Il killer che si credeva furbo

| Frederick Field, prendendo spunto dal primo romanzo di Agatha Christie con Hercule Poirot, confessò un omicidio sapendo che non esistevano prove a sufficienza per farlo condannare. Ma al secondo tentativo gli andò male

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Di Marco Belletti
Cent’anni fa veniva pubblicato il primo romanzo di Agatha Christie, “The Mysterious Affair at Styles”, in cui debuttava il suo personaggio più famoso, l’investigatore belga Hercule Poirot. Si trattava di una storia di tradimenti ed eredità in cui Emily Inglethorp, una signora di una certa età, viene uccisa con il veleno dal giovane marito Alfred che - se non ci fosse stato Poirot - avrebbe subito il processo per poi essere scagionato grazie alla testimonianza della donna di servizio della vittima. L’investigatore scoprì che la giovane era l’amante dell’uomo e che il loro piano prevedeva che Alfred fosse incriminato con prove false, facilmente confutabili in tribunale, e che una volta assolto non avrebbe potuto essere processato per lo stesso reato una seconda volta, anche se fossero state trovate altre prove contro di lui.

Appena pubblicato, il libro non ebbe un grande successo e la prima edizione fu venduta solo in 2mila copie, ma la Christie divenne rapidamente una delle scrittrici più famose del Regno Unito, e non ci sarebbe da stupirsi quindi se una copia di quel primo romanzo capitò qualche anno più tardi tra le mani di Frederick Field, un giovane elettricista che lavorava per una ditta di fissatori di insegne. Nel 1931 – quando già la Christie si era clamorosamente separata dal primo marito e aveva sposato il secondo, l’archeologo Max Mallowan – il giovane forse si ricordò del trucco utilizzato nel romanzo e riuscì a scampare al patibolo.

Tutto iniziò il 2 ottobre 1931 quando alcuni operai al lavoro in un negozio vuoto di Shaftesbury Avenue a Londra trovarono il corpo strangolato di una donna che risultò poi essere Annie Upchurch, una ventenne conosciuta come Norah. Si trattava di una ragazza madre (all’epoca la figlia Marjorie aveva tre anni) che per sopravvivere si prostituiva, ma che secondo gli inquirenti “lavorava” solo nei pomeriggi dal martedì al sabato e trascorreva il resto della vita con la sua bambina.

Uno degli operai che scoprì il corpo era Field, che alcuni giorni prima era già stato al negozio per rimuovere l’insegna “affittasi”: dichiarò alla polizia di nutrire sospetti nei confronti di un uomo sconosciuto che si era recato lì per ritirare le chiavi del locale appena affittato.

L’autopsia fu effettuata lo stesso giorno in cui fu trovato il corpo. Secondo il patologo la causa della morte fu asfissia per strangolamento con una cintura di feltro verde (ritrovata sul corpo) e l’assassino non aveva lasciato altri segni intorno alla gola. Con la sola eccezione di alcune macchie di sangue sulla giacca strappata della donna (che il medico ritenne fossero precedenti all’omicidio) non c’erano segni di altre violenze, tantomeno di tipo sessuale.

Per gli inquirenti l’omicidio non fu premeditato, non ci fu nessun testimone che avesse visto Norah e il suo assalitore entrare o uscire dal negozio, quasi di sicuro il movente non era stato il furto della borsa della donna. Infatti, sulla scena del crimine furono rinvenuti molti altri oggetti appartenenti alla vittima, tra cui una piccola spilla di diamante, un ciondolo a forma di cuore e un orologio, rimasto al polso di Norah, andato distrutto con le lancette ferme alle 8:20, sicuramente di sera.

Il delitto rimase insoluto.

Il colpo di scena arrivò il 25 luglio 1933 quando Field dichiarò al direttore del “Daily Sketch” di aver portato la ragazza nel negozio vuoto, di averla strangolata e di essere scappato con la sua borsa. Dopo aver ripetuto lo stesso racconto alla polizia, l’uomo ritrattò durante il processo e gli inquirenti – senza altre prove – giunsero alla conclusione che si trattava di un tentativo per ottenere fama, visibilità e forse denaro dall’esclusiva per il giornale: Field fu assolto.

Da quel momento iniziò a vantarsi pubblicamente di avere ucciso Norah Upchurch, aggiungendo che non sarebbe mai più stato condannato in quanto non avrebbe potuto essere nuovamente processato per quel reato.

Il 5 aprile 1936 la vedova 48enne Beatrice Sutton fu trovata morta nel suo appartamento a Clapham, Londra, sdraiata sul letto con diversi cuscini sul viso. Nonostante la strana postura del corpo, inquirenti piuttosto superficiali attribuirono la morte a cause naturali in quanto non notarono segni evidenti di lotta, ma ulteriori indagini dimostrarono che era stata strangolata. La donna si prostituiva nel suo appartamento ed essendo di mezza età e poco attraente, accettava ogni tipo di clienti, quindi agli investigatori sembrò subito un compito impossibile individuare tutte le persone che si erano recate a casa della Sutton.

Nel frattempo, Frederick Field era sotto custodia per aver disertato dalla “Royal Air Force” qualche mese prima. Durante un interrogatorio di routine confessò il crimine e il 25 aprile fu accusato dell’omicidio di Beatrice Sutton. “Non avevo mai visto quella donna in vita mia – affermò – l’ho assassinata solo perché volevo uccidere qualcuno”.

Affermò di essersi recato nell’appartamento della vedova e di averla soffocata, fornendo anche alcuni dettagli grazie ai quali gli inquirenti lo incriminarono e portarono in tribunale. Durante il processo utilizzò la stessa strategia messa in pratica quando fu accusato dell’omicidio di Norah Upchurch, ritrattando la confessione. Purtroppo per lui, i dettagli che aveva fornito sul soffocamento di Beatrice Sutton erano troppo precisi e gli inquirenti avevano raccolto prove schiaccianti che non gli lasciarono scampo: fu condannato a morte il 13 maggio e salì sul patibolo il 30 giugno.

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