Un anno di Coronavirus, e quello che ancora non sappiamo

| La straordinaria corsa del pianeta verso il vaccino non ha comunque risolto diversi dubbi: dove è nato, quanto sono efficaci i vaccini e quando finirà tutto questo

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Era il 31 dicembre scorso, quando la Cina ha segnalato all’OMS per la prima volta alcuni casi di coronavirus, una forma definita come un nuovo misterioso ceppo di polmonite ancora senza nome.

Nel giro di due settimane, gli scienziati cinesi avevano identificato la sequenza del genoma del virus e una settimana dopo, i primi kit di test per identificarlo erano pronti. A poco più di 11 mesi di distanza di quella che è stata una corsa affannosa e straordinaria, alcune migliaia di persone sono state vaccinate, mostrando un barlume di luce in fondo al tunnel.

La velocità con cui il mondo ha appreso del coronavirus è senza precedenti e secondo gli scienziati siamo ormai a conoscenza di una quantità notevole di dati e informazioni. Ma un anno dopo, con più di 81 milioni di infezioni accertate e 1,7 milioni di morti in tutto il mondo, resta ancora molto da sapere e capire.

Incognite che vanno dalle origini: come e dove è iniziato il virus?, alle domande più complicate, tra cui la più importante di tutte: quando finirà la pandemia?

“Abbiamo imparato una quantità enorme di cose, ma in termini di comprensione abbiamo ancora chilometri e chilometri da percorrere - ammette Maureen Ferran, professore associato di biologia al Rochester Institute of Technology – tutto questo terrà occupati i virologi per i prossimi decenni”.

Mentre i governi correvano alla ricerca di un vaccino, una delle domande più elementari è sparita dai radar: qual è stata l’origine del virus? Una domanda che si persa nella confusione e fra decine di teorie cospirative. Inizialmente, sembrava essere collegato al “wet market” di Wuhan, un mercato di animali vivi, ma uno studio pubblicato a gennaio dalla rivista “Lancet” ha scoperto che un terzo dei pazienti iniziali non aveva alcun collegamento diretto con quel mercato. Per contro, i media statali cinesi in questi mesi hanno cercato di spostare i sospetti lontano dalla Cina.

Alcuni, compreso il presidente Trump, si sono chiesti se sia stato rilasciato intenzionalmente dopo essere nato in uno scalcinato laboratorio di Wuhan. Ma per gli scienziati di tutto il mondo ci sono prove schiaccianti che il virus ha avuto origine in natura. Alcuni studi hanno trovato prove che il virus probabilmente circolava negli Stati Uniti e in Europa già nel dicembre del 2019, addirittura mesi prima di quanto si pensasse. L’OMS, che sta indagando sull’origine del virus, ha promesso di fare piena luce se il Covid-19 circolasse in Cina ben prima che i primi casi fossero identificati.

Nonostante la pletora di teorie cospirative, ci sono alcune cose su cui la maggior parte degli scienziati è d’accordo: il Covid-19 è un coronavirus, un tipo di virus responsabile di tutto, dal comune raffreddore alla SARS. È zoonotico, proviene da un animale e alcuni studi indicano i pipistrelli - noti per essere portatori di coronavirus - come probabili vettori. Ma la maggior parte degli scienziati pensa che il virus si sia trasferito all’uomo in Cina: non sappiamo ancora dove sia successo la prima volta, e se prima di infettare l’uomo si sia trasferito attraverso un altro animale intermediario, come un pangolino o un gatto.

Sono domande per cui forse non avremo mai risposte: dopo tutto, a oltre 40 anni dalla scoperta dell’Ebola, gli scienziati non sono stati in grado di dire con certezza da quale animale provenisse.

Quando Covid-19 è stato identificato per la prima volta, era descritto visto come una malattia respiratoria, ma con il passare dei mesi una serie di sintomi e complicazioni sono diventati evidenti. Molti perdono il gusto e l’olfatto, alcuni vomitano o hanno la diarrea, altri ancora denunciano una ridotta capacità cognitiva o danni cerebrali. E anche chi si riprende può accusare effetti di lunga durata tra cui ansia e stanchezza cronica. Uno studio pubblicato dal “British Medical” Journal in agosto ha scoperto che circa il 10% dei pazienti ha avuto un’infezione da Covid-19 durata più di 12 settimane, ma al momento la scienza non è in grado di capire quanto durano questi effetti e perché alcuni soffrono più di altri.

