Gino Girolimoni, il presunto killer

| Nella Roma del ventennio sette bambine vengono rapite e quattro sono ritrovate morte dopo essere state violentate. Per il regime è uno smacco non trovare il colpevole, e così si accusa un poveretto, rovinandogli la vita per sempre

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Di Marco Belletti
È il 9 maggio 1927 quando la Stefani (la prima agenzia di stampa italiana e, durante il ventennio fascista, la voce del governo in Italia e all’estero) diffonde la notizia che dopo “laboriose indagini” sono state raccolte “prove irrefutabili” contro Gino Girolimoni, un fotografo ritenuto essere il pedofilo che nei tre anni precedenti ha rapito sette bambine uccidendone quattro. Il criminologo lombrosiano Samuele Ottolenghi non ha dubbi: i tratti somatici dell’arrestato mettono in evidenza in modo chiaro i segni del criminale. Si tratta di uno dei più grandi errori giudiziari del secolo scorso. L’arresto del “mostro di Roma” viene definito soddisfacente da Mussolini, che può così dare enfasi all’efficienza della polizia e all’ordine garantito dal regime.

L’attività dell’assassino inizia il 31 marzo 1924, quando Emma Giacomini e suo fratello minore giocano insieme in piazza Cavour, nel centro di Roma. La bimba ha quattro anni e mezzo, meno di due il fratello. Persi di vista per pochi secondi dalla tata, scompaiono nel nulla per essere poi ritrovati più tardi a Monte Mario da una donna che sente il pianto di Emma, che ha i vestiti strappati e un fazzoletto stretto attorno al collo, in un tentativo di strangolamento per fortuna non riuscito. Sembra credibile la testimonianza di qualcuno che ha visto un 50enne alto, magro ed elegante fuggire di corsa.

Due mesi più tardi, il 4 giugno alle 22, Bianca Carlieri di 3 anni scompare da via del Gonfalone e nonostante le ricerche immediate viene ritrovata solamente la mattina dopo nei pressi della basilica di san Paolo fuori le mura: semisvestita, violentata, il corpo straziato da alcuni maiali, morta strangolata da un fazzoletto, ancora intorno al suo collo. Una compagna di giochi afferma che a portarla via è stato un uomo elegante, con i baffi e un soprabito grigio.

L’opinione pubblica si scatena e la polizia è costretta ad arrestare senza prove, prima di tutti alcuni invalidi e malati di mente solo per avere nomi da dare in pasto alla stampa. Un vetturino ingiustamente accusato dai vicini di casa di essere l’assassino, non regge la vergogna e si suicida avvelenandosi. Con questi tanti falsi colpevoli assicurati alla legge o rei confessi poco prima di uccidersi, l’incubo sembra finito, ma il terrore torna il 25 novembre 1924: a scomparire da piazza san Pietro è Rosa Pelli di tre anni. Il suo corpo viene ritrovato il giorno dopo, in una fornace di mattoni a Monte Mario, vicino a lei un asciugamano con ricamato “R. L.”. Ai funerali di Rosa partecipano oltre 100 mila persone, con tutta la città in piena psicosi che reclama un colpevole. Il regime fascista, Mussolini per primo, fa pressione sugli inquirenti affinché trovino il colpevole… giusto, questa volta.

 

 

 

Passano sei mesi, è il 28 maggio 1925 quando viene rapita Elisa Berni di sei anni, ritrovata stuprata e strangolata il giorno dopo sul lungotevere Gianicolense. Il fazzoletto con cui è stata uccisa riporta ricamata la lettera “C” e vicino al corpo senza vita fogli stracciati di una lettera scritta in inglese. Trascorrono altri tre mesi e il 26 agosto viene rapita Celeste Tagliaferri di 17 mesi, rapita dalla culla in via dei Corridori e ritrovata ancora viva presso lo scalo Tuscolano. Il 2 febbraio 1926 viene rapita Elvira Coletti di 6 anni, ritrovata viva vicino a ponte Michelangelo. L’ultima vittima è Armanda Leonardi: scampata a un tentativo di rapimento quando ha due anni nel 1924 (probabilmente da parte dello stesso maniaco), va purtroppo incontro al suo destino il 12 marzo 1927 quando viene ritrovata all’Aventino, anche lei violentata e quindi strangolata.

La pressione del regime, dei giornali e dell’opinione pubblica spinge la polizia a cercare a tutti i costi un colpevole e così – sebbene alcune testimonianze descrivano il rapitore-assassino alto, sulla cinquantina, ben vestito e con i baffi – viene arrestato il 38enne Gino Girolimoni, un fotografo e mediatore di cause per infortuni, conosciuto come un giovane simpatico ed educato, che non assomiglia per nulla all’uomo dell’identikit. La notizia del suo arresto viene diffusa dall’agenzia Stefani con grande rilievo, ed è ripresa da tutti i giornali: finalmente il mostro di Roma è stato arrestato.

A indirizzare gli inquirenti verso Girolimoni sono le affermazioni di una bambina di tredici anni che racconta al padrone di casa, presso cui lavora come cameriera, che ogni tanto un signore le parla quando la incontra per strada. Insospettito, l’uomo si fa indicare dalla bambina lo sconosciuto, annota la targa della sua auto e informa la polizia, che così arresta Girolimoni. Le prove contro di lui sono inconsistenti, addirittura il fatto di avere nell’armadio 12 abiti è la dimostrazione per la polizia che è un trasformista che usa abiti diversi per rapire le bambine e sfuggire alla polizia.

Dopo quattro mesi in isolamento totale al Regina Coeli, ancora manca la confessione e siccome non ci sono prove che possano reggere un processo gli inquirenti accusano Girolimoni di altri delitti, come l’assassinio di una bambina a Padova nel 1919.

Alla fine la discordanza tra le testimonianze e l’assoluta inconsistenza delle prove fanno sì che l’8 marzo 1928 Girolimoni sia prosciolto da ogni accusa, nonostante contro di lui siano state fabbricate per mesi prove fasulle per incriminarlo. Nel frattempo, però, ha scontato un anno in carcere.

Il suo proscioglimento passa però sotto un silenzio totale e la notizia viene relegata dai giornali nelle pagine interne e con poca evidenza, per ovvie ragioni di convenienza politica. La vita dell’uomo, nonostante l’assoluzione, è fatalmente stravolta e a Girolimoni non verrà mai dato nessun indennizzo per l’ingiustizia subita.

Perso il lavoro e il patrimonio, Girolimoni dopo la scarcerazione sopravvive riparando biciclette e facendo il ciabattino nei quartieri popolari di San Lorenzo e Testaccio, per poi morire in stato di totale indigenza a 72 anni, nel 1961. I funerali vengono celebrati il 26 novembre nella basilica di San Lorenzo fuori le mura e la salma tumulata nel cimitero del Verano a spese di alcuni amici nella tomba di un conoscente. Il corpo sarà in seguito traslato in una fossa e infine spostata nell’ossario comune. Solo nel 2015 una donna romana colpita dalla storia di Girolimoni decide di far realizzare a sue spese una lapide da posizionare nell’ossario comune del cimitero.

Criminal Files
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