Un nemico formidabile

| Una mutazione scoperta di recente spiega perché il virus continua a mietere vittime e a preoccupare: sconfiggerlo non sarà una battaglia semplice e soprattutto breve

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Tutti gli organismi viventi mutano e si adattano per massimizzare la propria sopravvivenza: per mesi, gli scienziati hanno cercato di capire se il coronavirus - noto come SARS-CoV-2 - stia mutando e diventando più trasmissibile o più letale. Recenti prove indicano una risposta preliminare a metà della domanda: sì. Uno studio ha scoperto che il virus è mutato e il ceppo dominante oggi è in grado di infettare un numero maggiore di cellule umane. Ma gli scienziati affermano che sono necessarie ulteriori ricerche per dimostrare se questo ha cambiato il corso della pandemia, e non è ancora chiaro se la mutazione l’abbia reso più o meno letale.

Quasi subito dopo l’insorgenza dell’epidemia, i ricercatori hanno iniziato a cercare modelli di cambiamento tra le decine di migliaia di sequenze del genoma virale del Covid-19. La ricerca è stata resa possibile grazie alla disponibilità dei ricercatori di tutto il mondo a caricare i loro dati in un database comune: si tratta di dati open source, che chiunque abbia un computer può accedere e analizzarli.

L’allarme di un cambiamento nel genoma del virus è stato lanciato da ricercatori esperti nell'arte di decifrare i messaggi codificati nel genoma dell’HIV-1, il virus che causa l’AIDS. La capacità di trovare un significato in oltre un miliardo di informazioni si è affinata in decenni di ricerche sui genomi in continua evoluzione dell’HIV-1, capaci di fare la differenza nel modo in cui il virus risponde ai farmaci antivirali. Quando si arriva a leggere la storia che i genomi raccontano, si può scegliere quali farmaci usare per trattare un ceppo specifico del virus.

I ricercatori che studiano il genoma del Covid-19 hanno notato che una mutazione, conosciuta come “D614G”, dominava tutte le altre. È apparsa per la prima volta in febbraio in Europa come una variante, prima di diffondersi e superare altri ceppi. Il team di ricerca ha identificato un singolo cambiamento nel genoma del virus: la mutazione colpisce la proteina “spike” sulla superficie esterna del virus, per la quale il coronavirus prende il nome. Il picco è di particolare importanza nella vita del virus, poiché è il meccanismo che gli permette di riconoscere e attaccarsi a una cellula ospite prima di infettarla. Secondo gli scienziati il cambiamento migliora la capacità del virus di attaccarsi strettamente alle mucose del naso o degli occhi per iniziare il processo di infezione.

Il primo rapporto è stato accolto con scetticismo, e in molti si sono chiesti se la dominanza del nuovo ceppo fosse il risultato di un fenomeno non correlato, ma considerato che i ricercatori si erano basati solo su dati disponibili al pubblico e su analisi computerizzate del genoma, non erano in grado di concludere con certezza che la loro idea fosse l’unica spiegazione ragionevole nell’emergere del nuovo ceppo dominante.

Almeno finora. Lo “Scripps Research Institute” in Florida ha risposto ai dubbi nei risultati di una ricerca pubblicata nelle scorse ore. I ricercatori hanno utilizzato una serie di metodi per dimostrare che una piccola mutazione ha stabilizzato la proteina del picco: “La mutazione ha avuto l’effetto di aumentare notevolmente il numero di picchi funzionali sulla superficie virale - ha detto Hyeryun Choe, uno degli autori - il numero o densità dei picchi funzionali del virus è di 4 o 5 volte maggiore a causa della mutazione”. Il risultato: ogni particella di virus mutante dispone di una maggiore capacità di infettare le cellule bersaglio.

Lo studio mostra chiaramente che il virus si sta evolvendo e ha anche svelato che la mutazione è quasi 10 volte più infettiva rispetto ad altri ceppi. Con le analisi genomiche che dimostrano quanto il ceppo sia diventato il dominante, i risultati potrebbero spiegare perché il coronavirus si è diffuso così ampiamente in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina.

Ma più facilmente trasmissibile significa che il virus è diventato più letale? Al momento non è certo, ma al contrario è sicuro che l’evoluzione segni la fine del Covid-19. Alcuni medici del nord-est della Cina hanno notato che i pazienti in un nuovo focolaio di casi sembrano essere portatori del virus per un periodo di tempo più lungo e impiegano più tempo a risultare negativi. Hanno anche scoperto che i pazienti impiegano più tempo a mostrare i sintomi dopo l’infezione. Il virus potrebbe essere in mutazione per sopravvivere, dal momento che impiegando più tempo per essere scoperto, ha più opportunità di infettare gli altri. 

Il mese scorso un paio di ricerche hanno esaminato varianti di una delle proteine della SARS-CoV-2, specificate dal gene orf3b, che sopprime parte della risposta immunitaria alle infezioni virali. Una particolare variante del gene lo fa in modo più efficace rispetto all’originale, il che può dare al virus più tempo per replicarsi in assenza di una risposta immunitaria efficace. 

A partire da questa settimana, il Codiv-19 ha infettato più di 7,6 milioni di persone, per la scienza significa che ha ora avuto oltre sette milioni di possibilità in più di adattarsi all’ecosistema umano.

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