Taiwan, dove tutto è sotto controllo

| L’esperienza della Sars, che nel 2003 ha colpito duro, e la mancanza di annessione all’OMS, ha costretto il Paese asiatico ad agire da solo, creando una delle migliori risposte alla pandemia di tutto il mondo

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Il 25 gennaio, mentre il mondo si svegliava con il potenziale timore che il coronavirus partito dalla Cina si diffondesse ovunque, Australia e Taiwan registravano i primi casi di infezioni nel loro territorio. Entrambe isole, con popolazioni simili che si aggirano sui 24 milioni di persone, per la loro conformazione permettono controlli rigorosi ai confini ed entrambe hanno forti legami commerciali con la Cina continentale. A dieci settimane da quella data, l’Australia registra quasi 5.000 casi confermati, mentre Taiwan ne ha meno di 400.

La questione non è in cosa abbia sbagliato l’Australia (20 paesi al mondo hanno più casi, e ben sette contano numeri 10 volte superiori) ma come abbia fatto Taiwan a tenere sotto controllo il virus. Durante l’epidemia della SARS, nel 2003, Taiwan è stata tra i territori più colpiti insieme a Hong Kong e alla Cina meridionale. Più di 150mila persone sono state messe in quarantena e 181 sono morte. Ma mentre la SARS sembra una passeggiata di salute rispetto alla crisi attuale, l’esperienza si è trasformata in un’onda d’urto che ha insegnato alle autorità e alla popolazione a come reagire di fronte alle epidemie. Questo ha aiutato molte parti del Paese a reagire più velocemente e a considerare il pericolo in modo più serio che in altre parti del mondo, sia a livello governativo che sociale, con i controlli alle frontiere e l’uso massiccio di mascherine facciali che sono diventate una routine già da gennaio.

Secondo un recente rapporto del “Journal of the American Medical Association”, quando la notizia del coronavirus ha cominciato ad emergere da Wuhan nel periodo che precede il Capodanno lunare, i funzionari del National Health Command Center - istituto nato sulla scia della SARS - si sono mossi rapidamente per rispondere alla potenziale minaccia.

“Taiwan ha rapidamente emesso e implementato un elenco di almeno 124 azioni pubbliche nelle ultime cinque settimane per proteggere la salute della popolazione - ha raccontato Jason Wang, il coautore del rapporto, medico taiwanese e professore associato di pediatria alla Stanford Medicine - le politiche e le azioni vanno oltre il controllo delle frontiere perché hanno intuito che non sarebbe stato sufficiente”.

Tutto questo mentre altri paesi stavano ancora discutendo sull’opportunità di agire o meno. In uno studio condotto a gennaio, la “Johns Hopkins University” ha confermato che Taiwan è una delle aree più a rischio al di fuori della Cina continentale a causa della sua vicinanza, dei suoi legami commerciali e dei suoi collegamenti. Tra le prime misure decisive c’è stata la chiusura dei collegamenti con molte parti della Cina, il blocco totale delle navi da crociera che attraccavano nei porti e introduzione di pene severe per chiunque violasse la quarantena. Inoltre, i funzionari taiwanesi si sono mossi per aumentare la produzione di mascherine per garantire l’approvvigionamento locale, hanno lanciato campagne di test su tutto il territorio nazionale e combattuto con forza la diffusione di fake news.

“Data la continua diffusione di coronavirus in tutto il mondo, comprendere le azioni che sono state attuate a Taiwan e quanto siano state efficaci per prevenire un’epidemia su larga scala, può essere istruttivo per molti altri paesi. Il governo di Taiwan ha imparato molto dall’esperienza della SARS del 2003 e istituito un meccanismo automatico di risposta per consentire azioni immediate in caso di crisi virale. Squadre di funzionari ben addestrate ed esperte hanno riconosciuto il pericolo e attivato strutture di gestione delle emergenze per affrontare l’epidemia all’inizio”. In particolare, la risposta rapida e trasparente di Taiwan - con le autorità sanitarie che tengono briefing quotidiani sulla situazione - è stata considerata un esempio di come le democrazie possano ancora tenere a freno le epidemie, anche se alcuni sostenevano che solo un governo autocratico come quello cinese potesse controllare efficacemente un virus a diffusione così rapida. Non è vero: Taiwan è perfino riuscita a evitare il lockdown che ha caratterizzato la risposta in Cina e in molti alte parti del mondo.

