John Gacy, il clown maniaco sessuale

| Fra feste per bambini travestito da pagliaccio e adescamenti dei suoi giovani dipendenti, tra il 1972 e il 1978 il killer di Chicago violentò, torturò e uccise 33 ragazzi. Quasi tutti furono sepolti nella cantina di casa

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Di Marco Belletti
La sera del 9 maggio 1994, nel penitenziario di Menard in Illinois, John Wayne Gacy Jr mangiò patatine, pollo fritto, gamberi e fragole mentre fuori si erano raccolte oltre 2 mila persone. A mezzanotte in punto Gacy subì l’iniezione letale cui era stato condannato e morì in fretta, mentre fuori i suoi fan gli dedicarono un lungo applauso. Era in carcere dal 1978.

In quei lunghi anni si era messo a dipingere con un discreto successo – sembra che un suo quadro sia stato acquistato nientemeno che da Johnny Depp – ed era diventato una celebrità, con centinaia di persone che avrebbero voluto chiacchierare con lui e chiedere consigli, e migliaia di altri fan che in risposta alle loro lettere ricevevano la cartolina con il suo ritratto vestito da clown. E questo nonostante tutti sapessero il motivo per cui era stato condannato a morte: travestito da Pogo il clown aveva adescato, rapito, stuprato e strangolato 33 ragazzi tra il 1972 e il 1978, per poi seppellirli nella cantina di casa.

Gacy era nato a Chicago il 17 marzo 1942: bambino sovrappeso, era costretto a subire molestie fisiche e psicologiche da parte del padre alcolizzato che spesso lo picchiava con la cintura e lo ridicolizzava di fronte alle due sorelle, definendolo stupido, grasso ed effeminato. Sembra sia stato molestato sessualmente da un amico di famiglia quando aveva nove anni.

Nel 1964, laureato in economia e commercio, iniziò a lavorare come direttore di un negozio di scarpe a Springfield e conobbe Marlynn Myers, che sposò a settembre dello stesso anno dopo aver avuto la prima esperienza omosessuale: dichiarò in seguito che, invitato a casa da un collega di lavoro, ubriaco ebbe un rapporto orale consensuale sul divano dell’uomo.

Con la moglie ebbe due figli e iniziò a collaborare con numerose organizzazioni di volontariato. Gli suoceri proprietari di una catena di fast-food gli offrirono un lavoro a Waterloo (in Iowa) e così la famiglia Gacy si trasferì. I suoi primi guai iniziarono nel 1968 quando l’adolescente Mark Miller lo denunciò per stupro. John fu scagionato ma decise di vendicarsi del giovane e assoldò un bullo del quartiere per farlo picchiare. Questa volta il giudice lo considerò persona antisociale e fu condannato a dieci anni di reclusione. Gacy fu abbandonato dalla moglie, che ottenne la custodia dei figli, e trascorse 18 mesi in carcere, prima di essere rilasciato per buona condotta.

Una volta in libertà andò a vivere a Chicago con la madre, si fece prestare da lei un po’ di denaro e avviò un’azienda di costruzioni, assumendo ragazzi tutti con meno di 20 anni. I testimoni dell’epoca dichiararono che era un datore di lavoro gentile. Il 1° giugno 1972 sposò Carole Hoff, una divorziata con due figlie, e divenne famoso nel quartiere per le numerose feste a tema che organizzava, a volte anche con 200 invitati. La famiglia Grexas – i vicini di casa che lo consideravano come un figlio – più tardi dichiararono di aver fatto notare a Gacy che dalla sua cantina proveniva un cattivo odore, ma l’uomo si giustificò dando la colpa all’umidità.

La sua fama valicò i confini del quartiere e la sua attività di volontariato negli ospedali per intrattenere i bambini travestito da Pogo il clown assunse molta rilevanza, tanto che la first lady dell’epoca, Rosalynn Carter, durante una visita alla città per la campagna elettorale del marito, lo incontrò e lo lodò pubblicamente per il suo impegno: non sapeva, la poveretta, che Gacy aveva già ucciso alcuni ragazzi.

Il primo era stato il quindicenne Timothy Jack McCoy, rapito il 2 gennaio 1972 a una fermata dell’autobus. Lo accoltellò più volte, lo seppellì in cantina e dopo l’arresto disse che aveva provato un orgasmo nel momento in cui aveva ucciso il giovane. Nel gennaio 1974 la seconda vittima, un adolescente non identificato tra i 15 e i 17 anni che Gacy strangolò e seppellì nel cortile di casa vicino al barbecue.

Mentre i suoi affari andavano a gonfie vele, nel luglio 1975 aggredì il 15enne Tony Antonucci, da lui assunto tre mesi prima, dopo averlo fatto ubriacare ma il ragazzo riuscì a liberarsi. Una settimana dopo non andò altrettanto bene a un altro dei suoi operai, il diciassettenne John Butkovitch, attirato con un trucco in casa (mentre moglie e figlie erano in Arkansas da parenti) e quindi sodomizzato, ucciso e sepolto in garage.

