Ivan Milat, il serial killer che tormenta l’Australia

| Con la morte dell’omicida dei “Backpacker Murders”, diventa difficile appurare se le sue vittime siano state 7 o molte di più, come sospetta da tempo la polizia

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La giustizia australiana ha un incubo da cui non riesce ad uscire: li chiamano i “Backpacker Murders”, i delitti dello zaino, perché le vittime erano tutti autostoppisti e saccopelisti uccisi nel Nuovo Galles, nel sud del paese, negli anni Novanta. I corpi di sette persone uccise in modo particolarmente violento furono ritrovati fra il settembre del 1992 ed il novembre dell’anno successivo coperti di foglie in un bosco della “Belanglo State Forest”, ad una quindicina di km da Berrima: cinque vittime erano stranieri in viaggio per l’Australia, due di Melbourne.

Nel 1994, la polizia ha arrestato Ivan Milat, un operaio che lavorava sulle strade, processato e condannato a sette ergastoli: malgrado prove a dir poco schiaccianti, continuerà per tutta la vita a dichiararsi innocente. Nel gennaio del 2009 per protesta si era amputato il mignolo della mano destra, e due anni dopo aveva messo in scena uno sciopero della fame perché pretendeva una “Playstation”.

I “Backpacker Murders” nel frattempo erano finiti sulle cronache di tutto il mondo, facendo perdere all’Australia l’innocenza di meta turistica fra le più sicure. Milat era uno dei sei principali sospettati nei casi di tre donne - Leanne Goodall, Robyn Hickie e Amanda Robinson - scomparse a quattro mesi l’una dall’altra, tra il 1978 e il 1979, nei pressi di Newcastle, a nord di Sydney, vicino a dove l’uomo lavorava come operaio stradale.

Ivan Robert Marko Milat era nato il 27 dicembre 1945, quinto di 14 fratelli. Il padre lavorava sui moli di Sydney dopo essere emigrato dalla Croazia al termine della prima guerra mondiale. Come buona parte dei suoi fratelli, Ivan è un giovane irrequieto: si mette spesso nei guai con la giustizia. Negli anni ‘60, alla fine dell’adolescenza, sconta periodi di detenzione sempre più lunghi: appassionato di armi, caccia e auto veloci, con l’avanzare dell’età si macchia di reati sempre più gravi. Negli anni ‘70 viene assolto per lo stupro della diciottenne Margaret Patterson, che aveva raccolto insieme ad un’amica mentre faceva autostop a Melbourne.

La lunga scia degli omicidi inizia nel dicembre 1989: Il giorno prima di Capodanno, Deborah Everist e James Gibson, due 19enni di Melbourne, partono da Sydney verso Albury, al confine tra il New South Wales e Victoria, per partecipare ad un festival alternativo. Ma dopo giorni, quando nessuno delle due ragazze si fa più viva, le famiglie segnalano alla polizia la scomparsa. Lo stesso destino attendeva le altre cinque vittime: Simone Schmidl, 21enne tedesco, partito da Sydney per Melbourne il 20 gennaio 1991. Quattro giorni dopo doveva incontrare sua madre all’aeroporto di Melbourne. Gabor Neugebauer, 21 anni, e Anja Habschied, 20 anni, anche loro tedeschi, partono da Sydney per un viaggio di 4.000 km fino a Darwin, prima di tornare a Monaco di Baviera un mese dopo. Non sono mai saliti sull’aereo. Anche per il loro prolungato silenzio, le famiglie allertano la polizia, e i loro casi alzano l’interesse dei media. Non ci vuole molto perché i giornalisti cominciassero a collegare i casi, di cui non si sa nulla fino al settembre del 1992, quando due ciclisti scoprono i corpi di Caroline Clarke e Joanne Walters: la prima era stata bendata e colpita 10 volte alla testa, sul corpo della seconda l’autopsia conta 21 coltellate alla schiena e 14 al petto: la spina dorsale era stata spezzata da un violentissimo colpo inferto con qualcosa di molto pesante.

Un anno dopo, nell’ottobre del 1993, un boscimano che raccoglieva legna scopre il corpo di James Gibson: a poca distanza c’è anche quello di Deborah Everist. Neanche un mese dopo riemergono anche i cadaveri dei tre tedeschi: tutti erano stati assassinati in modo feroce.

Dopo un’indagine complicata, la polizia restringe la lista dei sospetti a poche decine di nomi, ma è un altro cittadino britannico, Paul Onions, a fornire la prova cruciale.

Onions era riuscire a fuggire dal veicolo di Milat all’inizio del 1990, tre settimane dopo la scomparsa di Everist e Gibson. Un uomo che diceva di chiamarsi Bill, descritto con baffi e capelli scuri, l’aveva raccolto mentre fa l’autostop: lo tempesta di domande, vuol sapere dove sta andando e chi lo aspetta. Mentre l’auto si avvicina alla foresta di Belanglo, Bill svolta all’improvviso verso il fitto del bosco: nelle mani dell’uomo spunta una pistola, e la richiesta di consegnargli tutto il denaro che ha in tasca. Ne nasce una colluttazione e l’uomo esplode un colpo, ma Paul Onions riesce ad aprire la portiera dell’auto e fuggire sulla strada, dove incrocia una macchina a cui chiede aiuto. La polizia che raccoglie la denuncia gli dice che era improbabile rintracciare il responsabile. Ma sei anni dopo, la testimonianza di Onions sarebbe stata cruciale per la condanna del serial killer.

Ivan Milat fu arrestato nel 1994 nella sua abitazione di Eagle Valley, a Sydney, e due anni dopo condannato al termine di un processo durato 18 settimane. Lo scorso maggio, dopo che gli è stato diagnosticato un cancro all’esofago e allo stomaco è stato trasferito, ed è morto ieri a 74 anni, portandosi dietro misteri mai risolti. Secondo la polizia, Milat non avrebbe agito da solo, e gli omicidi che ha commesso sarebbero ben di più dei sette per cui è stato condannato: forse una quarantina. Ma difficilmente si arriverà mai alla verità.

Ian Clarke, il padre di Caroline, sperava in una confessione sul letto di morte: “Se finalmente dovesse affrontare la realtà e ammettere ciò che ha fatto, sarebbe un piccolo sollievo per tutti quei genitori che da allora convivono con un dolore che non avrà mai fine”. Non è stato accontentato.

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Ivan Milat, il serial killer che tormenta l’Australia - immagine 1
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