USA: 150mila morti, e non è ancora finita

| Anche se il numero di casi a livello nazionale è in leggera flessione, gli esperti invitano a non farsi illusioni: senza reazioni forti e decise il numero di morti aumenterà ancora

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La prima vittima di coronavirus negli Stati Uniti risale allo scorso il 29 febbraio: 54 giorni dopo, il 23 aprile, il Paese ha raggiunto 50.000, e il 27 maggio, 34 giorni dopo, ha toccato la soglia dei 100.000 morti. Ci sono voluti 63 giorni per aggiungere altre 50 vittime per raggiungere e superare quota 150.000. Un quinto dei decessi registrati nel mondo intero, secondo la “JHU” (Johns Hopkins University).

“Penso che il Paese non sia stato in grado di capire, prevedere e contenere tutto questo: non abbiamo dato priorità alla prevenzione permettendo una scia di morti assurda. C’è in me frustrazione e tristezza, ma soprattutto la volontà di evitare i prossimi 150.000 morti”, ha commentato il dottor Ashish Jha, direttore dell’Harvard Global Health Institute.

A livello nazionale, la media dei decessi in sette giorni è salita sopra i 1.000 per la prima volta dal 2 giugno. E in 29 stati, secondo i dati della JHU, il numero medio di decessi giornalieri è aumentato di almeno il 10% rispetto alla settimana precedente. Le tendenze della malattia negli Stati Uniti sono contrastanti: i decessi sono in aumento e i ricoveri ospedalieri sono a livelli pari o vicini al picco, anche se le nuove infezioni segnalate quotidianamente sono in leggero calo. Ma gli esperti sanitari avvertono che il tasso di mortalità probabilmente aumenterà ancora, come conseguenza del ritardo alle reazioni ai nuovi focolai registrati nel Sud e nell’Ovest.

Secondo gli esperti di malattie infettive, l’America è in un momento critico, mentre si discute come e se riaprire le scuole, visto che le percentuali di nuovi casi sono aumentate con la riapertura delle aziende e l’allentamento delle restrizioni, mentre proprio in questo momento servirebbe più disciplina indossando mascherine, limitando le uscite dalle proprie abitazioni e chiudendo i locali, ha ammonito il dottor Anthony Fauci: “Il virus non scenderà spontaneamente, va lasciato senza possibilità di contagi”.

A fargli eco un rapporto degli esperti del Johns Hopkins University Center for Health Security, secondo cui è necessario rispondere con azioni politiche a livello federale, statale e locale per raggiungere il controllo della pandemia: “A differenza di molti paesi del mondo, gli Stati Uniti non sono sulla buona strada: è ora di resettare”. Il rapporto include 10 raccomandazioni che includono l’obbligo universale sull’uso delle mascherine, un aumento del numero dei test e, nei luoghi in cui i tassi di trasmissione peggiorano, la procedura di lockdown immediata. 

Dello stesso tenore David Skorton, presidente e CEO dell’Association of American Medical Colleges: “Un’azione decisa e coordinata è urgente e necessaria per salvare altre vite umane, mettere fine alla pandemia, ripristinare l’economia americana e riportare le nostre esistenze alla normalità. Ma se il Paese non cambia passo in fretta, le morti arriveranno a diverse centinaia di migliaia”. Il piano prevede di affrontare le carenze di approvvigionamento, di riaprire le scuole in modo sicuro, di espandere l’assicurazione sanitaria e di sviluppare un protocollo di distribuzione delle vaccinazioni. 

A breve, la Food and Drug Administration potrebbe concedere l’autorizzazione con un procedura d’urgenza di un vaccino contro il coronavirus. Due aziende biochimiche hanno iniziato altrettanti fasi di test avanzati, spingendo Trump a dichiarare in modo entusiasta che l’arrivo di un vaccino potrebbe essere imminente. Anche se alcuni stati continuano a registrare picchi di casi, di morti e di ricoveri ospedalieri, il totale di nuove infezioni nel Paese si è attestato a 61.660, leggermente inferiore a quello della settimana scorsa.

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