Attualmente, il Paese è in una posizione così tranquilla che dopo settimane di divieto di esportazione di mascherine per garantire l’approvvigionamento interno, il governo ha annunciato che avrebbe donato 10 milioni di pezzi agli Stati Uniti, all’Italia, alla Spagna e ad altri nove paesi europei.

Il successo di Taiwan nello stimare l'epidemia di coronavirus è stato in gran parte messo in ombra dall’aggravarsi della crisi in Europa e negli Stati Uniti e dalla sensazione che, se ci fosse stata una lezione da imparare, il momento è ormai passato. Anche se questo può essere in parte vero, non è ancora chiaro perché i Paesi occidentali non abbiano seguito l’esempio di Taiwan fra gennaio e febbraio, quando avevano ancora una possibilità di salvezza. Un fattore potenziale che molti osservatori hanno sottolineato è che Taiwan, a differenza della maggior parte degli altri governi, non è membro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Paese è rivendicato dalla Cina come parte del suo territorio, e Pechino impedisce a Taiwan di partecipare a molte organizzazioni internazionali, a meno che non lo faccia in modo conforme al principio di “un solo Paese”. Taiwan ha avuto lo status di osservatore presso l’OMS fino al 2016, ma la situazione è cambiata con l’elezione del presidente Tsai Ing-wen, esponente del Partito Democratico Progressivo, tradizionalmente favorevole all’indipendenza, a cui Pechino ha reagito aumentato la pressione su Taipei.

L’OMS sostiene che l’esclusione di Taiwan dalle riunioni degli Stati membri non abbia alcun effetto sulla condivisione quotidiana delle informazioni e delle linee guida sanitarie, visto che esperti e scienziati interagiscono con i colleghi internazionali. Natasha Kassam, un’esperta in diplomazia dell’Istituto australiano “Lowy”, non è d’accordo: “la mancanza di canali diretti e tempestivi con l’OMS ha portato a una segnalazione imprecisa dei casi a Taiwan. Le autorità taiwanesi si sono lamentate della mancanza di accesso ai dati e all’assistenza dell’OMS, e la carenza di informazioni ha costretto Taiwan ad agire da sola, prendendo decisioni in anticipo”. Nelle ultime settimane, i funzionari taiwanesi hanno ripetutamente lamentato che la loro esclusione dall’OMS impedisce all’isola di svolgere appieno il suo ruolo nella risposta globale: “Vogliamo dare una mano inviando i nostri medici, i nostri ricercatori e i nostri infermieri, vogliamo condividere le nostre conoscenze ed esperienze con i Paesi che ne hanno bisogno - ha dichiarato la scorsa settimana alla Camera di Commercio Americana di Taipei il Vice Presidente Chen Chien-jen, un epidemiologo formato alla Johns Hopkins - vogliamo essere dei buoni cittadini globali e dare il nostro contributo, ma al momento non siamo in grado di farlo”. La replica, a smentire seccamente le dichiarazioni, è arrivata da Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri cinese: “Vorrei rammentare che i membri dell’OMS devono essere Stati sovrani. Ma detto questo non ci sono mai stati problemi e impedimenti per la partecipazione di Taiwan agli eventi rilevanti dell’OMS e neanche sulla ricezione di informazioni sulle emergenze sanitarie pubbliche, inclusa la pandemia in corso. Ci auguriamo che Taiwan termini il pietoso tentativo di manipolare la politica cinese con il pretesto della pandemia”.

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