 A fine anno la moglie Carol scoprì uno scatolone nascosto, pieno di riviste pedopornografiche e se ne andò di casa con le figlie. Avendo l’abitazione libera, Gacy iniziò a uccidere sempre più di frequente tanto che tra aprile e agosto 1976 furono otto le sue giovani vittime: quattro finirono sepolti in cantina e gli altri in una fossa comune sotto il locale lavanderia.

Il 26 luglio 1976 il killer invitò il suo impiegato 18enne David Cram a casa sua, lo fece ubriacare e lo ammanettò ma il giovane riuscì a sferrare un calcio in faccia al suo aguzzino e a fuggire. Si sarebbe licenziato di lì a poco.

Tra giugno e la prima metà di ottobre 1976 furono altri quattro i giovani uccisi, tutti sepolti tra giardino e cantina. Il 24 ottobre Gacy adescò e uccise due teenager, Kenneth Parker e Michael Marino: entrambi furono violentati, strangolati e sepolti. Due giorni dopo il diciannovenne William Bundy – operaio di Gacy – scomparve nel nulla dopo aver detto alla famiglia che stava per recarsi a una festa. Anche lui fu ritrovato sepolto sotto la casa. A dicembre scomparve Gregory Godzike, un altro dipendente del killer, e il 20 gennaio 1977 fu la volta di John Szyc, diciannovenne attirato con la scusa di acquistare la sua Plymouth che, dopo aver ucciso il proprietario, Gacy vendette a un altro suo dipendente. Più o meno nello stesso periodo uccise un ragazzo non identificato di circa 25 anni e il ventenne Jon Prestidge che dal Michigan era venuto in visita ad amici a Chicago. Fu poi la volta di un altro giovane sconosciuto il cui corpo è stato trovato sotto il cortile e in maggio toccò al 19enne Matthew Bowman, sepolto sempre in cortile con ancora stretta al collo la corda con cui era stato strangolato.

Tra settembre e dicembre Gacy assassinò altri sei giovani di età compresa tra i 16 e i 21 anni. Il 30 dicembre 1977 adescò lo studente diciannovenne Robert Donnelly, lo violentò e lo torturò ripetutamente e lo lasciò libero. Il giovane denunciò il fatto ma, quando fu interrogato dalla polizia, Gacy affermò che si era trattato di sesso sadomaso consenziente e gli inquirenti gli credettero. Fu poi la volta del 19enne William Kindred, scomparso il 16 febbraio 1978, l’ultima vittima che Gacy seppellì nella sua proprietà, dopo di lui i successivi corpi furono gettati nel fiume Des Plaines. A marzo il 26enne Jeffrey Rignall fu sodomizzato e torturato ma la scampò come Donnelly: anche in questo caso la polizia decise di non arrestare Gacy.

Furono necessarie le morti di altri quattro giovani prima che l’investigatore Joe Kozenczak scoprisse le precedenti denunce contro il killer e prendesse sul serio le accuse della madre di Robert Priest – quindicenne scomparso dopo aver detto che sarebbe andato da Gacy per un colloquio di lavoro – l’ultima vittima della serie.

Gacy fu arrestato e il 28 dicembre 1978, al termine di un lungo interrogatorio, confessò di aver ucciso 33 ragazzi e rivelò il suo modus operandi, quasi sempre rispettato. Caricava in auto i giovani, li stordiva con un panno imbevuto di cloroformio, li ammanettava e metteva loro in bocca biancheria intima. Una volta a casa li sodomizzava, seviziava e torturava dopo di che li strangolava con una corda in cui infilava un bastone facendolo ruotare. A volte li teneva prigionieri a lungo e ne uccideva più di uno al giorno.

Le foto degli scavi nella cantina del serial killer scioccarono gli Stati Uniti. Il medico legale che per primo entrò nella casa, Robert Stein, dichiarò al processo: “La cantina era letteralmente disseminata di buchi con ossa o resti di corpi umani decomposti. Non ho mai visto nulla di simile in vita mia, uno spettacolo raccapricciante”.

John Wayne Gacy Jr fu processato a Chicago. Diversi psichiatri dichiararono che era “un uomo incapace di rendersi conto della realtà a causa di distorsioni emotive procurate da un padre estremamente freddo e violento”. Il 13 marzo 1980 dopo quasi due ore di camera di consiglio la giuria emise il verdetto di colpevolezza e Gacy fu condannato a morte.

Mentre era detenuto in attesa dell’esecuzione, Gacy presentò numerosi appelli per commutare la sentenza in carcere a vita, tutti respinti, e continuò ad affermare insistentemente di essere implicato solo in cinque omicidi (McCoy, Butkovitch, Godzik, Szyc e Priest) e che gli altri a lui attribuiti erano in realtà stati commessi – mentre era fuori città in viaggi d’affari – da impiegati in possesso delle chiavi di casa sua.

Le ultime parole di John Gacy prima di morire furono “Kiss my ass!”.

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