Samuel Little, il più spietato serial killer d’America

| Continua a confessare, con tanto di disegni e descrizioni, i 93 delitti di cui ricorda ogni particolare. L’FBI è riuscita a ricostruire 50 casi, ma chiede aiuto pubblicamente per dare un nome alle altre vittime

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Un talento, Samuel Little può vantarlo: una memoria fotografica eccezionale. È grazie a quella, che sta disegnando tutti i volti delle sue vittime, 93 donne, uccise in 19 stati americani fra il 1970 ed il 2005. Lo fa dalla sua cella del “California State Prison”, ai confini dell’infuocato deserto del Mojave, dove dal 2014 sconta l’ergastolo senza condizionale per gli omicidi di Carol Elford, Audrey Nelson e Guadalupe Abodaca. Al termine del processo, Little urla al mondo la propria innocenza. Poi cambia di colpo, e inizia a raccontare una scia lunga trent’anni di sangue, sotto gli occhi degli agenti dell’FBI che lo bollano come un mitomane, uno dei tanti pazzi che chissà per quale tara mentale trovano piacere ad addossarsi le colpe degli altri.

Qualcosa però non quadra: i racconti di Little sono pieni di particolari e dettagli che solo l’assassino può conoscere. James Holland, ranger specializzato in “cold case” raccoglie e analizza una per una le parole di Samuel agli psicologi e ai compagni di prigionia. Una ricerca che fa il paio con una lunga intervista di Jillian Lauren, giornalista del New York Times che incontra decine di volte Little e ne guadagna la fiducia fino a farsi raccontare un’esistenza grama vissuta ai margini della società, della dura legge delle strade, della passione per il pugile “Sugar” Ray Robinson, a cui voleva somigliare quando ha deciso di salire su un ring, dove si era guadagnato il soprannome di “Mad machine”, la mitragliatrice. In mezzo, anche la consapevolezza di essere una sorta di emissario del diavolo, e decine di disegni di visi e volti.

L’FBI si mette in moto, inizia a ricostruire l’esistenza vagabonda di Samuel Little, compara il suo Dna con i reperti trovati sulle scene degli omicidi di cui si incolpa, e la scoperta è inquietante: tutto coincide, dal primo all’ultimo dettaglio. Si riaccende la speranza di dare un nome a decine di cadaveri sepolti senza riuscire a capire chi fosse la persona chiusa nella bara. Le vittime le sceglieva fra gli ultimi, donne che vivevano nelle periferie del nulla, come lui: prostitute, senzatetto, tossicodipendenti, donne in fuga, transessuali, gente che nessuno avrebbe mai cercato. Erano afroamericane, bianche, ispaniche, giovani, anziane, andava bene tutto. Con loro non usa armi, quelle le ha nelle mani: le strangola o rompe l’osso del collo mentre si masturba, prolungando l’agonia per allungare anche il piacere di leggere negli occhi di quelle donne il terrore di chi sa che sta morendo. Resistergli, era impossibile: quasi due metri di muscoli per un quintale e più di peso. Se decideva che era ora di uccidere, uccideva a basta.

La sua è una follia lucida che mette i brividi: “Ucciderle era una sensazione appagante, come andare a letto con Marilyn Monroe”. Svuotarsi l’anima è uno sforzo, una necessità: quando è ora sembra cadere in tranche, prende un foglio, traccia il volto, poi ricorda il nome, l’età, dove la uccisa e il campo dove ha nascosto il corpo. L’FBI crea un’apposita sezione del proprio sito in cui pubblica tutto: ricostruzioni degli omicidi, le confessioni video e i disegni. Finora le ricostruzioni hanno permesso di dare un nome a 50 vittime, ma sono ancora al lavoro sugli altri casi, e non si fermeranno finché tutti quei corpi non saranno identificati.

Non è una scusa e nulla potrebbe mai giustificarlo davanti alla giustizia e alle sue vittime, ma quella messa insieme da Samuel Little è stata veramente un’esistenza triste e inutile. Nasce nel giugno del 1940 a Reynolds, in Georgia, e non ha che poche ore quando la madre, una prostituta adolescente, lo abbandona sul ciglio di una strada. La polizia rintraccia la nonna a Lorain, in Ohio, che lo cresce e assiste impotente alla trasformazione del nipote: lo buttano fuori dalla “Hawthorne Junior High School” perché troppo violento, e nel giro di poco mette insieme arresti 26 volte per rapina, rissa, tentato stupro, taccheggio, adescamento, guida in stato di ebrezza, aggressione e oltraggio a pubblico ufficiale. Tenta la strada della boxe, ma perfino sul ring è troppo cattivo, e nessuno vuole più combattere con lui. Nel 1982 lo arrestano a Pascagoula, Mississippi, dove è accusato dell’omicidio della 22enne Melinda LaPree, ma prima che inizi il processo viene estradato in Florida per rispondere anche della morte di Patricia Mount, un’altra ragazza di vent’anni: l’incertezza dei testimoni, fra chi afferma di averlo visto in compagnia della giovane la notte prima della morte, e chi invece non è sicuro, lo salvano dalla galera: nel 1984 è assolto con formula piena. E la caccia può ricominciare.

Oggi, il più prolifico serial killer ancora in vita di tutta la storia criminale americana si muove su una sedia a rotelle, ha quasi 80 anni e il diabete gli ha portato via due dita dei piedi. È lucido, perfettamente: “Temo che per quelle morti qualcuno abbia pagato al posto mio. Mi dispiace, spero che le mie confessioni li facciano uscire di galera. E magari, quando arriverà la mia ora, il buon Dio si ricorderà di questo e sarà meno severo con me”.

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