Un articolo pubblicato sul magazine “Annals of Internal Medicine” lo scorso novembre raccontava il caso di due gemelli sessantenni, entrambi infettati e con decorsi della malattia molto diversi: uno è stato dimesso dall’ospedale dopo due settimane senza grosse complicazioni, l’altro è stato trasferito in terapia intensiva e sottoposto a ventilazione polmonare. Il caso dimostra quello che i ricercatori osservano per mesi: sembra esserci quasi una casualità nel modo in cui il coronavirus colpisce, anche se ci sono persone a rischio per condizioni pregresse o per l’età avanzata. “Ognuno di noi ha una genetica leggermente diversa e spesso, per ragioni che non comprendiamo appieno, alcuni affrontano l’infezione meglio di altri”.

Questo vale anche per la demografia. Per mesi, gli scienziati hanno osservato tendenze che mostravano gli anziani e i maschi più vulnerabili, ma anche il motivo per cui i bambini tendono ad avere infezioni meno gravi grazie alla presenza inferiore di recettori ACE2 nel naso, il modo in cui il coronavirus entra nell’organismo. Ma perché le persone anziane hanno un tasso di mortalità così alto resta un mistero.

“Cos’è dell’età che ti rende tanto più suscettibile alle malattie? Abbiamo i dati e sappiamo che è vero, ma non abbiamo ancora tutte le risposte”.

Nel gennaio scorso, la Cina ha confermato che il virus poteva diffondersi da uomo a uomo, ma a distanza di un anno si discute ancora su come avvenga esattamente. Secondo gli scienziati il modo chiave usato dal virus per diffondersi è attraverso il “droplet”, le minuscole goccioline che rilasciate in aria quando si tossisce o starnutisce. Ma alcuni sostengono che il virus viaggi per aerosol, attraverso particelle molto più piccole che possono rimanere sospese in aria per ore e percorrere lunghe distanze.

Ci sono anche altri dubbi: non è chiaro, ad esempio, quale dose di virus sia necessaria per essere infettato. È probabile che i bambini siano asintomatici, ma non ci sono ancora risposte definitive su quanto i più piccoli siano coinvolti nella diffusione del virus. Domande assai importanti, in quanto hanno pesanti implicazioni sulle decisioni adottate dai governi: se si provasse che i bambini fossero coinvolti nella diffusione del virus, allora ha senso chiudere le scuole ma, al contrario, se non c’entrassero nulla, allora potrebbe essere un errore madornale.

Resta anche da capire quanto dura l’immunità per chi è stato contagiato. Lo scorso agosto, i ricercatori dell’Università di Hong Kong hanno svelato il caso di uomo di 33 anni reinfettato 4,5 mesi dopo la prima volta. E questo sembrava confermare ciò che alcuni temevano: esiste la possibilità di essere infettati più volte, ma la buona notizia è che al momento si tratta di eventi così rari da finire su una rivista medica. La domanda a cui tutti vorrebbero una risposta, è quanto dura l’immunità naturale dal virus e quanto quella offerta dal vaccino? Ancora una volta è impossibile dare risposte certe, anche se il vaccino sembra garantire l’immunità per alcuni anni, ma quanti, non si sa. E non è neanche dato sapere se il virus muterà in modo da rendere inefficace il vaccino. “Più tempo impieghiamo a vaccinare ampie fasce di popolazione mondiale, più avrà opportunità di mutare”.

Tutto questo confluisce nell’ultima, grande domanda: quando finirà? Molti ripongono le speranze nel vaccino, ma anche questa non è una soluzione rapida: ci vorranno anni per vaccinare la maggior parte della popolazione mondiale e sondaggi di molti Paesi dimostrano che non tutti sono disposti a farsi vaccinare. “I vaccini sono la strada da percorrere, ma è giusto ripetere che nessuno promette protezioni del 100%. E nessuno è in grado di dire se un vaccinato può comunque prendere il virus e diffonderlo da asintomatico”. È probabile che anche una volta diffusa la vaccinazione, il mondo sia costretto a convivere con il virus: solo il vaiolo, nella storia dell’umanità, è stato dichiarato debellato grazie ad un vaccino.

Ad influenzare la durata del coronavirus restano variabili fisse come ad esempio mutazioni o nuovi ceppi: è possibile che il virus possa diventare meno mortale o infettivo, ma è anche il contrario. Una possibilità evidenziata dal recente annuncio del Regno Unito che ha identificato una nuova variante che sembra essere il 70% più infettiva di quella precedente.

Il problema, afferma compatta la comunità scientifica mondiale, è che non si spendono abbastanza soldi nella ricerca preventiva. “Spendiamo miliardi di dollari in vaccini e farmaci, ma non è possibile ottenere finanziamenti per fare ricerca sulle basi, come ad esempio quanto è efficace una mascherina rispetto ad un’altra. Preoccupa che il mondo interno non abbia ancora trovato il modo giusto per affrontare la pandemia. Preoccupa per quelle che arriveranno dopo, forse ancora prima di aver imparato da questa abbastanza da prevenirne un’altra.

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