Irina Gaidamachuk, la killer che si fingeva assistente sociale

| Nel cuore della Russia una giovane madre alcolizzata, per potersi pagare la vodka, inizia a uccidere pensionate sole entrando nelle loro case fingendo di volerle aiutare, massacrandole per rubare anche solo pochi rubli

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Di Marco Belletti
La vittima più giovane di Irina Gaidamachuk aveva 61 anni, la più anziana 89: erano tutte donne. Tra il 2002 e il 2010 la russa Irina – che è una delle rarissime serial killer di sesso femminile – utilizza sempre lo stesso “modus operandi” per uccidere le sue 17 vittime: fingendosi un’operatrice sociale entra facilmente nelle abitazioni delle donne, anziane e sole, le assale e le uccide con un martello o un’ascia per derubare tutti i loro averi.

Nata nel 1972 a Njagan’ – cittadina della Russia siberiana occidentale nei pressi del fiume Ob – Irina è tuttora in carcere, condannata a vent’anni di reclusione, poco più di un anno per ognuna delle donne che ha massacrato, tutte residenti nella regione di Sverdlovsk. Ha agito per motivi economici, per guadagnare senza troppa fatica il denaro necessario a comprare la vodka, di cui non può fare a meno essendo un’alcolizzata. Il marito e le due figlie sono sempre stati all’oscuro che fosse un’assassina seriale.

Già giovanissima diventa dipendente dall’alcol ed è conosciuta da polizia e servizi sociali quando i genitori, che ritengono la sua situazione tanto grave da essere irrecuperabile, l’abbandonano al suo destino. Appena maggiorenne si trasferisce un migliaio di chilometri più a sud, nella città di Krasnoufimsk dove conosce il futuro marito Yuri: dalla convivenza nasce presto la prima figlia.

Tuttavia la dipendenza dalla vodka non accenna a diminuire, anzi peggiora con il passare degli anni. Irina è sempre più irrecuperabile e il marito cerca di gestire la situazione tenendola in casa ed evitando di farle maneggiare soldi o carte di credito.

La donna non ha ufficialmente un lavoro ma dal 2002 inizia a fingere di averne uno e così ogni giorno esce di casa per guadagnare quello che gli altri familiari credono un onesto stipendio. In realtà Irina – nonostante la sua dipendenza dalla vodka – è tutt’altro che obnubilata dall’alcol, dimostra anzi di essere un’assassina seriale fredda e scaltra nel mettere in pratica il suo piano per procurarsi il denaro.

Quella che durante il processo sarà definita la “lupa di Krasnoufimsk” passeggia per le strade delle cittadine della regione, alla ricerca di potenziali vittime: donne anziane, sole, poco sospettose e che si dimostrano disponibili a chiacchierare con gli sconosciuti. Quando pensa di aver trovato la vittima ideale, Irina ne studia per giorni le abitudini e i comportamenti in modo da calcolare il momento opportuno per andare a casa loro minimizzando gli imprevisti e i rischi. La lupa si presenta così alla porta di casa della vittima scelta spacciandosi per un’assistente sociale che vuole valutare le condizioni in cui vive l’anziana e se ha bisogno di aiuto. Dopo poche chiacchiere e qualche domanda che conquistano la fiducia della malcapitata, per Irina è facile estrarre dalla borsa il martello o l’ascia e colpire ripetutamente la vittima, fino a ucciderla. Quindi perquisisce con attenzione tutta la casa, concentrando l’attenzione su contanti e cibo e tralasciando di rubare gioielli e oggetti preziosi che non sa come convertire in denaro e che sarebbero una prova contro di lei se un’eventuale indagine degli inquirenti li trovasse in suo possesso.

In linea di massima questa operazione è compiuta dalla fredda Irina con molta attenzione, senza lasciare tracce e disordinando volutamente la casa per fingere una rapina finita male. Solo in tre casi, probabilmente per nascondere meglio le prove, appicca il fuoco alle abitazioni.

Come spesso accade in questi casi, dopo una partenza a razzo per identificare in tempi brevi il serial killer – il costante modo di agire dell’assassino non lascia dubbi sulla serialità dei casi – le indagini della polizia rallentano, si inoltrano lungo false piste su supposizioni errate: per esempio, in alcune conferenze stampa le forze dell’ordine dichiarano che il responsabile delle morti a Krasnoufimsk e dintorni è sicuramente un uomo, per la violenza e l’accanimento nei confronti delle povere anziane. Nonostante testimoni affermino di aver visto una donna bionda aggirarsi intorno alle case delle vittime nei giorni degli omicidi, per la polizia è facile affermare che con una parrucca bionda e occhiali scuri qualsiasi uomo può travestirsi da donna.

Irina Gaidamachuk legge le notizie dei suoi crimini sui giornali e ascolta i notiziari alla tv, si rende conto di non essere neppure lontanamente sospettata e continua la sua attività ma – come quasi sempre accade in questi casi – alla fine commette qualche errore.

Il suo primo sbaglio si chiama Bilbinur Makshaeva, un’anziana che Irina lascia sul pavimento per morta e che invece sopravvive e testimonia con lucidità che ad averla aggredita è sicuramente una donna dai capelli biondi e racconta in ogni dettaglio il modus operandi della killer. Le ricerche della polizia a questo punto cambiano direzione. Dopo indagini serrate con oltre 3 mila persone interrogate e sottoposte a controlli, il lavoro degli inquirenti sembra fornire i primi risultati, con l’arresto della ventinovenne rea confessa Marina Valeyeva: dopo l’annuncio pubblico della sua colpevolezza, emergerà purtroppo che la verità non era tale, ma estorta con la violenza alla poveretta, del tutto estranea ai fatti.

Mentre gli investigatori chiedono aiuto anche a qualche sensitivo per scovare il killer, Irina Gaidamachuk continua a uccidere in tutta la regione: da Ekaterinburg (uno dei più grandi centri urbani della Russia) a Serov, da Druzhinino al piccolo villaggio di Achit. Ma commette il suo secondo errore: non potendo più spacciarsi per assistente sociale, nell’ultimo omicidio dell’81enne Alexandra Povaritsyna si offre di ridipingere la casa. Dopo la scoperta del cadavere, i vicini descrivono l’imbianchina con dovizia di particolari e così Irina alla fine è arrestata.

Tratteggiata durante il processo dal suo avvocato difensore come una madre affettuosa e gentile, che aiutava chiunque ne avesse bisogno, Irina Gaidmachuk è condannata dal giudice a vent’anni di carcere, sentenza che indigna i parenti delle vittime, che la ritengono troppo moderata.

Quando uscirà dal carcere a 60 anni, la donna non troverà nessuno ad attenderla, in quanto il marito e le figlie si sono rifatti una nuova vita lontano da Krasnoufimsk.

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