Loro, preferivano farsi curare all’estero

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Ai leader, i presidenti, i dittatori e le potenti élite africane, dell’assistenza sanitaria nei loro paesi è sempre importato poco. Hanno denaro a sufficienza per garantirsi le migliori cure all’estero, affidandosi a medici di grido come a cure costosissime e all’avanguardia. Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, è morto in un ospedale a Singapore, mentre Paul Biya, suo omologo del Camerun, vola spesso all’estero per farsi curare. Nel 2017, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha passato diversi mesi a Londra per curare una malattia non meglio precisata, e ancora oggi fa frequenti controlli all’estero.

Ma con i cieli costretti a fare a meno dei voli aerei e il totale isolamento di buona parte del pianeta, anche per loro suona un campanello d’allarme: quello che non hanno mai fatto per i sistemi sanitari interno, si sta ritorcendo contro loro stessi. E in più, secondo il presidente della “Commonwealth Medical Association”, Osahon Enabulele, mentre il popolo ha sopportato in silenzio che i loro leader volassero all’estero per farsi curare, non sono da escludere rivolte e disordini sociali, se le infezioni e morti colpissero con la stessa intensità di altre parti del mondo.

“Non esiste più posto in cui qualsiasi leader possa nascondersi - ha detto Enabulele - credo che sia arrivato alla fine lo status privilegiato dei titolari di cariche pubbliche in Africa, che il più delle volte usano i soldi dei contribuenti per pagarsi le cure all’estero”.

Il numero di infezioni in tutto il continente, pur essendo notevolmente inferiore a quello di altre parti del mondo, sta aumentando in modo esponenziale. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di casi in Africa attualmente supera di poco quota 11mila, con 600 decessi. Ma la pandemia ha totalmente travolto i sistemi sanitari più avanzati, e secondo gli esperti potrebbe devastare la fragilità di quelli del continente nero, già afflitti da scarsi finanziamenti e penurie di materiali e attrezzature. In alcuni paesi africani, i ventilatori polmonari restano un lusso inarrivabile. La Repubblica Centrafricana, cinque milioni di persone, dispone di tre ventilatori, ha ricordato il Consiglio Norvegese per i Rifugiati, avvisando che un’epidemia potrebbe mettere in ginocchio la piccola nazione africana. “Quando i Paesi ricchi sono in modalità panico, affermando che migliaia di ventilatori non saranno sufficienti, diventa chiaro come i più poveri non avranno alcuna possibilità contro Covid-19”.

La situazione è altrettanto disastrosa in Zimbabwe, dove gli operatori sanitari denunciano la mancanza di camici, guanti e mascherine: dopo la prima vittima, il mese scorso, medici e infermieri hanno indetto uno sciopero di protesta. La popstar ugandese Bobi Wine è certo che il sistema sanitario di molti Paesi africani non sia in grado di gestire un’epidemia di Covid-19. “È chiaro da tempo che l’assistenza sanitaria non è una priorità per molti governi africani, che hanno investito pochissimi soldi in questo settore. Ogni volta che sono malati, o che i loro figli hanno problemi di salute, scelgono di andare fuori dai loro Paesi, ma ora la pandemia di coronavirus ha creato uno scenario diverso per molti leader: sta dimostrando che avrebbero dovuto investire nel sistema sanitario dei loro paesi, cosa che avrebbe portato benefici a loro e alla popolazione”. Secondo Wine, alcuni ospedali pubblici in Uganda sono “trappole mortali” dopo anni di abbandono, e chi può, paga costi proibitivi per cure all’estero.

Tra il 2019 e il 2020, secondo l’UNICEF, l'Uganda ha speso l’8,9% del suo PIL per la salute, in calo rispetto al 9,2% dell’anno precedente. Alle accuse della popstar ha replicato il ministro della salute ugandese, Jane Aceng, secondo cui la valutazione del sistema sanitario del Paese non è corretta: “L’Uganda sta reagendo bene e da questo si nota la nostra risposta alla pandemia. Disponiamo di tutte le risorse necessarie”. Il Paese è stato uno dei primi in tutta l’Africa a imporre rigorose politiche di quarantena per prevenire la diffusione del coronavirus, ancora prima di denunciare un’infezione: finora segnala ufficialmente 53 casi.

Nel 2001, i capi di Stato di 52 Paesi africani si sono incontrati ad Abuja, capitale della Nigeria, impegnandosi a spendere il 15% del loro PIL annuale per la salute, ma solo una manciata di Paesi ha raggiunto l’obiettivo: Tanzania, Ruanda, Botswana e Zambia. In 10 anni, il Ruanda ha raddoppiato la sua spesa sanitaria, ricevendo elogi per la copertura assicurativa sanitaria nazionale, la più alta del continente. Ma la maggioranza è caduta in disgrazia nel tentativo di rispettare l’impegno preso. Da quando ha firmato la dichiarazione, la Nigeria ha stanziato meno del 6% per la salute, e la maggior parte dei fondi sono spesi per gli stipendi.

“In termini pro capite, il resto del mondo spende 10 volte di più per l’assistenza sanitaria rispetto all’Africa”, ricordano gli esperti. Lo storico nigeriano-british Ed Keazor concorda sul fatto che le ricadute dell’epidemia sono un “campanello d’allarme” per i governi, affinché diano priorità all’assistenza sanitaria pubblica. Keazor, sopravvissuto al cancro, ha ammesso a malincuore di aver preso la difficile decisione di tornare a Londra, dove ha accesso a un’assistenza sanitaria a prezzi accessibili, anche se lavora in Nigeria. “Se potessi ottenere la stessa qualità di assistenza qui come nel Regno Unito, dove sono un contribuente e ho in cambio buoni servizi medici, preferirei restare in Nigeria, perché è qui che lavoro e vive la mia famiglia. Spero che l’enormità di questo problema abbia portato al governo all’urgenza di investire nelle infrastrutture sanitarie”.

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