Leonarda Cianciulli, la «saponificatrice» di Correggio

| Tre donne sole e ingenue le sue vittime, che fanno una fine tragica: tagliate a pezzi, bollite e trasformate in saponette e in biscotti. Condannata a trent’anni tra carcere e manicomio criminale, ne uscirà solamente morta

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Di Marco Belletti
Durante il processo in cui è accusata con il figlio di un triplice omicidio, Leonarda Cianciulli dimostra di essere in grado di smembrare e sezionare il corpo di un vagabondo morto in ospedale in soli 12 minuti e di saponificarlo senza problemi. E mentre lo fa, racconta “la tagliai in nove pezzi nel lavandino” riferendosi a Virginia Cacioppo, la sua terza vittima. Nonostante gli avvocati della difesa tentino di salvarla appellandosi all’infermità mentale - e a questo proposito lei afferma in tribunale “dovevo sacrificare vite umane per tenere lontana la morte dalla mia famiglia” - viene condannata a trent’anni di reclusione. Di fatto sconta il carcere a vita in quanto il 15 ottobre 1970, sei anni prima della fine della pena, muore per apoplessia cerebrale nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli.

Leonarda Cianciulli nasce nel 1892 in provincia di Avellino e sembra che abbia vissuto un’infanzia infelice, se è vero - come afferma durante la detenzione - che era debole e malaticcia e che aveva cercato due volte di suicidarsi. Si sposa ventiduenne con Raffaele Pansardi, impiegato delle Poste, e dopo il devastante terremoto della Marsica nel 1930 la famiglia si trasferisce a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Vivono per qualche tempo nella miseria più totale, poi ricevono un risarcimento statale per aver perduto ogni proprietà a causa del sisma e anche grazie agli aiuti dei nuovi concittadini riescono a raggiungere condizioni di vita accettabili. Leonarda inizia un commercio di “roba” usata, dimostrandosi abile e piena di iniziativa. 

Nel frattempo la donna ha ben 17 gravidanze, solo quattro delle quali concluse: anche a causa di queste dolorose esperienze i figli Giuseppe, Bernardo, Biagio e Norma diventano per lei una vera ossessione.

Nel 1939 il primogenito, che studia lettere all’Università di Milano deve rispondere alla chiamata di leva, in un periodo in cui la guerra sembra davvero incombere e il pericolo che potrebbe correre il figlio trasforma la Cianciulli da persona intraprendente e motivata a paranoica persecutoria. Innanzitutto si convince che per salvare la vita dei figli deve compiere sacrifici umani. Le tornano in mente in questo periodo le parole di una zingara che leggendole la mano da ragazza aveva affermato che si sarebbe sposata e avrebbe avuto figli, ma li avrebbe persi tutti. Non si sa quanto ci sia di vero in questa storia, così come in quella che un’altra gitana le avesse detto di vedere il carcere nella mano destra e il manicomio in quella sinistra.

Studia magia, chiromanzia, astrologia e legge libri su scongiuri, fatture e spiritismo, convinta così di poter imparare sortilegi per sconfiggere il malocchio che incombe sui figli. Frequenta soprattutto tre amiche, donne sole e di una certa età: si lasciano abbindolare dalla Cianciulli, che promette di cambiare le loro vite.

A Faustina Setti – una semianalfabeta 60enne – confida di averle trovato un marito a Pola (in Istria, allora italiana) e si offre di aiutarla a vendere tutti suoi averi e trasformarli in denaro, ma di non parlarne con nessuno per evitare invidie e pettegolezzi. Quando la data della partenza si avvicina, la Cianciulli la aiuta a scrivere alcune lettere e cartoline per amici e parenti da spedire una volta giunta a destinazione. Quel giorno stesso uccide Faustina Setti con colpi di scure, la trascina in uno stanzino, seziona il cadavere, fa colare tutto il sangue in un catino e getta i pezzi del corpo in un grande pentolone. Qui aggiunge – è lei stessa a confessarlo durante il processo – sette chilogrammi di soda caustica e mescola tutto finché ottiene una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempie alcuni secchi che butta in un pozzo nero. Inoltre, fa seccare nel forno il sangue coagulato, lo macina e lo mescola con farina, zucchero, cioccolato, latte, uova e un po’ di margarina. Prepara in questo modo una grande quantità di pasticcini croccanti che offre ai visitatori e ai componenti della famiglia. Qualche giorno dopo manda il figlio Giuseppe a Pola chiedendogli di imbucare le lettere della vittima per farle giungere ai destinatari con il timbro postale giusto.

Anche Francesca Soavi sogna di scappare da Correggio, ma più del matrimonio desidera un buon impiego e la Cianciulli trova la soluzione anche per lei, proponendole un lavoro nel collegio femminile di Piacenza. La mattina del 5 settembre 1940 la Soavi si reca a casa della Cianciulli per salutarla. Qui la saponificatrice (come sarebbe stata in seguito soprannominata) convince l’amica a scrivere due cartoline da imbucare a Correggio per evitare di far capire ai ficcanaso la sua destinazione. Non appena la sventurata finisce di firmarle, viene massacrata a colpi di scure e fa la stessa fine della prima vittima.

Ma al contrario di Faustina Setti, la seconda ha con sé poco denaro e per guadagnare di più dall’omicidio la Cianciulli sparge la voce di essere stata incaricata dalla Soavi di vendere i suoi beni e i suoi mobili, mentre Giuseppe fa un viaggio fino a Piacenza per spedire le cartoline.

Non passano che pochi giorni e alla saponificatrice si offre una nuova possibilità per uccidere. Virginia Cacioppo è una ex cantante lirica 53enne caduta in miseria e la Cianciulli non ha difficoltà a fingere di averle trovato un lavoro a Firenze come segretaria di un dirigente teatrale, confidandole che era stato un suo amante e che per tale motivo avrebbe dovuto tenere nascosto il suo trasferimento. La povera Virginia, entusiasta della proposta, il 30 settembre 1940 si reca da Leonarda per salutarla.

“Come le altre – confesserà poi la Cianciulli – finì nel pentolone. La sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce”.

La cognata di Virginia si insospettisce per l’improvvisa scomparsa della donna e – avendola vista entrare in casa della Cianciulli prima di sparire – confida al questore di Reggio Emilia i suoi sospetti. In breve le indagini conducono a Leonarda, che confessa senza problemi, ma gli inquirenti non credono abbia fatto tutto da sola, per cui incriminano il figlio che al processo dichiara di aver spedito le lettere senza sapere degli omicidi. Per difenderlo, la madre, non esita a dimostrare come aveva fatto a pezzi le sue vittime e viene riconosciuta unica colpevole dei tre omicidi e condannata a 30 anni di reclusione e tre anni di manicomio giudiziario.

In carcere trascorre il tempo lavorando all’uncinetto e cucinando biscotti che nessuno osa mangiare. Dopo la morte viene tumulata nel cimitero di Pozzuoli e al termine del periodo di sepoltura, visto che i figli non reclamano i resti, è trasferita nell’ossario comune del camposanto.

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