Peter Nirsch, il cannibale dei feti

| Nella Germania del Cinquecento un uomo fu accusato di 520 efferati omicidi, durante i quali mangiava le vittime e – nel caso di donne incinte – anche i loro figli. Le atroci torture che subì lasciano dubbi sul vero numero delle vittime

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di Marco Belletti

La signora Nirsch era probabilmente una donna felice. Nella seconda metà del Cinquecento abitava in Franconia, nel sud della Germania, aveva conosciuto un uomo, l’aveva sposato e ora aspettava un figlio. Era il 1575, la guerra dei trent’anni che avrebbe devastato il land in cui la donna viveva era ancora lontana e le mancavano pochi giorni per diventare madre. E invece, non vide mai il figlio perché il marito, Peter Nirsch (un uomo del cui passato di sapeva ben poco) la uccise, le aprì il ventre estraendone il feto che quindi mangiò. Dopo di che si allontanò e non fu mai più visto in zona.

Probabilmente la donna non era la prima vittima di quello che è uno dei più prolifici serial killer mai esistito, con oltre 520 omicidi presunti, o quantomeno confessati, tra il 1575 e il 1581, quando fu giustiziato. Nirsch uccise soprattutto donne che sventrava e mangiava, con una netta preferenza verso giovani incinte, per divorare anche i loro figli. Sembra fosse spinto da credenze e superstizioni legate a rituali di magia nera che praticava, e pensava che uccidere donne incinte e sacrificare i loro figli lo proteggesse dagli spiriti maligni.

Nella zona del fiume Reno uccise circa 200 persone, tra cui 9 donne incinte, almeno 120 nel Würtemberg, quindi si spostò nell’Ulm, nell’Augsburg e nell’area del Danubio, per giungere in Austria – dove uccise una decina di donne gravide – e si spinse fino a Praga e in Boemia, dove trucidò 140 persone, tra cui un’altra decina di donne incinte. 

Tornò quindi in Germania, lasciò tracce del suo passaggio a Ratisbona e si diresse verso Norimberga. Prima di giungervi, si fermò nella cittadina di Neumarkt dove affittò una stanza in una bettola e vi trascorse due giorni, intento a studiare gli abitanti per scoprire chi avrebbe potuto diventare una sua vittima.

Il terzo giorno di permanenza Nirsch si recò ai bagni pubblici, chiedendo al proprietario della locanda di conservare una sacca con tutti i suoi averi. Mentre si lavava, ascoltò i discorsi delle persone intorno a lui, che parlavano dei troppi omicidi commessi in quel periodo in Germania: l’uomo cercò di rimanere indifferente e non commentò per non farsi notare e dare adito alla gente del luogo di dubitare di lui.

Tuttavia, non passò inosservato per le numerose cicatrici che coprivano quasi tutto il suo corpo – forse causate da maltrattamenti subiti o da tentativi di difesa delle sue vittime – e soprattutto per due dita deformate della mano destra, che erano presenti nelle testimonianze di chi era stato coinvolto nelle indagini sugli omicidi. Anzi, uno tra i presenti affermò di riconoscerlo in quanto da qualche parte aveva sentito che l’omicida era descritto con “due dita storte, molte vetuste cicatrici, una più prominente sulla mascella”.

Quando Nirsch si allontanò dai bagni pubblici, fu seguito fino alla taverna e, prima che potesse riappropriarsene, gli portarono via la sacca dove furono trovati oggetti tipici della magia nera: il sovrintendente della città, immediatamente informato, inviò un drappello di soldati che lo condusse in carcere.

Il 16 settembre 1581 Nirsch fu interrogato e torturato per farlo confessare di tutti i suoi crimini. Per costringerlo a parlare, il boia gli incise alcune ferite che quindi riempì con olio bollente e piombo fuso. Inoltre, fu ustionato in buona parte del corpo e gli furono spezzate le braccia e le gambe. In seguito a questo inumano trattamento, Nirsch ammise tutte le sue colpe e si accusò di tutti gli omicidi che gli venivano proposti, probabilmente con il solo scopo di fare terminare le torture che stava subendo. Fu comunque considerato colpevole di 520 assassinii e condannato alla pena di morte da eseguirsi per squartamento.

Il corpo di Nirsch fu così ulteriormente inciso e alcuni muscoli gli furono strappati. Quindi fu legato a quattro cavalli e, prima che fossero spronati in direzioni opposte per lacerargli il corpo in più parti, gli furono preventivamente tagliati i tendini delle estremità per agevolare lo squartamento.

Le differenti parti del corpo smembrato di Nirsch furono quindi legate ad alcuni pali che vennero posizionati in varie zone di Neumarkt come monito a eventuali emuli che avessero voluto ripetere le sue gesta.

I medici dell’epoca sentenziarono che Nirsch fosse colpito da una grave patologia psichica che lo portava a compiere rituali di magia nera, ai tempi molto diffusa e perseguitata, fino a praticare omicidi e antropofagia a scopo di stregoneria. Molto probabilmente i suoi disturbi mentali erano una forma estrema di schizofrenia e l’uomo era convinto che uccidere e mangiare le persone gli avrebbe consentito di allungare la propria vita.

Peter Nirsch e i suoi omicidi sono stati la fonte di ispirazione per il regista italiano Joe D’Amato nel creare il killer del film horror “Antropophagus” del 1980. In una scena di questa pellicola, l’assassino afferra una donna e a mani nude le strappa il feto dall’utero. Per realizzarla, fu utilizzato un coniglio scuoiato con un pezzo di budello a simulare il cordone ombelicale. Un’altra scena truculenta è il finale del film, in cui il cannibale mangia le sue stesse interiora. Fu invece tagliata la sequenza in cui una donna viene sgozzata e crolla in mezzo a un gruppo di cadaveri ricoperti di vermi: il regista non fu contento degli effetti speciali…

Nel Regno Unito fu vietata per lungo tempo la distribuzione di “Antropophagus” in quanto la censura ritenne si trattasse uno snuff movie, cioè una pellicola che riprende torture realmente messe in pratica durante la realizzazione e culminanti con la morte reale della vittima.

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